Lo scenario ucronico di The Day After

Nota: Sto recuperando quelli che reputo essere i migliori articoli del mio vecchio blog.
Era una pratica che avevo abbandonato un paio di anni fa, propendendo per la creazione di contenuti nuovi, tuttavia ora, anche per esigenze legate alla scrittura, ritengo giusto e opportuno riproporre ancora qualche articolo, riveduto, corretto e se possibile ampliato.

Forse ho vissuto un’infanzia strana, ma The day after è stata una delle primissime VHS che noleggiai dopo l’acquisto del videoregistratore Sharp che mi accompagnò per lunghi anni, tra splendidi film e b-movie trasmessi a orari improbabili su canali regionali oramai entrati nella leggenda (Odeon TV, Rete 55, Italia 7… ma questa è un’altra storia).

Vidi The day after che avevo forse quattordici anni. Eravamo in piena Guerra Fredda e i telegiornali parlavano sempre di cose come la necessità del disarmo, della “minaccia sovietica” e dello scudo stellare. Erano gli anni di Reagan, il presidente cow-boy, e del cinema americano di propaganda, vera (Chuck Norris) o presunta (Rambo).
In molti si interrogavano sulle conseguenze di un’eventuale terza guerra mondiale. La risposta era pressoché univoca: distruzione totale del genere umano. Anche qui il cinema aiutava l’immaginazione, per esempio con la saga di Interceptor/Mad Max. Ricordo che in edicola vendevano una serie di romanzi incentrati su un mondo postatomico, con protagonisti dei militari americani e alcuni mutanti dotati di poteri telepatici. Probabilmente sono ancora nei miei vecchi armadi ad ammuffire.
Poi c’erano Kenshiro, Conan il ragazzo del futuro, e anche tutta una seria di trash-movie italiani sulla fattispecie dei Predatori dell’anno omega.

Insomma, erano gli anni del “panico atomico”. Perfettamente rappresentati da un film entrato nell’immaginario collettivo The Day After.

Uno scenario ucronico più che verosimile

1983: una divisione corazzata dell’Unione Sovietica si schiera nella Germania Orientale (sotto il controllo di Mosca). Si trattava di un sistema effettivamente utilizzato a scopo intimidatorio nei confronti dell’Occidente. Questa volta però gli USA non si fanno spaventare e schierano a loro volta una forza navale e aerea che, di fatto, spinge i russi ad alzare la posta, bloccando ogni accesso a Berlino. Un vero e proprio atto di guerra.
Truppe NATO, dalle loro basi nella Repubblica Federale Tedesca, varcano il posto di blocco di Helmstedt e invadono la Germania dell’Est, per liberare Berlino dall’occupazione sovietica.

L’esercito della Repubblica Democratica Tedesca risponde invadendo a sua volta i territori dei cugini dell’ovest e distruggendo un deposito di munizioni, un ospedale e una scuola alle porte di Wolfsburg. Il Patto di Varsavia respinge le forze NATO e lancia un attacco massiccio ed avvolgente sulla Germania Occidentale, attraversando il passo di Fulda.

Questa azione porta a un primo scambio di “schermaglie nucleari”, con l’utilizzo di atomiche a medio raggio che comportano la distruzione della cittadina di Wiesbaden e della periferia di Francoforte. Ciò dà immediatamente inizio all’evacuazione di Mosca, prova evidente che oramai la guerra termonucleare globale è imminente.
Tutti i paesi della NATO reagiscono all’attacco con la fornitura di immediata assistenza militare alla Germania Occidentale. Nella sua controffensiva l’Armata Rossa raggiunge il Reno, forse apprestandosi ad attraversarlo per dilagare in Francia e nel resto dell’Europa. Gli Stati Uniti d’America decidono di fermare l’assalto lanciando alcune armi nucleari di bassa potenza sulle colonne corazzate sovietiche. Le forze sovietiche rispondono lanciando un attacco nucleare contro lo SHAPE, il quartier generale della NATO nella regione europea.

Dopo questa prima battaglia sul territorio tedesco gli Stati Uniti decidono per una strategia di Strike on warning (colpire alla prima avvisaglia di pericolo). Questo dovrebbe comportare un massiccio attacco con missili intercontinentali sul territorio dell’URSS, qualora ci fossero minimi segnali di azione su vasta scala da parte dei sovietici. Nel frattempo, nell’Oceano Atlantico, un combattimento navale su vasta scala ha luogo quando navi statunitensi e sovietiche si attaccano e si affondano reciprocamente. La Forza Aerea Sovietica distrugge un aereo-radar AWACS in Inghilterra ed un altro in California (schierati per prepararsi per un attacco a sorpresa con i cruise dotati di testata atomica).
Dal suo aereo, il Presidente degli Stati Uniti, trasmettendo messaggi cifrati, ordina ad una postazione di comando aerea del SAC di lanciare un attacco nucleare “preventivo”, limitato contro obiettivi prestabiliti nell’Unione Sovietica.
Nel film non si spiega chiaramente se sia stata l’Unione Sovietica oppure gli Stati Uniti a lanciate per primi le armi nucleari, e ad un certo punto viene lasciato intendere che, dopo un attacco così demenzialmente omicida-suicida (MAD) per entrambi i lati, le questioni riguardo a chi abbia cominciato avrebbero scarsa importanza.

Il film afferma che molti silos missilistici statunitensi sono stati colpiti dalle testate nucleari sovietiche durante lo “scambio”. Presumibilmente, gli statunitensi conservano alcuni dei loro missili, lanciando soltanto quelli diretti contro aeroporti, porti, raffinerie ed industrie pesanti, mantenendo una quota dei missili di riserva, per colpire le città e per gli obiettivi fissi “mancati” per mere ragioni di ritardo temporale rispetto ai nemici (non aveva più senso attaccare i silos sovietici già vuoti).
Invece i sovietici hanno lanciato le loro testate contro i silos statunitensi (ancora con i missili in deposito), presumibilmente nel tentativo di un letale “first strike”.
Il piano strategico statunitense di “primo colpo” prevedeva infatti il lancio di tutti (circa 1000) i precisi missili Minuteman terrestri contro altrettanti silos sovietici. Per evitare un attacco tanto devastante i russi avrebbero dovuto anticipare a loro volta il first strike, e così, almeno per quanto è lecito dedurre, è successo nello scenario ucronico di The Day After.

Il risultato della guerra atomica ipotizzata nel film è devastante: le più importanti città statunitensi e sovietiche sono distrutte, l’apparato militare di entrambe le superpotenze è ridotto ai minimi termini, il fallout radioattivo avvolge immense regioni dei due paesi (e dell’Europa Centrale, con fulcro nella devastata Germania), dando luogo a un inverno nucleare che causerà altre centinaia di migliaia di morti, ma anche carestie, malattie tumorali e, in pratica, il totale annichilimento del settore agricolo, indispensabile al sostentamento dei sopravvissuti allo “scambio” nucleare.

I superstiti di Lawrence

Lo scenario appena riportato si deduce da una minuziosa “scansione” delle informazioni centellinate via radio e in TV durante la prima metà del film, che in realtà è incentrato sulle vicissitudini di una serie di persone comuni che abitano nella cittadina di Lawrence, a 40 chilometri da Kansas City, che ha la sfortuna di essere uno dei bersagli dei missili ICBM sovietici.
Il dottor Russell Oakes vive a Kansas City con la moglie e lavora nel “Memorial General Hospital” nel centro di Kansas City. Nel momento iniziale dell’attacco viene a trovarsi bloccato nel traffico su una autostrada, con tutti i motori, le radio e le apparecchiature elettroniche guaste per via degli effetti dell’esplosione termonucleare esoatmosferica di una bomba all’idrogeno che provoca un impulso elettromagnetico, capace di bruciare tutti i circuiti elettrici ed elettronici.
L’impulso elettromagnetico è seguito dopo qualche minuto da un’esplosione nucleare al suolo altamente catastrofica e letale, che vaporizza migliaia di persone e animali e distrugge la città. Il dottore riesce a sopravvivere momentaneamente all’attacco nucleare nascondendosi all’interno dell’auto e si dirige poi verso l’ospedale del “campus” all’Università del Kansas in Lawrence per assistere i feriti assieme al Dr. Sam Hachiy ed all’infermiera Bauer, e ad altri prestatori di pronto soccorso.
Ma le speranze per i superstiti sembrano essere davvero misere: ciò che non hanno fatto le bombe lo faranno il fallout radioattivo, la mancanza di cibo, acqua non contaminata e medicinali. A quanto pare al dottor Oakes e agli altri non rimane che aspettare la morte, piangendo la folle idiozia del genere umano, capace infine di autodistruggersi.

Far parlare di sé

Nel giorno della sua messa in onda sul circuito televisivo nazionale, domenica 20 novembre del 1983, la ABC aprì alcune linee telefoniche gratuite, gestite da personale adeguatamente istruito, per dare precisazioni e fornire consigli in modo di poter calmare gli spettatori.
Dopo il film la ABC mise in onda un dibattito in diretta fra lo scienziato Carl Sagan e William F. Buckley, Jr.
Sagan discusse il concetto di inverno nucleare, il rapido cambio climatico globale che viene generato da un’eventuale guerra termonucleare globle.

Il film ebbe un marcato impatto psicologico sui cittadini di Kansas City e Lawrence. Uno psicoterapeuta assisteva un gruppo che vedeva il film nella “Shawnee Mission East High School” nei sobborghi di Kansas City, ed altri 1.000 parteciparono ad una fiaccolata nella “Penn Valley Park” nel centro di Kansas City.
La ABC News sapeva che la “veglia di pace” era stata inscenata con l’aiuto di comparse di Hollywood, ma omise il “dettaglio” dalla sua copertura giornalistica dell’evento. Nella città di Lawrence, un gruppo di discussione chimato “Let Lawrence Live” venne formato dalla facoltà di lingua inglese dell’università, e alcune dozzine di persone dalla facoltà di lettere si riunirono nel campus della University of Kansas di fronte al “Campanile Memoriale” della stessa ed accesero migliaia di candele nel corso di una veglia di pace.

Dopo la sua apparizione The Day After si guadagnò sia critiche che elogi. A seconda del punto di vista politico, i critici tendevano a sostenere che il film sensazionalizzasse la guerra nucleare, o rendesse troppo tetri ed atroci alcuni aspetti della questione. Comunque, dal punto di vista tecnico, il film venne lodato per il sapiente uso degli effetti speciali e per il ritratto realistico della guerra nucleare e delle devastanti mutilazioni e sofferenze sulle sue vittime.
Il film venne nominato per dodici Emmy e ne vinse due.

Anche in Italia ci furono numerosi dibattiti: gli esperti analisti, all’unanimità o quasi, ritennero che quanto mostrato nel film corrispondesse, in tragicità, a una piccola parte di quanto sarebbe avvenuto ai superstiti di una zona interessata da uno scambio di missili a testata atomica.
D’altronde dello stesso avviso è quanto si legge nella didascalia successiva all’ultimo fotogramma del film, che nella versione italiana è accompagnata dalla voce traduttrice di Riccardo Cucciolla: “I catastrofici eventi a cui avete assistito sono senza ombra di dubbio molto meno tragici di quanto accadrebbe se gli Stati Uniti venissero realmente coinvolti in una guerra nucleare. Ci auguriamo che questo film convinca tutte le nazioni della Terra, i loro popoli e i loro governatori a evitare questa drammatica fine”.

(fonte: Wikipedia)

The day after in versione russa

In pochi lo sanno (alzi la mano chi), ma anche i sovietici realizzarono il loro film su un’ipotetica guerra nucleare globale. Si tratta di Pisma myortvogo cheloveka (Lettere da un uomo morto), film del 1986, diretto da Konstantin Lopushansky e prodotto dai Lenfilm studios.

Il film è ambientato in un paese dopo una guerra nucleare, che è stata causata da un errore del computer e dal conseguente fallimento del supervisore di evitare il lancio del missile. Questi ha notato l’errore, ma per uno stupido caffè andato di traverso non è stato in grado di disattivare in tempo il computer malfunzionante.
La città su cui si concentrano le attenzioni degli spettatori è semidistrutta e inquinata da elementi radioattivi. Il coprifuoco della Polizia è severissimo e la legge marziale vige ovunque; solo persone sane vengono selezionati per l’ammissione al bunker sotterranei. Il personaggio principale, interpretato da Rolan Bykov, è un premio Nobel per la Fisica che cerca di sopravvivere e che si prende cura di un piccolo gruppo di bambini e adulti nascosto con lui nei sotterranei del museo di Storia Antica.
Lo scienziato sopravvive scrivendo lettere al figlio Eric, anche se è ovvio che esse non potranno mai essere spedite o lette. L’uomo è molto deluso dal fatto che la scienza abbia portato ad un tale disastro, anche se è evidente che in questo film manca invece una precisa condanna alla politica di contrapposizione aspra che coinvolgeva Stati Uniti e Unione Sovietica.
Del resto come potrebbe essere altrimenti? Siamo nel 1986 e nell’URSS il cinema non brillava certo per libertà espressiva.

Pisma myortvogo cheloveka.

Letture consigliate


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola

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2 commenti

  1. gran filmThe day After, si trova anche sul tubo, non conoscevo quello russo, che cercherò…
    Per tutti consiglio anche il fumetto Barefoot Gen, sul dopo bomba atomica a hiroshima… un pugno allo stomaco ma favoloso.

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