film · recensioni

Trust

 

Trust

di David Schwimmer

USA 2010

Per il suo compleanno, la tredicenne Annie (Liana Liberato) ha ricevuto in dono dai genitori Will (Clive Owen) e Lynn (Catherine Keener) un personal computer, grazie al quale conosce su una chat un utente che si presenta come un suo coetaneo che condivide le sue stesse passioni. Con il passare del tempo, l’identità del suo interlocutore comincia a scricchiolare e, per sedare ogni dubbio, Annie accetta di incontrarlo, ritrovandosi di fronte un uomo adulto che la costringe a un rapporto sessuale…

Commento

Trust è un film complesso, molto ben realizzato, in grado di affrontare con grande lucidità, professionalità e tatto la delicata questione dei molestatori che agiscono grazie all’anonimato in Rete. Non parliamo di deprevati che entrano in chat chiedendo alle malcapitate di turno le peggiori porcate, bensì veri e propri “ingegneri sociali”, abilissimi nel costruire un rapporto di fiducia con le loro vittime, inducendole a stringere un rapporto affettivo e confidenziale, quando invece il fine ultimo è solo quello dello stupro o dell’abuso sessuale.

Le vittime in questione sono quasi sempre adolescenti, età in cui si è più inclini a fidarsi (questa parola è la chiave di tutto il film) più di uno sconosciuto incontrato in una chat che non dei genitori o perfino dei compagni di scuola. Il risultato di una molestia di questo genere, specialmente se portata fino al suo atto più estremo, sono devastanti. Vittime e relative famiglie distrutte, equilibrio mentale rovinato per anni, così come la capacità di relazionarsi con partner del sesso opposto.

David Schwimmer, il regista di Trust, è davvero molto bravo a portare sul grande schermo una storia molto realistico, analizzandola sotto molteplici sfaccettature e senza mai cadere nel pietismo o nell’analisi psicologica dilettantesca.

Annie, la vittima quattordicenne di “Charlie”, un trentacinquenne conosciuta su una teen chat, viene convinta a concedersi sessualmente a quello che inizialmente si era presentato come un coetaneo, salvo poi via via cambiare versione fino al momento di chiederle un incontro chiarificatore, faccia a faccia. La strategia di Charlie è sottile e raffinata, se mi passate il termine. Niente violenze o minacce, bensì parole melliflue in grado di giocare sui sentimenti confusi di una ragazzina in balia dei suoi primi problemi amorosi e sessuali.

Una volta scoperto l’accaduto da parte dei genitori di Annie risulta prima di tutto complicato farle capire che Charlie ha abusato di lei. Il lavoro psicologico operato dal molestatore è infatti tale da aver fatto credere alla ragazza di essere la sua anima gemella (annullando così anche il problema della differenza d’età). La sensazione opprimente di aver sbagliato nel concedersi sessualmente a un uomo adulto di vent’anni più grande non è sufficiente a convincere Annie di essere stata effettivamente stuprata da Charlie.

Nel mentre la reazione dei genitori (ottimo Clive Owen nel ruolo di Will, il padre) è talmente confusa, dolorosa e rabbiosa che non fa altro che peggiorare la situazione, arrivando a rimarcare la cicatrice mentale della piccola Annie, pur facendolo in maniera del tutto involontaria. Il mondo esterno è ancora più impreparato (e a volte crudele), tanto che alcuni tra i compagni della ragazza arrivano a pensare che la colpa dell’accaduto sia imputabile alla presunta disinibizione di Annie.

Trust ci dimostra quando un evento del genere può davvero cambiare la vita di molte persone, non solo quella della persona interessata dallo stupratore. Schwimmer riesce a tratteggiare un ritratto drammatico ma non lacrimevole di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda. È evidente il lavoro di ricerca a livello medico, psicologico e legale, in modo da poter offrire una storia il quanto più possibile verosimile, senza però rinunciare a un pathos molto ben costruito, complice l’ottima prova del cast di attori.

Oltre alla famiglia di Annie è notevole anche il cameo del molestatore, che appare di persona solo per pochi minuti in tutto il film. Anche qui la rinuncia agli stereotipi è più che positiva ai fini della narrazione. Charlie non ha nulla che lo classifichi lombrosianamente come maniaco. È un bell’uomo, curato e intelligente, sulla quarantina. Come si scopre alla fine del film svolge anche un lavoro di responsabilità nel contesto della sua comunità ed è anche sposato. Solo che nel suo tempo libero adesca le ragazzine sulle chat per poi indurle a fare sesso con lui. Che sia una persona da curare o un bastardo è un interrogativo la cui risposta è lasciata agli spettatori. Non è questo che interessa al regista. Non si tratta di una pellicola giustizialista né del suo contrario.

Infine Trust è un film che ha una profonda cura e rispetto per i personaggi femminili, che risultano più maturi davanti al dolore rispetto alle controparti maschili. Will è senz’altro il più spaesato e inerme davanti all’accaduto, più ancora di Annie, che pure la violenza l’ha subita di persona. Lo stupro della figlia fa emergere i lati peggiori di Will, dall’inadeguatezza a compiere il suo ancestrale ruolo di padre/protettore, alla violenza vendicativa che lo porterà sull’orlo di una metamorfosi disumanizzante.

Un film difficile, non certo d’evasione, ma di innegabile valore. Consigliato.

9 risposte a "Trust"

  1. Caspita! MI hai davvero invogliato a vederlo (pur in un momento con il mood del caso). Sicuramente si capisce che il lavoro è tutt’altro che banale e retorico, e non era affatto facile, visto il tema.
    Poi per me, uno stupratore seriale come quello rimane un tizio da rinchiudere e buttar via la chiave perché, dati alla mano, le percentuali di “guarigione” (se di guarigione reale si tratta) sono talmente sconfortanti da farmi pensare seriamente che la psicoanalisi in certi casi sia altamente sopravvalutata. Ma questa è una mia opinione a margine, una delle tante che probabilmente il film sarà in grado di suscitare.

    1. In linea di massima la penso come te.
      Tutti i “vizi”, anche i più innocui, sono difficilissimi da curare. Figuriamoci se parliamo di sesso e impulsi affini, che sono le cose meno controllabili del mondo.
      Non so se butterei la chiave, ma senz’altro una bella terapia farcmacologica coatta sarebbe indispensabile…

  2. Lo tengo d’occhio da un po’, ma avevo paura fosse la solita solfa sui pericoli dell’ internet cattivo e gli adolescenti che, signora mia, dobbiamo proteggerli dai computer.
    E invece, leggendo la tua recensione, sono molto contenta che il buon Schwimmer sia riuscito a girare un film su questo tema, ma al riparo dai luoghi comuni.

    1. La parte migliore del film riguarda le reazioni del mondo esterno nei confronti della persona stuprata. Si sottolinea la molta ipocrisia in cui galleggiano i buoni propositi e le tante belle (e inutili) parole buttate lì nei talk show da quattro soldi.
      Poi se lo vedrai mi saprai dire…

  3. Interessante recensione, e curiosa riscoperta di quello che era il “Ross” della serie tv Friends. Dopo averlo visto in “L’allievo” (tratto dal racconto di King) credevo fosse scomparso come gli altri, invece ha lavorato e a quanto pare con successo.

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