L’estinzione della tigre persiana

Tigre persiana, Amburgo, 1955.

Tra le mie tante passioni non manca quella di studiare – per così dire – la storia di alcune specie animali estinte. Credo che si riallacci all’interesse che da sempre nutro per la criptozoologia.
La tigre persiana l’avevo già citata sul vecchio blog ma, a distanza di quasi due anni, voglio dedicarla un post tutto suo. Perché lo merita e perché era una belva eccezionale, di cui ora conserviamo qualche pagina sui libri di zoologia e dei reperti nei musei di storia naturale. Un peccato, una disgrazia… ma non di certo involontaria.
La tigre del Caspio o tigre persiana (Panthera tigris virgata) è un grande felino attualmente estinto. In origine, era diffusa in Anatolia, Caucaso, Kurdistan, Iran, Afghanistan e in gran parte dell’Asia Centrale fino alla Mongolia. Questa sottospecie era tra tutte quella diffusa più ad occidente ed era inoltre una delle più grandi, rivaleggiando per imponenza con la tigre siberiana. Si ritiene che si sia estinta negli anni ’80, anche se alcuni avvistamenti, uniti a impronte, ruggiti e feci di tigre, si susseguono tuttora.
Di tutte le tigri conosciute al mondo, la tigre del Caspio era la terza più grande. Il corpo di questa sottospecie era abbastanza tarchiato e prolungato con zampe larghe e grandi e gli artigli insolitamente lunghi. Le orecchie erano corte e piccole ed hanno dato l’apparenza di essere senza peli sulle punte. Intorno alle guance la tigre del Caspio era molto pelosa ed il resto della relativa pelliccia era lungo ed a strati. La colorazione assomigliava a quella della tigre del Bengala.

La tigre del Caspio era anche la sottospecie di tigre (insieme alla tigre del Bengala) usata nelle arene romane. A Roma questa belva era la più “accessibile”, poiché abitava i bordi orientali dell’Impero Romano. Molti esemplari sono stati importati da Caucaso, Mesopotamia e Persia. La prima tigre che ha combattuto dentro Roma era un regalo da un ambasciatore indiano all’imperatore romano Ottaviano Augusto Cesare, durante l’anno 19 d.C. Nelle arene romane la tigre persiana combatteva contro i gladiatori ed altri animali, tra cui il leone asiatico e il leone dell’Atlante.

La tigre del Caspio era usata nelle arene romane.

È possibile che, già dopo la caduta di Roma, la tigre del Caspio fosse scomparsa dalla Turchia, sebbene alcuni smentiscano questa ipotesi. Probabilmente, dopo la fine dell’Impero Romano, la tigre del Caspio sopravviveva ancora in Persia, in Afghanistan e in Mesopotamia, oltre che in pochissimi esemplari anche nella stessa Turchia.
La tigre persiana in realtà non ha sofferto, fino all’arrivo delle misure previste dagli zar della Russia di occupare effettivamente le terre di frontiera dell’Asia Centrale e del Caucaso e poterle così reclamare senza possibilità di discussione.
Furono comunque gli avvenimenti dell’inizio del XX secolo a segnare la fine della tigre del Caspio: ritenendo che la diffusione dell’animale non fosse compatibile con lo sviluppo delle attività umane, le autorità russe all’inizio del ‘900 ordinarono all’esercito di sterminare le tigri, cosa che accadde nel giro di poco tempo.
Inoltre, i coloni delle terre del Caspio cominciarono a sfruttare intensivamente la terra per coltivarvi cotone e riso, disboscando aree molto estese e distruggendo così l’habitat della tigre. A ciò, infine, si aggiunse la caccia delle prede abituali della tigre. La tigre del Caspio era inoltre ritenuta molto pericolosa per gli uomini, poiché era accusata di causare stragi. È possibile che a scatenare tale odio fosse l’attacco di qualche tigre, che, non trovando più le sue prede abituali, si spingeva fino agli insediamenti umani e attaccava gli uomini.

Tigre del Caspio uccisa nell’Iran del Nord, 1940.

Le ultimi tigri persiane di cui si hanno veri e propri avvistamento sono essenzialmente due: quella abbattuta a Uludere (Turchia), nel 1970, e quella avvistata lungo le coste del Mare d’Aral più o meno nello stesso periodo.
Pochi anni più tardi alcuni zoologi scoprirono che c’era una nutrita colonia di esemplari stanziata nella Turchia orientale. Colonia che venne però decimata a inizio anni ’80, sotto il silenzio/assenso delle autorità locali.
Risultarono inutili i tentativi di preservarne alcuni esemplari in Tagikistan, dove l’animale era diventato una specie protetta (per quanto rarissima) dal 1947. Curiosamente i tagiki erano affezionati alle tigri persiane, visto che una di esse attaccò due ufficiali sovietici, ferendone gravemente uno. Ricordiamo che a quei tempi la repubblica dell’Asia Centrale era parte integrante dell’Unione Sovietica.
Le buone motivazioni del Dipartimento Ambientale del Tagikistan non riuscirono però a salvare la fiera belva, di cui da anni non si hanno avvistamenti documentati, bensì solo dicerie e storie sussurrate nelle fredde notti della Mongolia e dell’Anatolia…

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(A.G. – Follow me on Twitter)

11 commenti

  1. Scusa la retorica, ma è l’ennesimo esempio che ciò che temiamo, lo dobbiamo distruggere. Distruggiamo i loro habitat, le loro riserve di caccia, e poi le eliminiamo perché diventiamo il loro pasto.
    Una bestia formidabile, davvero.

    1. Niente retorica, è vero.
      Il sentimento ecologico è nato solo negli ultimi decenni, e non è nemmeno universale. Tra ‘800 e ‘900 abbiam fatto più danni che nell’intero millennio precedente.

  2. Ti informo che mi sono copiato il testo, che lo userò per un certo progetto di cui sai (pur senza copiarlo paro-paro) e che perciò sarai citato nei ringraziamenti e nella webbografia.
    Sappilo.

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