film · recensioni

The Host (2013): Recensione

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The Host
di Andrew Niccol
USA 2013

Sinossi

La Terra è minacciata da un nemico invisibile: un’apparentemente pacifica razza aliena sta colonizzando i corpi degli esseri umani, annullando le loro coscienze e prendendo il possesso del Pianeta. I loro intenti non sono distruttivi e mirano a rendere pacifico e perfettamente organizzato il nostro autodistruttivo modo di vivere. Non tutti gli esseri umani sono disposti però a farsi annullare in questo modo e ce ne sono alcuni che hanno formato delle sacche di resistenza. Tra loro ci sono Melanie Stryder (Saoirse Ronan) e Jared (Max Irons), incontratisi per caso e innamoratisi. (Fonte: EveryEye)

Commento

L’unico motivo che mi ha spinto a vedere The Host è la presenza di una delle mie attrici preferite, Diane Kruger, qui nei panni della “cattiva” leader degli alieni, la Cercatrice.
Purtroppo è proprio la Kruger a rappresentare l’unico aspetto positivo di questo film, e lo fa tra l’altro in solo senso estetico, visto che il suo ruolo è sfruttato poco e male.
Del resto era lecito attendersi qualcosa da un film tratto dall’ennesimo romanzo di Stephenie Meyer? Sì, è la stessa scrittrice che ci ha rovinato l’esistenza con la trilogia di Twilight. E, anche questa volta, il livello della sua storia non va molto oltre la mediocrità totale e indifendibile.

Se coi vampiri di Twilight la Meyer ha costruito la sua fortuna mischiando horror e amori casti tra teenager, in The Host tenta la stessa sortita, questa volta inquinando la fantascienza, vittima sacrificale al posto dell’horror.
Il romanzo non l’ho letto, ma pare che questa trasposizione sia piuttosto fedele alla versione cartacea. Il che mi fa affermare che la Meyer è una narratrice a metà tra il furbetto e il noioso, e che Andrew Niccol, a cui è stato affidato il film, non ha nemmeno tentato qualcosa per migliorare il livello medio della storia.

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Il presupposto dell’invasione aliena di The Host ha qualche aspetto interessante: le “Anime” (così vengono chiamati gli incorporei extraterrestri che ci hanno colonizzato) sono apparentemente interessati a preservare il nostro pianeta e la nostra razza. Per farlo invadono i corpi degli esseri umani, costruendo una civiltà utopicamente perfetta. Scenario già ipotizzato, con risvolti molto più azzeccati e inquietanti, nella longeva saga degli Ultracorpi.

Il punto è che, posta questa premessa non del tutto deprecabile, il film si perde in un “nulla di fatto”, in un rincorrersi dei pensieri amorosi della protagonista, Melanie, che a quanto pare non ha nulla di meglio da fare, se non struggersi di romanticismo, mentre il resto del pianeta soggiace a una tirannia morbida ma inesorabile.
I 127 minuti del film trascorrono quindi in una banalità di riflessioni da sedicenne innamorata, ma anche in lenti spostamenti da un punto all’altro, senza un reale perché, utili solo ad allungare il brodo e a infilare qualche momento di presunta suspance, che ovviamente non raggiunge l’obiettivo di intrigare lo spettatore che apprezza la vera fantascienza.

Perché sì, va detto: in film come The Host la fantascienza non è altro che un pretesto per vendere una storia stupida e indirizzata a un target preciso di lettori/spettatori. A questo punto ritengo molto, molto più oneste e divertenti le commedie amorose di qualche anno fa, quelle con Hilary Duff, Miley Cyrus o con le gemelle Olsen. Almeno non venivano spacciate per ciò che non erano.
Dubito che una sola spettatrice “profana” del genere fantastico possa interessarsi ad altri film di fantascienza di ben maggiore spessore. Qui vendono una storiella d’amore, tra l’altro posticcia e plastificata, priva di emozioni vere o almeno verosimili. Tutto il resto fa fa contorno, come i cetriolini nei panini di MacDonald.

In altre parole: spazzatura.

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– – –

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23 risposte a "The Host (2013): Recensione"

  1. Non mi viene nemmeno lontanamente in mente di andare al cinema per ben altri film, che al limite vedo a casa, ma andare a vedere un qualsiasi film tratto da un romanzo della Meyer, è pari ad andare a vedre un film tratto da una schifezza di Moccia.

  2. Leggendo «coi vampiri di Twilight la Meyer ha costruito la sua fortuna mischiando horror e amori casti tra teenager» mi rendo conto che non sai del sesso violento, di lei piena di lividi e con le costole incrinate sul letto sfondato ma che ne vuole ancora, e lui che con un “te l’avevo detto, non mi hai ascoltato” le scarica tutte le colpe.

    L’idea dell’invasione mi ricorda, in brutto, un episodio interessante di The Twilight Zone o The Outer Limits (non ricordo) in cui una specie aliena incorporea arrivava sulla terra, ma per integrarsi necessita di corpi umani. Invece di “infestare” i viventi rianimano i cadaveri recenti, che grazie alla loro tecnologia non sono zombie ma corpi sani e vitali. I governi mondiali cedono i corpi in cambio di tecnologia medica (se non sbaglio) ma lo sviluppo interessante sta nel fatto che i parenti dei corpi ospiti non riescono ad accettare la perdita, e tentano di ricontattarli, ma naturalmente non sono più loro e dietro il volto famigliare trovano soltanto una coscienza aliena. Quello sì che era interessante, questo invece è un pretesto Emo per scrivere vaccate young adult.

    1. Beh, ai Confini della Realtà ha un altro spessore, non ci piove 🙂
      Qui ricono nel pieno della sagra della banalità e del già visto.
      Quel che fa incazzare è l’evidente mancanza di sforzo nel cercare almeno uno step più alto di godibiltà per i non-teen.

    2. Tanto per fare il pedante come mio solito, l’idea della terra invasa da un’orda di anime trasmigrate dallo spazio esterno è roba di fine ottocento – c’è un romanzo francese, del quale mi sfugge il titolo (forse di Favél), costruito proprio su questa premessa… le anime di alieni estinti che si muovono dal sistema solare esterno verso il sole, colonizzando i pianeti che incontrano.
      Anche se non credo che la Meyer si sia procurata la costosissima edizione della Black Coat Press uscita qualche anno fa…

  3. Quindi… non sono l’unica ragazza infastidita da questa ‘invasione di campo’ che strasborda in generi di cui non capiscono nulla solo per spargere mielina per ore/pagine “oh tizio mi guarda che bello fa nulla se devo scansare astronavi”? No perché mò esce Shadowscoso: dove ho immaginato che qualsiasi spettatore con più di 14 anni si chiederà perchè non fare tutto il film su Lena al posto della figlia ispida con le sopracciglia immatricolate a parte che sbava dietro al belloccio-gaio- vestito in ecopelle finto daVk perchè non ha il fisico di indossare una catena vera. Rimpiango davvero le gemelle Olsen. Mai avrei pensato di dirlo.

    1. Le Olsen erano quel che sembravano, né più né meno. Un grande pregio, in questi tempi di ambiguità, in cui gli Harmony vengono spacciati per horror e fantascienza.

  4. Non ho letto il libro, né visto il film, ma immaginavo potesse essere qualcosa del tipo che descrivi. Sostanzialmente mi pere di capire che, qui come in Twilight, si tratta di storie d’amore adolescenziale, inserite in contesti falso-horror e simil-sf. Un po’ come i romance in rapporto al romanzo storico.

  5. Non sono d’accordo proprio su tutto… il film è scialbo e io non amo Stephanie Meyer, di cui ho la tua stessa opinione.
    Eppure il romanzo qualche spunto interessante lo ha, soprattutto come dipinge gli altri pianeti su cui ha vissuto Wanderer, le cui descrizioni sono molto suggestive (ovviamente parti saltate a pie’ pari dal film, per risparmiare sulla CGI).
    La storia in sé è la solita menata e francamente un po’ troppo sbrodolata. Comunque io non l’ho trovato così atroce e sicuramente meglio di Twilight

    1. Per carità, accetto di buon grado la tua precisazione.
      Della Meyer ho letto (provato a leggere) Twilight, giusto per poter dire la mia senza partire da opinioni altrui. L’ho trovato orribile.
      Però ammetto che, a livello teorico, The Host mi sembra un romanzo con più potenzialità.

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