scrittura

Collaborative fiction

Con Sick Building Syndrome prima e con Due minuti a Mezzanotte poi, abbiamo più o meno imparato tutti cosa si intende col termine Round Robin story. Per comodità lo riassumo in breve: una storia (romanzo o racconto che sia) scritta a più voci. Di norma un capitolo ad autore, partendo dal punto esatto in cui ogni partecipante conclude il suo contributo, in modo da costruire qualcosa di quanto più omogeneo possibile.
Le Round Robin sono intriganti, difficili da gestire e soprattutto insegnano molte cose riguardo alla scrittura vincolata a determinati parametri e al rispetto del materiale messo a disposizione dal coordinatore del progetto e dagli altri partecipanti.
Eppure ci sono anche altri esperimenti di scrittura collettiva, varianti alle classiche RR. Formati in alcuni casi meno conosciuti ma altrettanto interessanti. Esaminiamo intanto questi tre: antologia, universo condiviso, world building.
In realtà queste varianti sono tutto fuorché slegate l’una dall’altra, anzi. Molto spesso gli esperimenti di scrittura a più mani sono ibridazioni delle tre categorie che vi vado illustrare, partendo dalle semplici antologie.

Antologia

Il più semplice e diffuso sistema di scrittura collettiva. Perché tale è una classica antologia di racconti, senza girarci troppo intorno. Una raccolta di racconti può essere strutturata in diversi modi, per esempio in modo consequenziale, quasi come se fosse una round robin (ma senza le esigenze di stretto rapporto tra i capitoli delle medesime), oppure tramite racconti autoconclusivi, ma ambientati in un medesimo “set”. Il che fa delle antologie una sorta di macrocategoria che ibrida/cannibalizza gli altri generi di scrittura collettiva.
Contrariamente a quanto si crede realizzare un’antologia di buon livello non è affatto facile. Di solito in Italia si ricorre a una struttura banale e grezza: “Realizziamo un’antologia sui vampiri!“. Eh già. L’esempio non è casuale, i risultati, per quello che ho potuto verificare, sono quasi sempre stati pessimi.
Ovviamente esistono però margini per ottenere ottime cose. Vedrete, vedrete…

Universo condiviso

Ossia: scrivere storie, quasi sempre autoconclusive, ma basate su un medesimo set. Che è poi quanto abbiamo già citato poco sopra, parlando delle antologie. In questo caso l’universo condiviso (shared universe) può essere realizzato a più mani, in una specie di sopralivello di scrittura collettiva. Tuttavia coloro che si cimentano nelle storie ambientate in questo set partono da una realtà già solida e dettagliata, preoccupandosi quindi di scrivere storie e non tanto di fare world building (vedi sotto).
Esempi classici di shared universe sono diversi mondi tipici della fantascienza e del fantasy, dai fumetti della Marvel e della DC a Star Trek, dal pantheon lovecraftiano alle varie ambientazioni nate per i giochi di ruolo.
Altre forme di scrittura collettiva derivative dall’universo condiviso sono i crossover, i team-up e gli spin-off. Molti di voi sanno cosa sono, semmai ci torneremo più avanti.

World Building

Ossia il processo che porta alla costruzione di un mondo grazie al contributo di più autori. Di solito si tratta di progetti che badano solo secondariamente all’aspetto narrativo, concentrandosi piuttosto su quello riguardante la genesi dell’ambientazione generale. I partecipanti portano contributi riguardanti la storia, la geografia, l’ecologia, l’economia (etc etc) di un mondo creato ex novo. Il world building può essere portato avanti per semplice piacere, oppure per porre le basi riguardanti la costruzione di uno scenario in cui ambientare un gioco di ruolo, un’antologia o una round robin. 
Il world building di solito coinvolge anche altri aspetti creativi, oltre a quelli di sola scrittura. Servono infatti mappe, disegni, linguaggi creati dal nulla, nonché elementi scientifici riguardanti le risorse primarie del pianeta, l’economia etc etc.
Se non ricordo male i Forgotten Realms (noto box set del gioco di ruolo AD&D) sono nati come world building di una campagna non commerciale di Ed Greenwood.

Quali di questi esperimenti vi incuriosisce di più? A quale non partecipereste mai?
– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

30 risposte »

  1. I format in se stessi hanno tutti una loro base intrigante, quindi non metterei preclusioni legate alla forma, semmai ai contenuti.
    Non parteciperei a qualcosa sui vampiri, per dire, perché non ho la preparazione e l’interesse necessario per inventare una storia in merito. Magari però, se l’universo è stato già ampiamente delineato assieme agli scenari, leggendo opere di altri partecipanti potrei prendere spunto. Quindi, per dire, una round robin sui vampiri potrebbe ugualmente coinvolgermi purché non sia io il primo a dover scrivere.

    • Sì, concordo con te. Potrei partecipare a una RR del tutto fuori dai miei generi, a patto che lo scenario sia talmente definito da venirmi incontro. Anzi, potrebbe trattarsi di un’esperienza perfino molto divertente.

  2. Le antologie hanno molti alti e bassi, rischiando sempre di apparire poco coese, a seconda dell’argomento e della scuderia di autori coinvolti. L’universo condiviso è sicuramente quello che m’interessa di più. Che lo si crei da soli, oppure a più mani, è quello che può dare più soddisfazioni, dando vita a tutti gli effetti a un World Building efficace 😉

    • Le antologie possono essere fatte molto bene, ma occorre in effetti un lavoro di raccordo che troppo spesso si evita di fare.
      Posso dire, senza risultare antipatriottico come al solito, che mi sembra un vizio principalmente italiano?

      • Io non ti so dire se sia un problema principalmente made in Italy. Comunque le 3 opzioni che citi possono tranquillamente coesistere fra loro. Anzi, in diversi casi sono la stessa cosa. Il tutto sta nell’organizzare bene ciò che si vuole fare.

  3. Personalmente sono un “malato” di world-building, il che per uno che poi si cimenta nella scrittura non è proprio un bene, il rischio di sacrificare la storia all’ambientazione è sempre presente.
    Per contro c’è da dire che un buon world-building consente molti spunti per nuove storie e spin-off.

    Fare world building in squadra non deve essere affatto semplice, dato che si rischia per accontentare tutti di creare qualcosa di poco coerente.
    Per questo credo sia meno complicato collaborare per un’antologia o su un universo condiviso.

    • Non è detto che il world building sia un male per chi si cimenta nella scrittura, anzi, direi che è solo un format diverso, che io trovo ugualmente affascinante.
      Per dirla tutta creare un mondo può essere perfino più difficile che non scrivere un romanzo classico.

      • No, non è un male, penso solo che sia difficile creare un mondo/universo in più persone, per contro se si riescono a superare le difficoltà organizzative e di altro genere probabilmente il risultato sarà migliore di quello che avrebbe potuto ottenere un singolo.

        Tanto di cappello a chi ce la fa.

  4. Sono tutti bellissimi e onestamente parteciperei a tutti, perchè sono cose fighissime.
    Un insieme di persone, concentrate su una sola ambientazione, può far nascere cose molto belle e fatte bene. Insomma, si prendono spunti l’un dall’altro, ci si corregge reciprocamente in modo da non pubblicare oscenità…se è formato da persone assennato, si può fare molto 😀
    In particolare io AMO il word building :Q__ ….e per questo, spesso, leggendo fantasy, piango di tristezza xD

  5. Come hai premesso, alla fin fine le scritture condivise potano a una commistione di tutte le categorie che hai elencato. Per quanto abbia partecipato marginalmente ai tuoi progetti li seguo ed apprezzo. Personalmente, mi sento maggiormente propenso all’Universo condiviso e di conseguenza al word building per il fascino e le potenzialità che possono sviluppare. Ti anticipo che ho qualcosa in mente che un domani mi piacerebbe suggerirti… ma questa è un’altra storia!

  6. Il word building è una cosa affascinantissima. Purtroppo non sempre i progetti collaborativi riescono ad aver successo, spesso poi manifestano grossi problemi di discontinuità.
    E’ il rischio che subiscono in particolare le antologie (ho davanti a me l’esempio di Book of Dead dedicato agli zombi di Romero) e gli universi condivisi (penso in questo caso alle Man-Kzin Wars basato sui personaggi di Larry Niven).

    • Sì, ci sono degli alti e bassi nettissimi. Però è divertente e – credo – utile provarci. Fin quando non si finisce a litigare 😀

      Gli universi condivisi sono bellissimi *_*

  7. L’antologia è la più a portata di mano per me, anche perché lascia, credo, un ampio spazio di manovra – almeno quelle a cui ho partecipato io. Purtroppo mi sono reso conto di avere dei grossi limiti al riguardo della scrittura condivisa: mancanza di empatia e limiti caratteriali. Credo di essere uno scrittore egoista e troppo innamorato dei miei plot narrativi dai quali non riesco a staccarmi.

    • Sì, io stesso sono piuttosto selettivo quando devo partecipare a questi progetti, proprio per una questione di empatia.
      Però lo ritengo un mio limite: sono esperienze che ci spingono oltre i nostri blocchi creativi.

  8. Venendo da un background scrittorio di lavoro sempre a 4 mani, direi che i lavori con un universo condiviso, costruito pezzo per pezzo da chi è coinvolto nel progetto, son quelli con cui mi trovo meglio (ansie da prestazione a parte). Io ho il “problema” opposto a Ferruccio, la scrittura da battitore libero mi piace molto meno di quella condivisa
    Sandro

  9. Mi piacerebbe provare il world building. Ho visto due metodi per procedere. Uno in cui pochi autori collaboravano in sostanziale parità di compiti, un secondo in cui un autore dettava le linee guida e altri, anche tramite racconti, contribuivano ad arricchirne i luoghi e i tempi. Questo secondo modello è più aperto, ma il risultato probabilmente è più un patchwork che un mondo organico.
    L’anno scorso volevo partecipare a un progetto del secondo tipo, ma poi non ho trovato il tempo. Se mai la mia ambientazione fantasy diventerà concreta, mi piacerebbe aprirla (nel senso di licenziarla con poche ragionevoli limitazioni) e vedere cosa ne esce fuori.

    • Meglio il primo metodo, è l’unico che mi sentirei di gestire, o a cui partecipare.
      Modelli troppo aperti creano più che altro pasticci. Bisogna dare dei paletti, delle indicazioni, viceversa ci si trova a fare i conti con qualcosa di ingestibile.

  10. La cosa secondo me più affascinante è il world building, specialmente se si sceglie di “alterare” uno o più pilastri delle scienze conosciute. Richiede molto lavoro e soprattutto un buon livello di rigore logico, altrimenti si rischia l’effetto “Lost”. Di recente c’è chi ha fatto una buona proposta in merito, potrebbe essere qualcosa di serio su cui lavorare.

  11. Sicuramente se partisse un progetto del genere io sarei un volontario per il World Building. Per adesso trovo più intrigante creare mondi che raccontare storie…

  12. La scrittura condivisa, o collaborativa, in qualsiasi forma sia, mi piace molto. Tra l’altro nel mio caso è stata la molla che mi ha spinto, quasi due anni fa a riprendere a scrivere. Mi riferisco ovviamente al Survival Blog.
    Prima anche io ero un lupo solitario, ma cadevo spesso in paranoie e in cali di voglia che difficilmnete superavo da solo. Adesso invece tra ceci, elettropungoli e minacce varie, ritrovo sempre lo spirito giusto! 🙂

  13. Toh, ho scritto proprio oggi un articolo su una bellissima antologia Sword & Sorcery del tipo Universo Condiviso. 🙂
    Devo dire che i formati del primo tipo hanno quasi sempre risultati raccapriccianti a meno di non andare più sullo specifico. Tipo che so… Scriviamo di Vampiri Spaziali ai tempi dei romani.
    In genere ho sempre partecipato con i vecchi Play By Email a progetti-giococon Universo Condiviso e con risultati alterni. Il più delle volte la storia prendeva un andazzo incontrollabile e riportarla nei binari della logica diventava un’impresa!

  14. Sono tutte modalità intriganti, anche se concordo con il fatto che (specie in Italia) le antologie sono più spesso a rischio “fiasco” rispetto agli altri due metodi… Ma è una mia opinione basata sull’osservazione di un numero limitato di situazioni.
    Di tutte quella che preferirei è un Universo Condiviso, purché costruito in un certo modo, oppure solo “abbozzato” e che dia la possibilità agli autori che collaborano di “ampliarlo” con i loro contributi… Diciamo uno shared universe che possa quasi sfociare in un lavoro di world building.
    Di fatto però ho avuto modo solo di partecipare a delle round robin, quelle di 2MM, che mi hanno divertito moltissimo. Ho delle cose nel cassetto rispetto a QUELL’Universo Condiviso, ma per ora rimarranno nel cassetto, ancora per un po’ ^^”.

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