doom · libri

La dissolvenza

Facebook può essere crudele.
Oggi mi invia una notifica, esortandomi a fare gli auguri di compleanno a un mio contatto, Valter Binaghi, professione scrittore.
Peccato che Valter sia morto qualche anno fa, troppo giovane per lasciare questo mondo, e con ancora molte cose da dire e da scrivere.
Valter era un thrillerista di quelli raffinati, capace di spiccare pur senza appartenere a qualche giro, a una camarilla, a una scuderia ben definita.
Ho letto tutto quello che ha scritto. Il romanzo che mi ha colpito maggiormente – tanto da averlo citato diverse volte, sul vecchio blog e forse anche su questo, è I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, del 2007.
Un romanzo che mischia le atmosfere tipiche del thriller con l’esoterismo, il dramma, la commedia, il cospirazionismo. E che anticipa molte cose riguardanti l’Italia di oggi, tra cui l’utilizzo dei media come strumento di condizionamento di massa, anche a scopo politico/ideologico.
I tre giorni può essere paragonato a uno dei migliori romanzi di Tullio Avoledo, ed è un peccato che davvero pochi lo conoscano.

E qui sta il punto del mio post: quanti autori scompaiono e vengono dimenticati dal grande pubblico, rimanendo nel cuore della sola cerchia di persone che hanno avuto la fortuna di leggerli?

L’Italia non è un paese per scrittori, duole dirlo. Infatti moltissimi fanno questo lavoro, magari anche bene, guadagnando la loro nicchia di affezionati, ma venendo sistematicamente ignorati dalla critica e dai media.
Sorte, questa, che riguarda soprattutto chi si occupa di narrativa di genere e di narrativa del fantastico. Categorie che non sono abbastanza nobili per essere citate da chi intende i libri come status symbol, più che per la loro vera natura. Libri che non vengono citati nelle (poche) trasmissioni che trattano di letteratura, perché non hanno spiccati rimandi all’attualità (soprattutto a quella politica), o perché non parlano esplicitamente di amore, di mafia, di self-help, o di quei pochissimi altri argomenti ritenuti abbastanza “elevati” da meritare spazio.

Nulla di nuovo sul fronte occidentale, si capisce. Non scopro nulla, non vi dico nulla di nuovo e non credo che – qui da noi – cambierà mai qualcosa.
Aggiungo anche che io nella nicchia ci sto bene. Non mi piace la sovraesposizione, non ambisco a diventare un autore da fiera o da salotti radical chic.
Non disdegno nemmeno l’idea, un domani, di essere completamente dimenticato. C’è qualcosa di rasserenante, nel concetto di oblio.

Spiace invece per quegli autori, come Valter Binaghi, che hanno avuto cose importanti da dire – e in parte l’hanno fatto – ma a cui è mancato il tempo per aggiungere altro. E che ora in pochi, troppo pochi, ricordano di citare.
Beh, tanti auguri Valter, ovunque tu sia.


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5 risposte a "La dissolvenza"

  1. Basta vedere lo sbalorditivo oblio al quale sono condannati nomi una volta storici della letteratura di genere, ormai del tutto sconosciuti a chi ha meno di quarant’anni. Anche quando parlo di libri in pubblico e cito autori per me importantissimi per la mia formazione di lettore vedo spesso lo smarrimento sui volti di chi mi ascolta. Eric Frank Russel per esempio, Alfred Bester, perfino la Le Guin

  2. Purtroppo è un periodo nero per la letteratura nel nostro Paese. Le persone tendono a leggere di meno e questo per me è un grande dispiacere. Bisognerebbe sensibilizzare le persone per quanto riguarda la scrittura e la lettura.

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