Una concezione diversa

Post breve, praticamente instant blogging.
Leggo questo articolo è non posso fare a meno di ribadire a me stesso i motivi per cui il nostro paese è piccolo, modesto e privo d’entusiasmo (e forse anche di futuro).
La High Line di New York è uno dei posti più spettacolari che mi è capitato di vedere in un contesto urbano. Al di là dell’insita genialità di un progetto del genere – il recupero di un’area un tempo occupata da una linea metropolitana, e ora riconvertita in un’area pedonale di verde, sopraelevata al resto della città – ci sono altri dati più spicci da considerare.
Cecilia Alemani, protagonista dell’articolo che vi ho segnalato, ha 34 anni ed è già responsabile di un programma di vitale importanza per la città più famosa del mondo. In Italia a 34 anni vieni ancora considerato “un ragazzo”, senza voce in capitolo per le cose che contano davvero. Questo sia nell’amministrazione pubblica, sia nel privato.
Non c’è fiducia nelle nuove idee, non c’è spazio per chi vuole provare a cambiare qualcosa, magari anche sbagliando.
Non parlo necessariamente di grandi rivoluzioni economiche o sociali. Perfino nelle piccole cose si respira un senso d’immobilismo e di arretratezza mentale che fa venir voglia di preparare le valigie e tentare la fortuna altrove.

Secondo punto in questione: quando mai a Milano vedremo qualcosa che cambi davvero la faccia alla città, senza dover ricorrere per forza a colate di cemento e a palazzi che scimmiottano altre metropoli? Quando si parlerà mai di nuovi spazi di verde, di condivisione, tali da dar modo alla gente di sedersi a pochi minuti dal centro per leggere un libro o per assistere a qualche esibizione di artisti da strada? Magari con una rete wi-fi pubblica, tanto comoda quanto oramai indispensabile in una città che vuole dirsi moderna?
Mi pare assurdo che siano soltanto i centri commerciali e i locali alla moda ad attirare la gente. A parte la mentalità orrenda di buona parte dei miei concittadini, mi piace pensare che se ci fossero le opportunità e le alternative qualcuno inizierebbe almeno a considerarle.
Ma ha senso ancora sperare in qualche cambiamento?

26 commenti

  1. Siamo un paese irrimediabilmente vecchio.
    Prima di tutto e soprattutto nel modo di rapportarsi al futuro – con paura e disagio.

    Mio fratello (38 anni) mi ha comunicato oggi che sta lavorando a pieno regime per abbandonare il paese entro il 2012.
    Non posso dire che non lo capisco.

    1. Conta che mio fratello 32 anni già se n’è andato fuori dall’Italia e non sta assolutamente progettando di tornare…
      Come dargli torto?

      Cily

    1. Sono scelte molto combattute e decisamente personali.
      Per quanto mi ritenga senz’altro un egoista sento molto il peso della responsabilità, che è toccato a me dopo la morte di papà. Andarsene non è né sarà mai semplice.
      Forse con qualche anno in meno avrei ancora quella spregiudicatezza che ti fa pensare soprattutto a te stesso e poco a tutto il resto.

  2. Io andrò via sicuramente, ho superato da tempo la fase di speranza di un cambiamento. Soprattutto se penso al settore in cui sto studiando, le opportunità qui in Italia sono tendenti a zero. Fuori invece, ti si apre un mondo (letteralmente).

    Ciao,
    Gianluca

    1. Ti stimo per il coraggio e per la risolutezza. Non sono cose né scontate né semplici. Tutti son capaci di dire “me ne vado”, ma alla fine nel 90% dei casi sono sfoghi che rimangono a livello di sogni irrealizzabili.
      Fai bene a farlo per davvero, tu che hai ancora tutta una vita davanti da costruirti al meglio!

  3. Dal mio punto di vista, chiuso il dottorato a fine 2012, l’estero pare l’ipotesi più attraente, anche se l’età ormai non è più a mio vantaggio.
    Restare qui rischia di condannarmi ad anni di salti mortali, e ad una vecchiaia disperata.

    1. Sono discorsi che mi mettono molta amarezza, ma che comprendo in pieno. E non posso dirti altro se non che andarsene sarebbe senz’altro la scelta più saggia…

  4. Non lo so, purtroppo la cosa che mi frena più di tutti è proprio la mia responsabilità verso i miei genitori che stasnno diventando vecchi. Poi mio padre è pure malato.
    Mio fratello è andato ma me lo ha proprio detto che è tranquillo perchè sa che io ci sono per loro.

    Cily

    1. La stessa cosa che frena anche me.
      Poi ogni tanto mi chiedo se sia giusto sacrificarsi così, anche se mi viene spontaneo, ma questo è un altro discorso.

  5. Argomento importante che obbliga a non essere banali; vale sicuramente la pensa andarsene anche se non si hanno capacità incredibili o talenti unici al mondo. Non è difficile imparare bene una lingua o adattarsi a sistemi sociali diversi. La difficoltà è capire chi si vuole essere e dove è possibile farlo.
    La famiglia biologica d’origine esiste, certo. Per moltissimi è importante. Tuttavia rappresenta il passato e non siamo fatti per guardare indietro ma per spostarci in avanti. L’esempio sono le generazioni di emigranti che hanno lasciato il nostro paese, al punto da avere 60 milioni di italiani nel mondo. Quando la scelta è tra vivere in maniera degna e sopravvivere credo non ci siano poi tutte queste questioni.

    1. Guardare al futuro dovrebbe essere l’unica cosa naturale da fare. Eppure mi viene spontaneo pensare alle persone che abbandonerei qui, e penso che il senso di colpa sarebbe un peso troppo grande da portarmi sulle spalle.
      E’ una giustificazione fin troppo banale, lo so…

  6. Sperare ha sempre senso, se non ci fosse la speranza noi cosa saremmo?
    Per ora, andarsene pare l’unica opzione possibile, eppure cosi facendo il nostro paese non si risolleverà mai.
    Siamo su una strada apparentemente senza uscita.
    Per lavorare e non rischiare la fame i giovani se ne devono andare da un’Italia arretrata che non gli offre opportunità, ma questa Italia può essere cambiata dall’Interno solo da queste, e dalle future generazioni di giovani, che però stanno andando via…
    E’ Game Over ormai? Non mi va di pensarlo…

    1. Il cancro è molto radicato, praticamente in metastasi. Non basta la buona volontà per cambiare un sistema radicato in questo paese dal 1945. Se le cose non son cambiate dopo Tangentopoli – anzi, sono cambiate in peggio – figuriamoci cosa potrà smuoverci…

  7. E’ probabile che io sia uno dei più giovani a commentare questo articolo, e la difficoltà nell’affrontare questi argomenti è tanta.
    Nel 2013 avrò trent’anni, e nel mio modo di vedere le cose, quella è un’età in cui DEVI essere riuscito a costruire qualcosa o perlomeno avere gettato le basi per poter iniziare ad avere qualcosa, dopo aver passato tanto tempo a dare tanto e a faticare per realizzare il proprio progetto di vita.
    La mia carriera universitaria si è dovuta fermare a metà: studiavo e lavoravo, e si trattava di un lavoro che nonostante fosse part-time richiedeva comunque una bella fetta del mio tempo e del mio impegno.
    Si trattava di una di quelle lauree inutili fra l’altro, in storia; e sono pochissime le persone che non hanno pensato, dicendomelo o meno, che si trattava di un mio sfizio personale.
    Comunque, fatto sta che non ho potuto fare ciò che volevo; e quando dire “fare ciò che volevo” non intendo dire “fare quello che mi pare ecchiccazzosenefrega”, ma, per intendersi, si tratta del “fà ciò che vuoi” con lo stesso significato che queste parole avevano sul retro dell’Auryn; immagino che ci siamo intesi, no? 🙂
    Vabbè, ho ripiegato sul lavoro, che fra l’altro era ciò per cui avevo studiato alle superiori, ovvero il geometra. Diciamo che avevo il Piano B.
    Per qualche anno è durata, poi è arrivato il 2008. Fine del contratto, “se volete continuare a lavorare da noi dovete aprire la partita iva” e tutti i discorsi di contorno che so già che conosci molto bene, quindi evito.
    Ok, anche a questo giro, nonostante il calcione morale, stringo i denti e vado avanti, ma dopo nemmeno un anno diventa chiaro che quel tipo di collaborazione è una farsa e l’unica cosa da fare è mollare tutto e andarsene.
    Seguono due anni da libero professionista (a crisi appena esplosa) che ovviamente mi vedono affrontare ogni genere di difficoltà, in primis il riuscire ad affermarmi e a crearmi una base di clienti (indispensabile per mantenere in piedi la baracca) a cui si aggiungono una pressione fiscale ed una quantità di altre spese insostenibili, la difficoltà nel farsi pagare a lavori ultimati (maledetti bastardi, più ne hanno e più piangono miseria) e la non più facile ricerca di qualche collaborazione più o meno stabile con colleghi o altri professionisti.
    Così, come non avevo potuto fare ciò che avrei voluto, ora non potevo fare ciò che avrei dovuto: alla fine dell’anno scorso quest’esperienza è terminata.
    Sono tornato ad essere un disoccupato, praticamente con poco o niente in mano, con una fiducia nelle proprie capacità (ed anche nella possibilità di metterle a frutto) quasi colata a picco, e, cosa peggiore, forse per la prima volta nella mia vita, senza una reale idea su cosa dover fare e senza avere un obiettivo da seguire; si, perchè fintanto che ho avuto la possibilità di tracciare una direzione, il doverla seguire è sempre stato il problema minore.
    Ed è da un annetto circa che l’idea di andarmene si è insinuata nella mia testa, e nonostante ancora non abbia attecchito del tutto, sento che sta mettendo le sue radici. Non so di preciso cosa mi trattenga, visto che non ci sono situazioni oggettive o affettive particolari che richiedano la mia tassativa presenza, forse è un pò la paura di fallire di nuovo (ed anche la consapevolezza di non potermelo permettere ancora, e stavolta intendo dal punto di vista materiale), forse proprio la mancanza di un obiettivo sa seguire che serva da sprone, forse la poca fiducia nel fatto che le cose possano andare meglio. E dire che tutti questi fattori mi mettono nella situazione ideale per tentare la fuga, da un certo punto di vista è come se le sbarre della cella fossero tutte saltate, ma scappare non è cosi facile come può sembrare.
    Non so di preciso cosa farò, ma so che la mia pazienza ha un limite, e se non riuscirò a breve ad ottenere ciò che alla fine dei conti merito e mi spetta, allora temo che dovrò prendere a calci in culo tutte le paure e cercare fortuna altrove.
    E ci tengo a precisare che comunque vadano le cose, non mi sento/sentirò per niente un traditore e tantomeno uno che deve qualcosa al proprio paese, anzi, penso proprio di poter dire che è vero il contrario.
    Poi è vero che se si vuole cambiare qualcosa andarsene non è la cosa giusta, ma a me, sinceramente, non me ne frega niente di cambiare le cose. Non è una cosa che sia in mio potere fare, e anche se lo fosse, io adesso voglio solamente spendere energie per qualcosa che serva finalmente a me.
    Questo è un paese dove alla cultura non solo non viene riconosciuta la sua importanza ma viene derisa e denigrata, dove vengono chiusi teatri e aperte sale da gioco, dove gli investimenti per la ricerca sono meno della metà di quelli della Corea del Sud, dove la gente fondamentalmente rimane impassibile mentre gli viene tolto tutto ma si inviperisce come non mai quando in un modo qualsiasi gli viene impedito di fare “i furbetti”, dove un patrimonio culturale unico al mondo, fonte di ricchezza anche economica fra l’altro, viene lasciato a perire.
    Anche se avessi realmente la possibilità di cambiare tutto questo (e sinceramente penso che sia al di là della portata di chiunque, perchè nonostante faccia sempre comodo puntare il dito verso lobby di qua e caste di là, il nostro grande problema nazionale è la mentalità degli italiani; se non cambia nulla lì, tutto il resto sono chiacchiere), io ho una vita sola; quante altre sconfitte non dipendenti da me dovrò affrontare? Quanti altri sogni dovrò vedere sbriciolarsi sotto i piedi di un sistema che non può essere definito in altra maniera che maligno?
    Se la barca affonda, non rendo un servizio a nessuno nell’affondare con essa; visto che per quanto mi è stato possibile (io nell’onestà, nella lealtà e nella legalità ci credo veramente), non ho mai contribuito alle falle che la stanno mandando a picco, la mia pellaccia vale di più del cadavere di una gerontocrazia di pagliacci.

    1. 30 anni in Italia sono come i 20 altrove: vieni trattato ancora come un’apprendista, ti è vietato avere una carriera e spesso anche una famiglia.
      Del resto mi pare la “normale” reazione di un paese in cui l’età media di chi comanda è sopra i 60 anni.
      Ora ci toglieranno qualche tutela in più (ma è per la crescita, eh!), così la nostra generazione sopravviverà grazie al patrimonio dei genitori fino a 50 anni. E i nostri figli? Grazie a Dio non ne voglio, altrimenti mi sentirei in imbarazzo a metterli al mondo.

  8. La fuga dal paese non è una scelta giusta.
    Io ho 31 anni, sono sposato da oltre un anno e prima o poi avrò dei figli.
    E non ho nessuna intenzione di scappare dal mio Paese.
    In Italia ci invidiano l’arte, il clima, il territorio, la cucina, la storia millenaria… cosa mi sono dimenticato?
    Non voglio abbassare la testa di fronte ad uno straniero facendogli vedere che sono un misero italiano emigrato, ma voglio guardarlo dritto negli occhi a testa alta, fiero del mio paese natio.
    Continuerò a lottare (in e per) questo paese, per renderlo con il mio piccolo contributo un posto migliore.

    Scusate lo sfogo

  9. Quoto Fabrizio!
    Facile scappare da ciò che non ci piace. Difficile rimboccarsi le maniche per cercare di migliorare la situazione. La strada giusta da prendere è sempre quella più impervia…

    Saranno pure discorsi da bar triti e ritriti ma… a me pare che gli italiani si lamentino tanto, facciano poco… anzi nulla, per cambiare le cose, neppure raccogliere qualche cartaccia sparsa a terra a 10 cm dal cestino della spazzatura sotto casa. Piuttosto si lamentano del fatto che non ci siano abbastanza spazzini in giro…

    Se non si è disposti a mettersi in gioco in prima persona, che senso ha lamentarsi? E anche cambiando paese… non si cambierà di certo l’indole… e si troverà altro di cui lamentarsi…

  10. Capisco il senso di impotenza che traspare in molti commenti (lo sperimento anch’io) e confesso che anch’io sono sempre più deluso da questo paese, sempre più ancien regime invece di modernizzarsi (o meglio: per molti la modernizzazione è semplicemente avere gli ultimi apparati tecnologici). Anch’io pensavo proprio in questi giorni che mi sento a disagio perchè ho sempre cercato di studiare e apprendere anziché fare amicizia e curare i rapporti sociali, mentre qui conta molto più quest’ultimo aspetto. Sulla gerontocratizzazione sociale, beh, purtroppo è un dato di fatto che l’età media è molto elevata. Tantissimi anziani e pochi giovani, innestati su certi “difetti strutturali” della società italiana diventano un blocco di cemento che impedisce ogni evoluzione.

  11. Mi dispiace, Fabrizio e Glauco, ma per quanto io capisca la vostra posizione, non la posso condividere.
    Non c’è alcun disonore nella fuga se l’alternativa è una morte inutile.
    Non possiamo lamentarci se non ci mettiamo in gioco?
    Vediamo… se il commento di Sekhemty non vi è bastato, provate questo…
    Ho studiato, e non mi viene consentito di svolgere il lavoro per cui ho studiato (sono geologo, pensate a me ogni volta che un temporale trascina a fondovalle un paese).
    Mi sono adattato a fare lavori diversi, anche orribili, e le opportunità sono state progressivamente ridotte.
    Sto conducendo un progetto di ricerca (energie rinnovabili, una cazzata, giusto?), che finirà in nulla perché governo e amministrazioni non intendono investirci denaro (meglio finanziare la sagra della canzone dialettale).
    Mi è stato detto – non accennato o lasciato intuire, ma detto esplicitamente, da rappresentanti del nostro governo e della nostra cultura – che laurearmi è stato un gesto stupido e di somma arroganza, e che dovrei avere l’umiltà di andare a fare il ciabattino o il bracciante agricolo.
    Ed ora se trovo un posto, in un paese del terzo mondo, dove mettere a frutto vent’anni di studi, vivendo dignitosamente e facendo magari una differenza anche minima, sono un vigliacco che scappa?!
    Sono uno che si lamenta invece di mettersi in gioco?!

    Ho l’impressione che vi sia sfuggito che quelli che stanno scappando (parliamo di 60.000 laureati l’anno), non stanno scappando da ciò che non gli piace, stanno scappando dalla negazione assoluta di ogni opportunità e scelta personale.
    E forse anche da certi discorsi del cazzo (scusate, ma l’argomento mi tocca da vicino).

  12. Ma poi mi spiegate perché dovrei sentirmi prigioniero di un paese? Solo perché ci sono nato?
    Essendo il mio patriottismo pari praticamente a zero, preferisco considerarmi un potenziale cittadino del mondo. Barriere e confini esistono perché li abbiamo inventati noi, mica per altri motivi. Se altrove ci sono possibilità e prospettive migliori, perché dovrei rinunciarvi? Per stare quiz cambiare un paese che non vuole cambiare?
    Se non mi sono mosso è solo per responsabilità nei confronti dei miei familiari, non per altro.
    Discorso egoista? Senz’altro. Eppure, mi chiedo, a che altro dovrei guardare? E soprattutto, perché? Se i miei connazionali non vogliono cambiare nulla e amano soltanto lamentarsi, buon per loro. Io mi ritengo diverso, e già il modo in cui cerco di gestire la vita lo è. Giudicatela pure supponenza, se preferite, ma la ricerca di un’esistenza migliore per me viene prima del presunto orgoglio italico.

  13. Resto quì perchè sono troppo innamorato di questi luoghi. I miei luoghi (le Marche), ma in generale tutti i luoghi di questa unicitàgeografica che è l’ Italia.

    Ma soprattutto resto quì…per non dargliela vinta. Perchè nella vita sono un tignoso, e forse mi accorgo troppo tardi di quando la partita è persa.
    Resto quì perchè qualcuno deve provarci, deve provare a non lasciarla andare, l0 Italia.

    Detto questo capisco e rispetto chi, invece, ripenserà e ricoderà l’ Italia da altri luoghi.

  14. Le argomentazioni di chi decide di rimanere sono molto nobili e io invidio tanta voglia di fare.
    Però…mio fratello ad esempio è partito non perchè qui non trovasse lavoro, anzi di lavoro ce n’è sempre tanto, ma come raccontava Sekhemty il problema per un libero professionista è farsi pagare.

    Posto che non è che chiedesse cifre astronomiche il problema è che se lavori per le piccole imprese ti pagano a singhiozzo, a rate e devi fare dei salti mortali per recuperare anche 150 euro.
    Se lavori per le grandi aziende ti pagano a 90 giorni. E uno si chiede, di cosa vivo durante quei 90 giorni?Non è detto che il lavoro del consulente sia continuo, a volte fai delle prestazioni spot di 10 giorni che appunto ti vengono pagate molto molto tempo dopo.

    Insomma farsi pagare per un lavoro ben svolto non dovrebbe essere un problema.
    La retribuzione dovrebbe essere un diritto. Ma qui in Italia questa cosa non vale, non ci sono leggi a supporto. Insomma non è importante quando ti pago, purchè ti paghi.
    Ma 90 giorni sono davvero troppi!
    Certo se sei dipendente a tempo indeterminato il discorso cambia totalmente, sarà per questo che i datori di lavoro decidono sempre di più di non assumere ma di fare contratti a progetto oppure di avvalersi di lavoratori come mio fratello a partita iva?
    E non sto parlando della pressione fiscale sulla busta paga o del fatto che i clienti vogliano sempre pagare pochissimo lavori assai complicati…
    Sto parlando dello stipendio che arriva “quando arriva”…
    Come fa uno a costruirsi una vita?

    Cily

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