The Rezort – Benvenuti allo zombie safari

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Dieci anni fa, un virus noto come Cromosin ha causato la resurrezione dei morti.Questi, nella più classica tradizione romeriana, hanno cominciato a nutrirsi dei vivi, senza più alcun ricordo della loro esistenza precedente.
Dopo una dura guerra, la razza umana è sopravvissuta e ha vinto.
C’è però anche chi ha lucrato sulla più grande tragedia della storia. Una pragmatica imprenditrice ha trasformato una piccola isola a largo della Spagna in uno zoo-safari in cui gli zombie, trasformati in animali in cattività, sono a disposizione di ricchi turisti desiderosi di emozioni forti.
Si tratta del “Rezort”.
Ma c’è chi non accetta un tale livello di barbarie, anche se a farne le spese sono i non-morti. Questo è il caso di un’associazione per i diritti degli zombie, decisa a rovinare gli affari del Rezort.
A qualunque prezzo.

Come sapete (e se non lo sapete ve lo ripeto ora), gli zombie mi sono venuti a nausea, sia nei film che nei libri.
Ho trascorso gli ultimi due anni a schivare qualunque cosa abbia a che fare con la tradizionale zombie apocalypse e si è rivelata una scelta saggia.
Quando ho visto questo The Rezort comparire nel catalogo Netflix ho deciso di fare uno strappo alla regola, soprattutto perché l’idea alla base del film mi pareva carina. Sì, mi rendo conto che assomiglia a una sorta di Jurassic Park in salsa zombie, e che forse non si tratta poi di questo spunto così originale.
Tuttavia la pellicola funziona, pur senza stupire.

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Di The Rezort ho apprezzato sopratutto un ritorno al valore simbolico degli zombie, qualcosa che riecheggia dei fasti del primo George A. Romero, pur senza mai sfiorare la sua complessità.
Ero francamente stufo di zombie usati come orpelli di un drama (The Walking Dead), ma anche delle pur divertenti esagerazioni di un prodotto come Z Nation. Il ritorno al neoclassicismo dei morti viventi è qualcosa che vado cercando – stancamente, per carità – da diversi anni a questa parte.
The Rezort mi ha trasmesso qualcosa del genere, quindi lo promuovo.

Gli zombie di questa produzione filippina (tranquilli: gli attori sono quasi totalmente occidentali) sono in parte una metafora dei migranti dei nostri tempi, che invece nel film sono gli sfollati causati dalla guerra contro gli infetti, che da dieci anni non trovano né pace né casa.
Non solo, il turista ricco e sciocco, che spende un sacco di denaro per sparare a degli zombie oramai inermi (gli addetti del Rezort li tengono legati, o recintati in apposite aree dell’isola), è senz’altro una metafora molto grezza del decadentismo capitalista.
Niente di nuovo, come vi ho già detto, ma è un messaggio che a suo modo funziona sempre, e di cui facciamo bene a ricordarci.

L’ultima frecciata del regista (Steve Barker) va a colpire le associazioni umanitarie/animaliste che, in TALUNI CASI, sfruttano presunti ideali per portare avanti interessi meramente materiali.
Senza dimenticare di citare l’implicita demenza di chi, come accade a una delle protagoniste del film, si rifiuta di sparare agli zombie perché crede che essi debbano essere tutelati come se fossero esseri umani affetti da qualche blanda patologia.

Se avete un paio d’ore da spendere, dateci un’occhiata.
Come ho già spiegato, lo trovate su Netflix.

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(Articolo di Alex Girola – Seguimi su Twitter)

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