Rocky Balboa (2006): recensione

rocky balboa

Rocky Balboa
di Sylvester Stallone
USA 2006

Ieri sera mi chiedevo quale fosse l’utilità di recensire un film del 2006, di cui siti di cinema ben più autorevoli di questo mio blog hanno già parlato anni fa, con maggiore competenza.
Poi mi sono accorto del perché desideravo parlarne: per un gesto d’amore.
Alla saga di Rocky avevo già destinato un post sul defunto Blog sull’Orlo del Mondo, ma non vale nemmeno la pena linkarvelo. Ero giovane e forse non mi ritroverei (non del tutto) in quelle parole.
Sicché eccoci qui, oggi, a parlare di Rocky Balboa, ultimo film con protagonista lo Stallone Italiano.
Un personaggio che ha fatto storia, più di Rambo (parere mio), tanto che a Philadelphia c’è un museo dedicato al pugile interpretato da Sylvester Stallone. Esatto: dedicato al personaggio, non all’attore. Il che dà le proporzioni di quanto Balboa faccia parte del tessuto dell’immaginario del mondo occidentale.

Rocky Balboa è un film amaro.
Lontano dal patriottismo splendido e grottesco di Rocky IV (capolavoro a prescindere), e lontano anche dai primi capitoli della saga, strutturati sulla misura di un’America che non esiste più.
E qui vale la pena spendere la prima riflessione: Rocky è gli USA, e viceversa. Immigrato italiano squattrinato e senza prospettive, Balboa vive il sogno americano, dalle stalle alle stelle e ritorno (vedi Rocky V). Nel sesto capitolo, quello che esaminiamo oggi, Rocky è un eroe anziano, un’icona cittadina e nazionale, che però vive in una dimensione casalinga, nel contesto di una Philadelphia che non è più quella degli anni ’70, negli Stati Uniti post guerra fredda che hanno smarrito in parte la loro identità.

philadelphia-rocky-escape

Rocky è l’americano che ha visto i tempi passare, con le sue disgrazie (la morte di Adriana, per un tumore al seno), coi suoi fulgori, con tutto ciò che c’è stato nel mezzo, e che la globalizzazione ha cannibalizzato, nel bene e nel male.
Non a caso l’avversario (sul ring) di questo film, è Mason Dixon, giovane pugile di colore, tutto sponsor, rap, metodi da duro in rivestimento platinato. Un Mario Balotelli della boxe, se mi capite. Un figlio di questi tempi senza bandiere, tranne quella verde del dollaro. Un guerriero senza anima, ma non per colpa sua (e questo è un aspetto giustamente sottolineato nel film).

Però noi passiamo oltre. Non ci interessa sapere qual è il messaggio che Stallone (qui anche regista) ci vuole trasmettere, ammesso che questo messaggio esista.
Il secondo aspetto di Rocky Balboa che mi piace sempre ricordare è quello filosofico. Sì, perché lo Stallone Italiano è l’unico filosofo di cui ho mai avuto realmente bisogno.

Hai permesso al primo fesso che arrivava di farti dire che non eri bravo. Sono cresciute le difficoltà, ti sei messo alla ricerca del colpevole e l’hai trovato in un’ombra… Ora ti dirò una cosa scontata: guarda che il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco e per quanto forte tu possa essere, se glielo permetti ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti… così sei un vincente!

Banale? Scontato? Demagogico?
Io lo trovo più che altro micidiale come un dritto sul muso. Poi sì, il radical chic può rompermi i coglioni con lo spessore intellettuale, col machismo e con mille altre psicopippe. Io, invece, mi ritrovo nella citazione appena riportata, e sfido chiunque di voi, purché dotato di un minimo di onestà mentale, a contraddirne il contenuto.

Questo è quanto, senza tirarla troppa per le lunghe.
Che poi Rocky è un personaggio, un’icona, ma anche un posto. Quel posto in cui siamo cresciuti, senza farci troppe domande sul se fosse giusto o meno parteggiare per un italo-americano che fa a cazzotti sullo sfondo di una bandiera statunitense.
Erano i nostri luoghi, i nostri tempi.

Io credo che quando tu hai vissuto tanto tempo in un posto, tu sei quel posto. (Rocky Balboa)

rocky-08

– – –

Quest’articolo è dedicato all’amica Lucia Patrizi, Rockyana di ferro, come me.

(A.G. – Follow me on Twitter)

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22 commenti

  1. Grazie…
    Molti della nostra generazione con Rocky ci sono cresciuti. Sono praticamente stati allevati a pane e Rocky. E alla fine non credo sia stato un brutto crescere. Un personaggio che ha attraversato 30 anni di storia, rispecchiando i cambiamenti e arrivando, nel 2006, a mettere un epitaffio malinconico sul sogno che ha rappresentato dal primissimo film.
    Eppure, per quanto amaro, Rocky non è mai disperato. Qualcosa in cui sperare te la lascia sempre. Io credo sia importante sottolinearlo.

    1. Prego 😉
      Almeno Rocky era un eroe positivo, con tutti i suoi limiti. In Rocky Balboa è palesemente una brava persona, invecchiata bene.
      Non per fare i moralisti ma ad avercene di icone così…

  2. E’ comunque un bel film l’ho visto anche io per la seconda (o terza?) volta un mesetto fa visto che lo ho in blue ray. Mi piace la tua recensione, sono anche io un Rockysta della prima ora. Per ricollegarmi a quello che dici credo che poi il senso anche filosofico del film sia ben riassunto nei titoli di coda con il main theme di sottofondo e le riprese dove si vede che praticamente tutti gli americani si fanno la corsa su quella famosa scalinata imitando il loro beniamino quasi a sottolineare che rocky ha accompagnato e in qualche modo influenzato intere generazioni con la sua figura ispiratrice di determinazione a non mollare mai, nello sport come nella vita. Una piccola curiosità: nel blu ray c’e’ il finale alternativo dove viene rovesciato il risultato dell’incontro.

    1. Interessante la storia del finale alternativo 🙂 Tuttavia io trovo perfetto quello originale, non credi? Fa molto Rocky e si ricollega al primo film.
      E, sì, le riprese finali, sulla scalinata, sono bellissime.

      1. Ovvio che il finale perfetto è quello originale… del resto è appunto quello che hanno scelto per la versione definitiva del film, però lo hanno messo li come a dire che nella vita non si sa mai:))

  3. Singolare anche il fatto che la saga si chiuda con una sconfitta ai punti per Rocky, ma la vittoria morale.
    Poi ieri mi soffermavo sulla telecronaca dell’incontro, doppiata malissimo, e su queste parole in particolare: “Strano che Rocky abbia ancora tutto questo seguito, visto che è un perdente.”
    Che è una frase terribile, riassume il sentire comune, moderno, lo schifo.

    Bell’articolo.

    1. E’ vero, Germano, quella frase l’ho notata anche io, è fuori dal mondo e dal contesto, . Un doppiaggio da paura.
      Unica pecca, per chi segue la boxe, Tarver nei panni di Dixon (frase indimenticabile: “tanto non lo faccio”, riferendosi all’incontro). E’ un mediomassimo (campione del mondo all’epoca del film) che forze aveva essenzialmente nel sorriso spavaldo e sarcastico la sua dote migliore.
      Altra cosa il dover per forza (anche Dixon glielo chiede, cosa assurda a mio parere, soprattutto durante le istruzioni dell’arbito sul ring) pestare l’acceleratore sul concetto: “Perchè lo fai, vecchio?”
      Secondo voi?
      Ma decisiva la sequenza nella quale Rocky non aspetta il verdetto ed è giustamente fiero della sua battaglia, cmq vinta.

        1. sì, sono assolutamente d’accordo. Poi un film dove l’aspetto trionfalistico non è mai in primo piano, mentre invece ci sono scene quasi pudiche, malinconiche e tenere nello stesso tempo, e un’ironia spontanea decisamente in carattere con l’invecchiamento del personaggio.

          1. Probabilmente perché l’idea che un sessantenne (o quanti ne ha Rocky nel film non ricordo bene) torni sul ring contro il campione è un po’ surreale. Quindi lo si dice, secondo me, perché quella è una frase che ronza in testa allo spettatore, dall’inizio del film, e poi forse anche (voglio sperare) per contrastare il senso comune, che vuole i vecchi ormai inutili (se si pensa che poi, ormai, si è considerati vecchi e inutili già a quarant’anni, oggi… in certo ambito lavorativo sicuramente).

          2. sì, ci sono ovviamente limiti naturali con i quali c’è poco da fare però la stessa natura sta alzando e non di poco l’assicella. E lo dimostrano proprio gli sportivi.

    2. E’ una frase tremenda e cattiva, ma anche ingiusta nei confronti di Rocky. Comunque sì, conferma un certo modo di pensare oramai diffuso quasi ovunque, e fa proprio schifo.

  4. io ricordo ancora le risatine quando al cinema diedero il trailer di rocky VI, le risatine erano ovviamente dei ragazzini che Rocky lo conoscevano solo come figurina sbiadita, idolatrata dagli zii, dai cugini più grandi ma anche dai padri. Per loro era solo una figura grottesca e patetica, un vecchio dalla prostata ingrossata che si trascinava sul ring. Un mio amico sbottò “un po’ di rispetto per Rocky, cazzo”, ottenendo altre risate (ma non di scherno stavolta) e con mia sorpresa persino qualche timido applauso.
    Per me, classe ’76, Rocky rimane un eroe dalla lezione di vita ancora attualissima. E anche l’unico dal quale riuscivo a sorbirmi la retorica più stucchevole senza storcere il naso, persino epico anche anche in Rocky IV nonostante fosse uno spottone reganiano piuttosto kitsch. Visto in quest’ottica non mi vergogno di dire che Rocky VI mi ha emozionato

    1. Ah, sì, c’è stato anche un mio amico che, davanti al trailer di Rocky VI, disse più o meno le stesse cose: “Ma come cazzo sì fa? Un vecchio che fa boxe… che roba ridicola!”
      Un’affermazione patetica, ovviamente, lanciata col solito pregiudizio di chi crede si saperla lunga e di essere divertente a fare sarcasmo sulla vecchiaia etc etc.

  5. Sinceramente non saprei dire se amo Rocky perché ha fatto parte della mia adolescenza o perché mi piace veramente. Ma non mi pongo il problema 🙂

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