I dilemmi dell’autore (2 di 2): perché non pubblichi in inglese?

mister flanagan

Qualche giorno fa ho risposto pubblicamente al primo quesito che mi fanno molti lettori: perché non realizzi la versione cartacea dei tuoi romanzi? 
L’articolo ha generato una discussione interessante, con punti di vista spesso antitetici, ma ben argomentati (grazie!).
Oggi chiuderò questo breve dittico con la seconda domanda che mi viene spesso fatta: Perché non pubblichi i tuoi romanzi anche in inglese?
Partiamo da una premessa: questo interrogativo sottintende un complimento, quindi ogni volta che me la fate io sono soddisfatto. Pensare che i miei racconti/romanzi possano avere un buon successo in terre anglofone è una bell’attestato di stima.
Tuttavia dubito che ciò accadrà. E oggi vi spiego perché.

Sono molti gli autori indie italiani che tentano di esportare i loro libri ed ebook sul mercato inglese.
In fondo parliamo di un pubblico sconfinato, con una radicata tradizione per quei generi di cui ci occupiamo qui su Plutonia Experiment (la speculative fiction).
In altre parole: americani, inglesi (ma anche canadesi, australiani etc etc) amano molto di più la fantascienza, l’horror, il pulp e il fantasy rispetto a noi italiani.
Quindi, semplificando all’estremo, si può affermare che è più conveniente pubblicare per quel mercato che non per quello italiano.
Ma questa è un’affermazione sbagliata.

Andiamo per punti.

  • Il mio inglese scritto è mediocre. Un conto è scrivere una mail, un conto è produrre della narrativa di alto livello. Leggo molto in inglese, ma evidentemente si tratta di due processi mentali diversi.
  • Credo che, proponendosi a un mercato estero, occorra proporre del materiale (libri ed ebook) di qualità grammaticale, sintattica e ortografica impeccabile.
  • Viceversa, pubblicare un ebook in inglese di livello meno che ottimo sarebbe il peggior biglietto da visita possibile e immaginabile.
  • Si potrebbe ricorrere ai buoni traduttori. Che sono pochi. Molto pochi. In compenso ci sono molti cialtroni che si spacciano per professionisti, ma che non lo sono.
  • I buoni traduttori costano caro. Lo so perché ho fatto dei preventivi con professionisti fidatissimi. Per rientrare dai costi di tali lavori di traduzione dovrei vendere migliaia di copie di quell’ebook.
  • Sbarcare sul mercato con un solo titolo vuol dire essere fagocitati dalla spaventosa quantità di materiale in distribuzione su piattaforme quali amazon.com
    Per quanto il vostro singolo romanzo sia bello, verrà dimenticato nel giro di un giorno o due.
  • Occorrerebbe quindi proporsi con un carniere comprendente un minimo di tre titoli, con l’obiettivo di arrivare a sei/sette ebook disponibili in lingua inglese nel giro di pochi mesi. Ciò ovviamente aumenterebbe proporzionalmente i costi per l’eventuale traduzione.

Questi, in sostanza, sono i punti che mi tengono lontano dai mercati anglofoni.

Ovviamente ci sono autori italiani che possono saltare questi ostacoli nel modo più pratico possibile: conoscendo un inglese scritto perfetto, e quindi scrivendo direttamente in quella lingua.

Concludo dicendo che per me scrivere esclusivamente in italiano non è un ripiego. So che molti stimati colleghi e amici non la vedono così, ma per il sottoscritto è un piccolo motivo d’orgoglio cercare di creare un nuovo interesse per il fantastico nel nostro paese.
Il mio è un contributo piccolissimo alla causa, ma sono lieto di darlo.

grammar2

– – –

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19 commenti

  1. Due cose. Prima. Ho sempre creduto che un madre lingua, chiunque sia, se è in grado di leggere in modo anche solo da capire il testo italiano, è in grado di fare buone traduzioni. Vero o falso?
    Seconda. Non è paradossale che un libro, per quanto bello, immesso in un mercato più grande, renda meno che in uno più piccolo? Se il bacino utenti è più grande dovrebbe in assoluto vendere di più. Forse però questo accadrebbe solo nel caso di un esordiente, che in Italia vende dieci copie e lì cento, mentre uno affermato qui, dovrebbe affermarsi anche là, e nel frattempo venderebbe meno.

    1. Sul primo interrogativo non so darti una risposta certa, quindi attendo l’intervento di chi magari ne sa di più.
      Riguardo al secondo quesito ti do totale ragione.
      Un singolo titolo, per quanto bello, immesso in un mercato molto grande, va a disperdersi. Lo scrivo anche nel post…

    2. Il secondo punto non è affatto paradossale, anzi è il risultato che ci si deve attendere visto che la concorrenza è maggiore e, sopratutto, è molto più professionale che in un mercato ridotto: hanno più capitali, possono concentrarsi solo su quel mercato, etc. Al contatto con un mercato più grande il piccolo imprenditore rischia sempre di fare la figura del dilettante.

      1. Quindi la grandezza del bacino non è fondamentale? Nel senso, l’equazione più gente che legge più potenziali lettori delle mie opere non è vera?

        1. Conta solo se riesci a competere, ma competere è più difficile, ergo il risultato finale è solitamente peggiore. L’esempio più ovvio per un italiano è il sud d’Italia, l’unificazione ha sicuramente portato un mercato più vasto, ma questo non ha subito giovato al sud perché le sue industrie non erano pronte a competere con il nord[1].

          Poi ovviamente c’è chi può competere a livello mondiale e quindi fa molti più soldi sul mercato più grande.

          [1] È ovviamente una semplificazione, ma il succo è quello.

          1. Chiarissimo in generale. Ma nel campo della narrativa, non potrebbe contare la curiosità? Mi spiego. Produco pneumatici, i miei clienti sono soddisfatti e restano con me, i clienti di altri produttori sono soddisfatti e restano con loro. Se il produttore è grosso e potente “catturerà” molti clienti che se soddisfatti difficilmente cambieranno. In narrativa però c’è la curiosità. Leggo Tizio e Caio, ma chissà com’è Sempronio? In narrativa un buon “produttore” non ha l’esclusiva, perché c’è la curiosità e perché il prodotto non è replicabile o di consumo. Più utenti, più curiosi, più lettori, no?

          2. [Rispondo a me stesso perché sono finiti i livelli di risposta ammissibili]

            Più utenti, più curiosi, più lettori, no?

            Non dico che la tua ipotesi sia priva di senso, anzi francamente io e molti altri pensavamo lo stesso quando, anni fa, si parlava della “coda lunga”. Ma poi uscirono i dati delle vendite di iTunes e si scoprì che non era così[1], in un mercato gigante in cui nessuno sa che esisti, sia gli algoritmi, sia le persone fanno proprio più fatica a trovarti e quindi vendi di meno. Se poi la gente ti trovasse potresti anche dilagare, ma il venditore medio non lo farà mai.

            Detto con altre parole, con milioni di libri Amazon fa un sacco di soldi grazie alla curiosità, ma questo non significa che milioni di autori guadagnino qualcosa. Se invece un autore è abbastanza bravo e concentra i suoi sforzi su di un unico mercato può fare il “botto” lì e vendere di più.

            [1] peraltro credo che gli economisti lo abbiano sempre detto

  2. Tutto vero. É una cosa che ho preso in considerazione anche io e subito scartato. Una traduzione in inglese buona costa, e costa davvero tanto. Per pubblicare un libro che poi sembra scritto da un analfabeta é meglio non farlo. Inoltre non basta che il traduttore conosca bene l’italiano e sia madrelingua inglese. Deve anche sapere scrivere, praticamente il libro lo riscrive lui. Insomma se non si é certi della persona a cui ci si affida si rischia una figura terribile.

      1. Beh sì, anche perchè c’è un lavoro dietro non da poco. Poi io sono abbastanza esperta in questo tipo di cose, da me a lavorare fanno molto spesso tradurre documenti ita-eng e i prezzi li so. Ed è già dura così trovare gente brava e competente, e parliamo non di un libro, ma magari della lettera di un brevetto, quindi cose più tecniche che di scrittura. Quelli che ti dicono che te la cavi con 5€ a pagina… beh SCAPPA a gambe levate…

  3. E’ un po’ il problema che mi ritrovo con il mio blog di “storia aeronautica meridionale”

    http://www.fremmauno.com/

    Tema che, in versione bilingue, potrebbe raggiungere una platea grandemente più vsta. Ma troppo lavoro: non si tratterebbe più di un “hobby”, per i margini di tempo che posso dedicargli.

  4. io in una quindicina di anni ho sviluppato un “discreto” inglese tecnico, che mi permette di campare scrivendo i miei manuali di giochi in lingua inglese. è vero però quello che dici: leggere bene una lingua e scriverla, per la narrativa, sono due processi mentali diversi. Infatti non riesco a scrivere narrativa che mi convinca in inglese (anche se il mio editor, che ha visto la bozza di una novella in inglese, dice che con un po’ di lavoro è pubblicabile).

    Problema non da poco: è vero che il mercato è molto più grande ma c’è anche, proprio per questo, una maggiore concorrenza e un maggior numero di prodotti che escono ogni giorno…

  5. Il mercato di lingua inglese è molto più vasto, come dici è composto da lettori più interessati e rispettosi del genere, ed è fortemente meritocratico – non puoi contare sul giro di amici del forum che comprano il tuo ebook visto che tu compri il loro, e tutti vendete 5000 copie al mese.
    Detto ciò, non passa giorno, non passa ora, che io non mi dica che los forzo e l’impegno spesi per pubblicare in inglese siamo cento volte meglio spesi che sforzi simili per pubblicare in Italia.
    Per i motivi elenceti in apertura.
    La competizione è fortissima, ma venire rispettati da chi ci legge non ha prezzo.

      1. “Il ragazzo deve fare più esercizio.”
        Se può consolarti, al primo anno di liceo la mia insegnante mi disse che io non solo non conoscevo l’inglese, ma non lo avrei mai imparato, e potevo anche mettermi l’anima in pace.
        E all’esame di maturtità, l’esaminatore mi disse che il mio inglese era pittoresco “ma nessuno potrà mai dubitare che lei sia solo un povero italiano.”
        Mi consola sapere che sono entrambi morti, e io sono vivo.

  6. Direi che la domanda è una sola: ti attira, l’idea di ampliare il tuo pubblico ai lettori in inglese? Nel caso la risposta sia sì – e la strada del traduttore prezzolato non fosse praticabile per costi eccessivi – ti toccherà studiare e fare esercizio (non solo approfondire la lingua, ma anche studiare le tecniche di traduzione, dato che non potrai limitarti a sostituire le parole).
    Tutto ciò implica anche decidere se per te valga la pena dedicare “X” anni ad acquisire delle valide competenze nel campo della traduzione, con o senza università: avanza un po’ di tempo ed energia, nelle tue giornate, per infilare un altro compito impegnativo?

  7. Ciao Alessandro, volevo postare qui una mia richiesta perché la avverto come vagamente collegata al soggetto “perché non…”. Te la faccio breve. Hai una vasta produzione di narrativa medio-breve, quindi “perché non raccogli le novellette attinenti fra loro e le offri in bundle?” Questo è molto comune quando gli autori hanno più di un titolo in una serie. Controindicazioni per questa strategia?
    Ciao e buona scrittura.

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