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Caltiki, il mostro immortale (1959)

caltiki

Caltiki, il mostro immortale
di Riccardo Freda e Mario Bava
Italia/USA, 1959

Sinossi

Il biologo John Fielding, con la moglie Ellen e l’assistente Max Gunter, si trova nella giungla messicana, impegnato in laboriose ricerche, dirette a scoprire le tracce dell’antica civiltà dei Maya. Improvvisamente un componente della spedizione scompare ed un altro impazzisce. John e Max svolgono accurate indagini all’intento di scoprire le cause che hanno potuto determinare questi casi misteriosi e preoccupanti: in una grotta essi scoprono la statua di Caltiki, la dea della morte. Davanti alla statua c’è una pozza d’acqua dalla quale esce improvvisamente un enorme mostro, che afferra un braccio di Max. John riesce a malapena a salvarlo e lo conduce a Città del Messico. Qui staccano dal braccio di Max il brandello di carne del mostro, che vi è rimasto appeso, e scoprono che costituisce una gigantesca cellula, forma primordiale, sviluppatasi sotto influssi radioattivi. John porta a casa sua quell’organismo unicellulare per poterlo studiare a suo agio; ma durante una sua assenza, il passaggio di una cometa carica di radioattività risveglia le energie latenti in quella massa mostruosa…

Commento

Caltiki - dettaglio del mostro.
Caltiki – dettaglio del mostro.

In questo periodo sto recuperando qualche vecchio film di genere, pescando sia tra quelli già visti e tra quelli che ancora non son riuscito a recuperare. A questa seconda categoria appartiene (apparteneva) Caltiki, il mostro immortale, una delle rarissime pellicole italiane che trattano la tematica del mostro amorfo alla conquista del pianeta.
Una tematica, questa, ampiamente trattata dai b-movie e dagli z-movie statunitensi degli anni ’50, e culminata con la produzione del film Blob (1958).
Caltiki rappresenta, per il nostro cinema, un’occasione unica, un prodotto per molti versi pionieristico e memorabile. Non a caso alla regia si alternarono due leggende: Mario Bava e Riccardo Freda. Veri e propri padri del fantastico italiano su celluloide, e ingiustamente dimenticati da una scuola cinematografica, quella tricolore, che certe suggestioni sembra averle perse per strada decenni fa.

Innanzitutto una curiosità: la storia Caltiki è ambientata in Messico e gira attorno a una profezia Maya che prevede la distruzione della Terra a opera di una divinità mostruosa risvegliata da “qualcosa” che arriva dal cielo. Una bizzarra coincidenza, contando che nel 1959 nessuno si filava il calendario Maya e le sue bizzarre interpretazioni apocalittiche.

L’inizio del film è suggestivo, nel suo bianco e nero da inferno dantesco, in cui si vede un tempio sotterraneo, da cui fugge un archeologo impazzito per l’incontro con una creatura ctonia e mostruosa, di certo non umana. La stessa creatura – riflettono poi i protagonisti – che probabilmente ha causato una migrazione di massa dei Maya nel 600 d.C.
Il mostro si rivela essere Caltiki, nell’antichità riverita come un Dea. In realtà si tratta di un essere primitivo, vecchio di circa venti milioni di anni (!), un blob unicellulare in grado di espandersi in ambienti ricchi di radiazioni naturali o artificiali. Caltiki ha l’occasione di uscire dal suo isolamento grazie a Max, uno dei membri del team archeologico, il cui braccio viene infettato durante la fuga convulsa dal tempio vulcanico. Sarà lui a portare portare un pezzo vivo del mostro fino a Città del Messico, in mezzo a milioni di potenziali vittime da assorbire.

Un cadavere consumato da Caltiki.
Un cadavere consumato da Caltiki.

Caltiki è un film tipicamente di quel periodo, non privo di ingenuità scientifiche, ma ricco di quel sense of wonder che solo la golden age della fantascienza possedeva. La prima parte, ambientata nella tana del mostro, risulta essere la più evocativa, con un senso di orrore lovecraftiano che pervade le inquadrature e lo sviluppo della storia.
La recitazione è sopra le righe, melodrammatica (altra caratteristica tipica del cinema di genere di quegli anni), ma regala momenti piacevoli e atmosfere macabre. Gli effetti speciali, trattandosi di una produzione minore del 1959, non sono disprezzabili. Non si lesina su qualche dettaglio horror (il braccio scarnificato di Max, alcuni cadaveri consumati dal mostro) e su scenari esotici e misteriosi.
La realizzazione del mostro è diventata una leggenda del cinema horror: pare che per assemblarlo furono utilizzati diversi chilogrammi di comune carne trita da macelleria, mischiati con frattaglie varie. Pochi mezzi tecnici, ma ben utilizzati.

Il film si trova intero, in italiano, su YouTube. Non so se si tratta di un link “legale” o meno, in ogni caso, prima che lo tolgano, potete godervelo qui.

E oggi? I mostri giganti non interessano più agli italiani. Meglio riproporre all’infinito la crisi dei trentenni, la crisi dei quarantenni, la crisi della coppia. Cose già dette, lo so, infatti mi fermo qui. Magari un giorno Caltiki risorgerà, metaforicamente parlando. Io aspetto…

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

17 risposte a "Caltiki, il mostro immortale (1959)"

  1. ma sai che l’ho visto al cinema?…credo tra il 69 ed il 74, all’epoca andavo al cinema di quartiere, a Padova, il glorioso Rex..ora ci fanno le retrospettive di autori bulgari o iraniani,.( magari con un pò di fortuna crolla con qualche suonato dentro..), allora, il mercoledì e giovedì pomeriggio, biglietto tra le 300 e le 350 lire..l’inflazione, sai, quella vera.., si vedeva di tutto, e io ci andavo SEMPRE.ho visto quasiasi cosa, dai Gamera, a soldati a cavallo, operazione Tobruck. Tarantula..etc, che nostalgia.poi si cresce…..

  2. Ecco uno dei pochissimi (forse l’unico) mostro gigante made in Italy.
    E tu sai io e i mostri giganti quanto andiamo d’accordo e ci amiamo reciprocamente.
    Sono contenta che qualcuno si sia ricordato di questo film quasi caduto nel dimenticatoio.
    E quelle scarnificazioni fatte con tre lire, sono impressionanti ancora oggi

    1. L’unico, già, sigh 😦
      Comunque hai ragione: gli effetti speciali in B/N, grezzi, fanno ancora il loro lavoro, molto più di tanta Cgi vista in questi anni…

    2. a dir la verità ci sarebbe un altro mostro gigante italiano, il supertrashcult “Yeti il gigante del XX secolo”, con la roboante colonna sonora plagio del Carmina Burana e i peggiori effetti di trasparenza di tutti i tempi. All’epoca lo lanciarono come un kolossal…Anche questo è visibile completo sul tubo.

  3. In realtà questi film erano perfetti, segnavano i confini del genere in maniera maniacale, ma non pedante. Ecco, la pedanteria è frutto dell’età moderna.
    All’epoca ci si concentrava su pochi elementi, li si rispettava, si utilizzava quel poco messo a disposizione dal tempo, poi sono arrivati i soldoni, e quindi i mostri devono essere studiati al tavolino dal markeTTing, per dare agli spettatori le idiozie che cercano. Però, guai a farli troppo complicati, eh… si rischia la paresi del pensiero. O forse vanno proprio in cerca di quello? Mah…

    Gli italiani hanno ucciso i mostri giganti, per dirla alla Nietzsche, ma non si sono resi degni di un tale gesto. 😉

    1. Considerazioni che condivido in larga parte.
      Aggiungo che – almeno – altrove ci stanno provando, a ridare dignità ai mostri. Spesso con risultati pessimi, a volte con stucchevoli omaggi (i tempi sono cambiati, c’è poco da fare).
      Poi ogni tanto saltano fuori cose come Troll Hunter e Cloverfield, e probabilmente Pacific Rim, e ci si sente in pace col mondo.

      Qui da noi si sta alla finestra e si lascia tutto al Muccino di turno. Vedi mai che un po’ di fantasia svegliasse qualche coscienza di troppo…

  4. a proposito dello Yeti gigantesco..mi pare che la protagonista femminile fosse Antonellina Interlenghi, meteora degli anni 70/80, madre della più conosciuta Nicoletta Romanoff…se non mi sbaglio.il padre era l’ottimo Franco Interlenghi, lanciato da Roberto Rossellini, ma quello è altro cinema.

    1. esatto…Antonellina Interlenghi (alias “Phoenix Grant”), che un paio di anni fa faceva “Un posto al sole” e mi ha ricordato quanto anch’io sia invecchiato nel frattempo. 😦

  5. Se ci pensate bene il confronto tra il cinema di allora e quello di oggi risulta impietoso per quello odierno.
    Avercene oggi di Freda o di Bava…..
    Aggiungo che il figlio di Bava, il bravo Lamberto dotato pure lui di un certo talento, ogni volta che cerca di girare un film si trova a dover combattere ostacoli assurdi; all ‘ estero viene trattato da maestro e invece qui in Italia non riesce nemmeno a trovare finanziamenti.

    1. Credo di averne già accennato in passato… tutto (o quasi) è riconducibile a quando, negli anni ’80, un noto imprenditore milanese acquistò i circuiti cinematogrici più importanti d’Italia, decidendo che da quel momento in poi i film si sarebbero rivolti soprattutto alla classica massaia. La stessa strategia che poco tempo dopo portò anche in TV.
      Da allora il cinema fantastico italiano non ha trovato più finanziatori, perché se tanto sai già che un prodotto non verrà distribuito, è inutile anche realizzarlo.

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