26 settembre
Il sole tramonta, gettando riflessi di luce arancione attraverso le finestre del capannone in cui Maschera Bianca vive da oltre settant’anni.
Un tempo era un’officina meccanica, ricreata come tutti gli altri edifici del Borgo dal sortilegio di Francesco Pliss. Tra gli scaffali e le attrezzature dell’inglese c’è ancora una mezza dozzina di vecchie auto: Bugatti, Fiat 508, una Isotta-Fraschini e perfino una bellissima Traction Avant della Citroën. Più in là fanno belle mostra di sé le due moto utilizzate dal vigilante.
Massimo e Danilo sono seduti su un divano piazzato nell’area abitabile del capannone, dove il padrone di casa ha allestito una specie di loft. I due osservano White mentre controlla l’equipaggiamente che ha scelto per la missione. C’è di tutto, dalla fune per arrampicata ai candelotti luminosi di segnalazione. In quel momento Maschera Bianca si sta sistemando in spalla un mitra Thompson, oggetto che getta qualche dubbio sulla natura diplomatica del loro viaggio.
Lo scrittore pensa ancora al modo in cui si è separato da Nadia. A preoccuparlo non è la possibilità che lei lo tradisca, bensì il fatto che potrebbe anche non rivederla più.
Il vigilante si è lancia in una malinconica rievocazione dei tempi passati. «Eravamo in quattro a servire il Regno Unito: i Crown Jewels. Oltre a me c’erano Lady Good Witch, Widowmaker e Newton. Con l’inasprirsi della situazione in Europa il SIS intendeva addestrare altri agenti come noi. Anche perché sapevamo della passione dei crauti per l’occultismo e per la scienza deviata.» Continua a leggere







