Il papà degli zombie moderni

Con George Romero muore quello che è probabilmente l’unico regista degli ultimi 60 anni in grado di creare un mito, un archetipo, che si è poi tramandato da settore a settore, da cineasti a scrittori, da fumettisti a musicisti.

Lo zombie romeriano, che di quello di Haiti eredita soltanto lo status di ultimo tra i mostri, è un’icona potentissima, reinterpretata in mille modi, attualizzata, se vogliamo banalizzata. Nonostante i mille tentativi di emulazione, alcuni molto buoni, gli zombie di George rimarranno a lungo insuperabili, nel loro valore simbolico (volontario o meno che sia). Alcune trovate dei suoi film – i primi tre in particolare – sono ancora oggi potentissime.

Penso agli zombie che caracollano nei parcheggi vuoti del Monroeville Mall, in Dawn of the Dead. O alla tenuta di campagna assediata dai morti, in Night of the Living Dead. O all’assalto finale delle creature in Day of the Dead, il più cupo e meno compreso dei suoi film.
Ma le scene e le frasi memorabili sono davvero troppe per stilare una classifica. Idem per i personaggi diventati a loro volta icone, come Barbara, il capitano Rhodes, lo zombie Bub, Peter e Roger, i due agenti SWAT di Dawn of the Dead.
Ma, come dicevo, citarli tutti è quasi impossibile, perché anche le comparse hanno avuto ruoli precisi e intensi, tanto che addirittura singoli zombie, apparsi per pochi secondi in uno dei film di G. Romero, sono diventati oggetti di culto per i fan del regista.

Delle pellicole girate dopo la trilogia entrata nella leggenda rimarrà meno, inutile negarlo. George si è trovato solo, non ha accettato di adeguare il suo linguaggio alle richieste del moderno cinema horror. Il che è stato un bene e un male al contempo. I nuovi film sono privi della potenza quasi mesmerica dei primi tre (che godono anche del bonus di essere figli degli anni in cui sono stati girati), ma in essi si coglie comunque il tocco di papà George, che non ha mai smesso di seguire un discorso relativo all’evoluzione dello zombie, qualcosa che avrebbe dovuto portare i morti, diventati semi-senzienti, a sostituirsi ai pochi vivi rimasti. Se ci pensate non è una tematica da poco: che destino avrebbe un pianeta ereditato da creature incapaci di riprodursi?

Ma il cinema di Romero è sempre stato così, ricco di spunti e di intuizioni, di metafore mai sostitutive di un livello di alto intrattenimento horror, bensì perfettamente sovrapposte a esso. Chissà cos’avrebbe potuto girare in questi ultimi anni, se avesse avuto fondi maggiori e l’entusiasmo dei vecchi tempi.

Io ricorderò sempre il mio approccio col suo cinema, che avvenne a 12 anni, con Dawn of the Dead. La scena della stazione televisiva in cui si rincorrono preoccupanti notizie sui morti camminanti che dilagano ovunque, vincendo sui vivi, incapaci di comprendere e di adattarsi. Incapaci di capire che una legge fisica finora immutabile – alla vita segue la morte – è stata stravolta, cancellata, annullata.

Un’idea agghiacciante e potentissima, come dicevamo. Anche perche questi ritornanti non erano i soliti fantasmi vittoriani, né vampiri della Bucovina in eleganti mantelli, bensì creature stupide ma affamate, implacabili, mosse da vaghe reminiscenze di ciò che erano in vita. Solo Matheson, prima di lui, azzardò qualcosa del genere.

I film di George parlano di ciò che eravamo, in vita. Perché noi siamo loro, e viceversa. Questo è sempre stato il discorso di base, il nucleo R di tutta la produzione romeriana.

Tutti gli altri film su zombie e affini hanno raggiunto solo in parte questo obiettivo, anche se qualcuno ce l’ha fatta. Papà George ha lanciato la pandemia: che gli altri la diffondano al meglio delle possibilità.

Questo ci chiederebbe Romero. Non altro.


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