Sir Arthur Conan Doyle odiava il suo personaggio più noto, Sherlock Holmes.
Alcuni sostengono che questa antipatia nacque nel momento in cui si accorse che Holmes era diventato decisamente più famoso di lui, ma pare che in realtà il buon Arthur non abbia mai particolarmente amato il geniale detective.
Nel 1927 Doyle confidò ad alcuni amici che non era nelle sue intenzioni creare un ciclo poliziesco così articolato e lungo, essendo più attirato da altri generi narrativi (avventura, fantastico, perfino romanzi a sfondo storico). Generi di cui comunque scrisse diversi libri, ma che passarono in secondo piano rispetto all’enorme successo delle avventure di Holmes.
Doyle provò addirittura a limitarne il proliferare decretando la morte del suo eroe (ne L’ultima avventura), salvo poi fare un passo indietro su pressione dei lettori, al punto di scrivere un’avventura retrodatata (Il mastino dei Baskerville), e poi addirittura “resuscitandolo” dalla morte (L’avventura della casa vuota).
Dunque possiamo sostenere che Arthur Conan Doyle fu schiavo del suo più grande successo letterario?
Senz’altro sì.
