Questo post mi è stato ispirato dall’amico Matteo, che recentemente ha parlato dei suoi ritrovamenti archeologici-videoludici.
Dopo aver rilevato di aver giocato più o meno agli stessi suoi videogames – non a caso abbiamo anche diverse affinità in fatto di libri, film e fumetti – mi è venuta voglia di ripescare uno dei miei pezzi più cari e datati.
Sto parlando di Pool of Radiance, il primo titolo giocato sul mio vetusto .286. Anzi, per dirla tutta puntai all’acquisto di quel primo personal computer proprio dopo aver usufruito di Pool of Radiance e di altri giochi della SSI a casa di un caro amico. Sì, l’invidia può fare molto, anche convincere i genitori a comprarti un computer, pur di non sentirti più implorare.
Correva l’anno 1988, ero già nel pieno della mia passione per i giochi di ruolo, e i prodotti della SSI – Stategic Simulation Inc. – erano il meglio in circolazione.
Lo sarebbero stati per anni.
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Spelljammer, un viaggio nel flogisto
Qualche tempo fa ho analizzato uno dei migliori boxed set di Advanced Dungeons & Dragons (seconda edizione), Ravenloft.
Oggi vi parlo di un progetto parallelo, molto meno riuscito, eppure potenzialmente ancora più affascinante. Mi riferisco a Spelljammer, setting datato 1989, che fonde il fantasy classico targato AD&D con la fantascienza rétro. Senza dimenticare qualche afflato che oggi chiameremmo steampunk, ma che all’epoca non aveva una definizione così ben identificabile.
Spelljammer tende a unire tutti i mondi esistenti nel contesto di AD&D, mettendoli in contatto tra loro attraverso il viaggio spaziale. Un concetto, quello dell’unificazione dell’universo di questo gioco di ruolo, che verrà ripreso qualche anno più tardi, con stile e grazia ben superiori, dal boxed set Planescape.
In Spelljammer viene introdotto un concetto semplice, ma gustoso: tutti i mondi (pianeti) sono rinchiusi in invisibili sfere di cristallo. Tra di esse c’è il cosmo, che non è però vuoto, bensì riempito dal flogisto. Questi non è altro che un concetto alchemico, dato per desueto già nel 1700, che dava un’intepretazione piuttosto “esotica” sul concetto di combustione e di calcinazione.
Bene, in questa ambientazione esistono navi stellari, solitamente costruite nella forma di vecchi galeoni, dotati di speciali timoni che permettono di loro di volare, di attraversare il flogisto, e di solcare lo spazio stellare.
Idea curiosa e stuzzicante. Peccato averla sprecata in malomodo.
La capanna danzante di Baba Yaga
Uno dei posti più singolari in cui sono stato è senz’altro la Capanna Danzante di Baba Yaga.
Si tratta, se non lo sapete, di una casetta in legno a pianta circolare o quadrata (ehm, sì, capirete fra poco), dalle dimensioni apparenti di circa 4 metri e mezzo di diametro, in tutto e per tutto simile a una piccola dacia russa, costruita solidamente, ma priva di qualunque fronzolo.
Tuttavia la capanna è in realtà un pocket dimensionale, un po’ come la cabina-astronave del Dottor Who. Al suo interno è grande dieci volte tanto, al punto da avere molte stanze, disposte su più livelli. Il bello è che la capanna è in grado di viaggiare su più piani d’esistenza (portando con sé i suoi passeggeri), apparendo leggermente diversa a secondo di dove va a finire. Perfino il suo arredamento e gli oggetti che contiene possono cambiare forma (o anche quantità!) in base alla dimensione attraversata di volta in volta dalla magica casetta.
Ciò che non cambia mai è l’incredibile impenetrabilità della capanna. A dispetto dell’apparente fragilità, essa è robustissima, nonché protetta dagli incantesimi difensivi della sua temibile padrona, la potentissima strega Baba Yaga.
La particolarità che la definisce “danzante” è dovuta a due enormi zampe di gallina, che possono spuntare a comando, da sotto il basamento della capanna, permettendole di camminare o di volare.
Eppure entrarci non è impossibile, a vostro rischio e pericolo. Io, come vi dicevo, ci sono già stato. Due volte.
Ho cavalcato un drago
Secondo il mio palinsesto questo non dovrebbe essere un post del sabato, bensì del lunedì, o del mercoledì.
Ma per una volta direi di non guardare troppo alle formalità. Anche perché si tratta di un “post istantaneo”, nato durante la lettura di quel capolavoro che è Ready Player One, di Ernest Cline. Per capire di cosa si tratta fate una pausa e cliccate qui.
Letto?
Ok. Oltre a consigliarvi caldamente questo libro, che magari recensirò nella seconda metà di agosto, vorrei soffermarmi già da ora sulla delicatezza, sull’amore e sulla sensibilità con cui Cline tratta argomenti che solitamente “là fuori” vengono considerati coglionate per ragazzoni immaturi. Perlomeno in Italia.
Tra i tanti settori che Ready Player One tocca da vicino, oggi mi soffermo sul giocare di ruolo. Attività che, come sapete, ho praticato per anni, fin da ragazzino. Insieme alla lettura e alla scrittura sono state le mie palestre, le mie passioni, in un paese dove però le passioni “stravaganti” sono viste con sospetto.



