Sei italiano? Scrivi storie italiane!

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Ogni tanto sui gruppi Facebook dedicati a scrittura ed editoria mi capita di leggere la solita frigna del lamentoso di turno: “Sono stanco di tutti questi romanzi italiani ambientati in America (o Francia, o Inghilterra, etc), con protagonisti che si chiamano James, John e Catherine! Abbiamo un bel paese, tante storie nostrane da raccontare, facciamolo!

In quanto autore, io ho effettivamente scritto molti racconti ambientati in Italia, tra l’altro di generi che di solito vengono schifati dall’editoria nostrana. Ho un’intera collana di horror italiani (Italia Doppelganger), e un supereroe milanese, pensate un po’. Ho perfino scritto una storia di kaiju e di fantapolitica le cui vicende si svolgono al 90% nel nostro paese (Grexit Apocalypse).
Quindi non mi si può accusare di esterofilia.
Eppure trovo che affermazioni come quella riportata a inizio post siano semplicemente demenziali.

Emilio Salgari, il più grande scrittore d’avventura italiano di tutti i tempi, ambientò romanzi e racconti in India, in Malesia, nelle Antille, in Africa, nel Far West, in Russia e in Estremo Oriente senza aver mai visitato questi luoghi.

Salgari svolgeva delle approfondite ricerche storico-geografiche per quasi tutti i suoi manoscritti, riuscendo così a ottenere delle opere il cui contesto è realistico, accurato, direi quasi meticoloso. La possibilità di attingere ai testi delle biblioteche di Verona e di Torino, città in cui visse, gli consentì di documentarsi su paesi lontani ed esotici, senza poterli raggiungere fisicamente. Non parlo di mero nozionismo scolastico, bensì anche di usi e costumi, di folklore locale, dei famosi dettagli che fanno la differenza.
Anche se a quei tempi Salgari veniva bellamente ignorato dai circoli letterari, che probabilmente ritenevano le sue storie troppo “popolane” e troppo poco intellettuali, ora nessuno si sognerebbe di sminuire ciò che ha scritto e pubblicato.

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Se a inizio ‘900 era possibile ambientare storie in Malesia, Africa (etc etc) senza esserci mai stati, figuriamoci oggi, dove l’immenso sapere di Internet viene in soccorso di qualunque scrittore di buona volontà.
Un autore professionale sa come, quando e dove documentarsi. Certo, si parte da Wikipedia, ma il viaggio (virtuale) è molto lungo e spesso molto ricco.
Ricco per chi leggerà la storia, ma anche per chi la scrive, che apprende nuove nozioni ogni qual volta osa mettere il naso fuori dalla nostra Italia.

Intendiamoci: il mio post non è una difesa a spada tratta dei tanti improvvisati scribacchini che tentano di scimmiottare l’autore americano o inglese di successo. Di “Stephen King italiani” ne ho visti tanti, ma nessuno di essi andava oltre questo roboante titolo. Basta infatti leggere i loro racconti per capire che si tratta di opere malamente derivative, infarcite di location e di nomi americani solo perché essi sembrano più “vendibili”.
Eppure non è per questi pagliacci che si può mettere il veto su racconti/romanzi non-italiani scritti da autori del nostro paese.
Al contrario, credo che questa invocata autarchia narrativa sia una cosa pessima, limitante e ridicola. Porterebbe a un proliferare di storie quali “La terza indagine del commissario Lo Russo“, o a intercambiabili gialli di provincia, che possono essere interessanti se presi a piccole dosi, ma che hanno un limitatissimo range di varianti e di spunti originali.

Io non mi pongo più il problema da anni.
La storia più recente che ho pubblicato, Il Sussurro della Sfinge, è ambientata quasi totalmente a Fuerteventura (location tra l’altro già utilizzata per un altro mio racconto, il post-apocalittico Jalne).
Ho poi scritto storie allocate in Russia, a New York, a San Francisco, in Austria, in Africa. Alcuni di questi luoghi li ho visitati, altri li ho ricostruiti documentandomi.
Non m’importa di ferire il presunto patriottismo letterario, non se al posto di usare nomi quasi Giovanni e Pietro scelgo – per esigenze narrative – John o Piotr. Chi mi legge da un po’ di tempo sa che nei mie lavori non c’è alcun tentativo di imitare chissà chi, bensì solo il tentativo di far viaggiare i lettori con la fantasia, ma anche con un solido lavoro nella costruzione dello scenario di fondo, dell’ambientazione.

Tutto il resto, al solito, sono chiacchiere più o meno inutili.

sullatlante


(Articolo di Alex Girola – Seguimi su Twitter)

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15 comments

  1. L’italianità (tra virgolette) posto che sia poi un elemento così oggettivo, dovrebbe risiedere in quelle cose che come popolo solitamente ci attribuiamo: la fantasia, l’arte di sapersi arrangiare (non di rado nostro malgrado), il nostro background culturale che, come ingrediente speciale di una pietanza, conferisce un particolare sapore alle cose che facciamo, alle storie. A prescindere dall’ambientazione. Tutto il resto credo sia solo provincialismo.

    1. Anche perché, se seguissimo il ragionamento di chi vuole solo storie italiane, dovremmo abolire (per esempio) il fantasy e la fantascienza.
      Ah, l’hanno già fatto? 😛

  2. Il punto cardine del discorso è semplicemente il “documentarsi”.
    L’esortazione ad ambientare in Italia dovrebbe diventare esortazione a scrivere ciò di cui si conosce direttamente o attraverso studi specifici.

  3. conosco talmente poco l’Italia pur vivendoci da 48 anni che avrei gli stessi problemi ad ambientare una storia a Bagnasco che a Kuala Lumpur. Anzi, a KL ci sono stato, a Bagnasco no. Amo l’invenzione di posti che sembrano reali, e sono in parte documentati ma in parte modificati per esigenze sceniche… per esempio la mia Misty Bay dei racconti di Gray Scorpion e’ un mix di tante cose (parte da Boston ma e’ decisamente più piccola, la malavita sembra quella di Chicago etc). In parte questo deriva dal voler creare luoghi ideali, in parte dal voler evitare le accuse di errori marchiani da chi quei posti li conosce davvero, in parte dal fatto che non amo la documentazione e faccio prima a inventare che a ricostruire (lo faceva anche Salgari).

  4. Non c’è un problema di raccontare italiano o come scrivono gli italiani, da parte mia leggerei volentieri d’Italia se stessi altrove in qualche altra nazione, ma in Italia ci vivo già, quindi perché diavolo devo sorbirmi anche “storie italiane”?
    A volte (spesso) ne ho le “tasche” piene della provincia italiana, delle sue città, della sua storia, della sua arte, della sua cucina, dei suoi problemi, dei suoi misteri e perfino della sua lingua e dei vari Paolo Roberta Pietro… certo se la storia è buona non ha importanza il dove, ma se è anche poco meno che buona, in quel caso la locazione lo scenario il posto non migliora il giudizio ma anzi, se “italiano” diventa un’aggravante molto negativa.
    Posso leggere qualcosa di sufficiente ambientato in vattelappescan con lo scontroso ispettore Selupescu alle prese con antichi vampiri magiari, ma se si tratta del solito commissario Barnesconi burbero ma dal cuore d’oro di stanza al commissariato di Poggiopianoalto, alle prese con le tante problematiche della grande città-provincia profonda… beh in quel caso no grazie.

  5. Sono tesi francamente risibili, quelle dell’italianità a tutti i costi, quasi sempre provenienti da personaggi che con la scrittura reale hanno poco a che fare. L’approccio di chi scrive, almeno secondo me, è che luoghi e personaggi sono funzionali a quello che si vuole narrare. Il resto sono discorsi da bar.

  6. Ottime osservazioni, cose che nel 21° secolo dovrebbero essere scontate e ormai assodate, ma che di fronte a sterili polemiche come ancora si leggono sui social, è sempre bene ribadire

  7. Quando mi chiedono perché, pur essendo italiana, scrivo dei thriller ambientati a Londra (e ti assicuro che lo fanno in egual misura italiani e stranieri), rispondo che sono gli stessi motivi per cui scrivo romanzi di fantascienza ambientati su Marte, anche se sono terrestre. Poi sta a loro capire… se ci arrivano. 😀

  8. Direi che la questione si può ridurre a una semplice domanda: l’ambientazione è funzionale alla storia?
    E se la risposta implica in qualche modo l’espressione “fa figo” allora è sbagliata.
    Detto ciò, io mi sono imposto di usare di default nomi e ambientazioni italiane, nell’ottica del “parla come mangi” ma in una storia ambientata in Medio Oriente ho scelto personaggi autoctoni, non certo dei marines.

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