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Quanto guadagna uno scrittore italiano?

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C’è un mistero che, nei miei anni di giornalismo investigativo*, non sono mai riuscito a svelare. Il complotto del silenzio che rende impenetrabile l’arcano è totale e apparentemente priva di brecce. Tutti i soggetti coinvolti in tale mistero si guardano bene dal tradirsi l’un l’altro, forse perché hanno soltanto da perderci.
A dire il vero qualcosa, col tempo, sta filtrando. Sono tuttavia voci di corridoio, dati sfuggiti al controllo dei censori, ma smentiti (o al meglio non confermati) da altre fonti.
Non sto parlando dei templari, dei massoni, della P2, dei contattisti alieni, di qualche setta segreta. No, sto parlando delle vendite dei libri di autori italiani.
Ebbene sì: pare che dietro l’editoria nostrana ci sia molta confusione, tanta omertà, e anche un po’ di pudica vergogna. Tacciono gli autori, che pure avrebbero tanta voglia di sfogarsi. Tacciono gli editori, e quando non tacciono mentono, sparando dati di vendita palesemente inventati. Tacciono anche gli intermediari, semplicemente perché in Italia figure quali le vere agenzie letterarie** non esistono, nemmeno per sbaglio.
Dove sta quindi la verità?

La verità, per quello che ho visto io, è che se un editore medio/piccolo – categoria che comprende oltre il 70% dei soggetti editoriali italiani – riesce a vendere 1000 copie di un libro, stapperà lo champagne, incredule e felice.
Solo 1000? Ebbene sì. Sapete quei titoli che di tanto in tanto i quotidiani sparano in trentacinquesima pagina, del tipo “Gli italiani non leggono più“? Ecco, se vogliamo dare un senso concreto a questa affermazione, rendiamoci conto che la soglia del “successo” si posiziona sulle mille copie vendute. Sull’intero territorio nazionale.
Dobbiamo quindi dedurre che l’autore medio vende sì e no 500 copie, mentre alcuni vendono la miseria miserabile di 100-200 copie (misere).
Tenete conto che sto parlando di quella grande fascia editoriale che esclude le “grandi sorelle”, che di fatto monopolizzano la distribuzione dei libri nei grandi megastore. Ed è proprio la distribuzione a fare la differenza, per quanto la penuria di vendite dei piccoli/medi editori non sia certo imputabile solo a questo fattore.

E qualcuno prima o poi dovrà parlare dei soldi che girano attorno al macero dei libri.

E qualcuno prima o poi dovrà parlare dei soldi che girano attorno al macero dei libri.

Quale considerazione traiamo da questa serie di numeri? Innanzitutto che, in Italia, scrivere non è un mestiere tale da consentire a un professionista di campare grazie a esso. Anzi, per dirla tutta il livello di introiti, contando le scarse royalties che concede una casa editrice, con le vendite di un libro si fa fatica a pagare una mensilità del mutuo. Tanto per citare altri numeri, tali royalties vanno da un minimo del 3-4% sul prezzo di copertina, al 10-12% per gli scrittori che hanno già un solido curriculum, e che sono quindi in grado di garantire solide vendite. Quando va proprio di lusso l’editore può anticipare una quota forfettaria, che in ogni caso rimarrà nelle tasche dell’autore. Comunque è una soluzione poco praticata nella piccola-media editoria, a meno che non abbiate un nome veramente spendibile.

A questo punto il quesito è uno soltanto: c’è qualche scrittore, tra quelli che leggono abitualmente Plutonia Experiment, che vuole raccontare la sua esperienza?
Sarebbe interessante avere dati precisi, sia che si tratti di editoria tradizionale, di mercato digitale, di autoproduzioni. La mia sensazione è che, in Italia, le vendite siano in lenta ma costante discesa. Senza girarci troppo intorno, la causa principale è il disinteresse globale verso la lettura.  

Occhio: arriva il colpo di scena.

Occhio: arriva il colpo di scena.

Questo post però è un po’ datato, ve lo devo confessare. Sì, questa è una specie di colpo di scena. L’articolo l’ho scritto e programmato prima di iniziare a vendere i miei ebook su Amazon. L’esperienza in realtà si sta rivelando più positiva del previsto. Non che le vendite siano milionarie, eh, ma, considerando tutti i titoli che ho in vendita (qui), ne piazzo 7-8 al giorno. Detta così sembrano pochi, ma considerate che in un anno posso arrivare, ipoteticamente parlando, a più di 2700 copie vendute. Probabilmente di più, considerando nei primi giorni di pubblicazione le cifre sono molto più alte.
Sicché posso azzardare questa teoria: con l’autopubblicazione di ebook sono potenzialmente in grado di vendere più di uno scrittore “medio” regolarmente pubblicato. Certo, il discorso è molto più complesso (entrando in gioco fattori quali la promozione, la qualità, il marketing), e magari un domani ci torneremo***. 

Che ne pensate di entrambe le situazioni esposte?
Se ci siete, battete un colpo.

– – –

* Sì, ho questo strano vizio di documentarmi sui post, prima di pubblicarli.
** Se non sapete cos’è una vera agenzia letteraria, evitate di segnalarmi quelle italiane, che pur dicendosi serie si occupano in realtà di tutt’altro.
*** Tiro l’acqua al mio mulino? Mah, vedetela un po’ con la prospettiva che preferite. In realtà una non esclude l’altra.

(A.G. – Follow me on Twitter)

46 risposte »

  1. Non so se la mia sia abbastanza interessante e se posso annoverarmi tra gli “scrittori”. Se sì, credo che dire che lavoro 8 ore al giorno (oggi lavoro di più e guadagno meno, per la verità) in una qualunque ditta dica tutto ciò che c’è da sapere. Di sicuro la via di Amazon, se si vuole scrivere in Italia, e non si è calciatori famosi, e molto interessante.

  2. Che gli autori pubblicati da piccolo-medi editori non campino dei loro libri è pacifico. In realtà io conosco autori pubblicati da grandi editori, di quelli che prendono persino gli anticipi e non sono del tutto sconosciuti, che ancora non ci campano e mai lo faranno (a meno che il loro libro non diventi un film, ma in tal caso non è proprio dall’editoria che arriverebbero i soldi!). Magari lavorano sempre nel campo della scrittura, ma non è dalla vendita dei libri che mantengono se stessi. Sono, diciamo, dei soldi in più che fanno comodo. Essenzialmente gli scrittori che campano di scrittura in Italia sono pochissimi.
    Altra cosa pacifica è che un self-publisher può vendere molto di più di un autore pubblicato da un piccolo editore (o meglio, il pubblicato da piccolo editore non può proprio competere col self-publisher per via dei prezzi), ma comunque non ci camperà lo stesso in Italia, perché il mercato è troppo piccolo, a meno che uno non abbia, che so, 300 titoli! 🙂
    Ovviamente parlo di narrativa. Se vendi infoprodotti, il discorso può essere diverso.

  3. Senza vergogna e senza segreti. I miei eBook autoprodotti viaggiano nell’ultima fascia che hai citato: le 100/200 misere copie ciascuno, chi più chi meno. Escludendo le produzioni gratuite, solo un paio di mie pubblicazioni in antologia hanno superato tale soglia quindi, sì, la situazione non è certo rosea, e potenzialmente è anche in peggioramento.

  4. Ammetto di essere abbastanza intimidito dall’idea di “infoprodotto” – io scrivo saggistica, e numeri e cifre restano più o meno gli stessi, se non sono più bassi.
    I fattori critici rimangono la visibilità (che è maggiore in funzione del peso dell’editore), la distribuzione (tanto per il cartaceo che l’elettronico, per quanto con problemi diversi), e i lettori.
    I lettori sono in calo, e se calano i lettori, calano le copie vendute.
    Per chi scrive narrativa, manca poi nel nostro paese quella fonte di incassi extra che sono le riviste e le antologie che pubblicano racconti pagandoli.
    A 400/500 euro a racconto, un autore nel mondo reale può permettersi di pagare i conti – in Italia si viene spesso pagati in visibilità, opportunità, gratificazione.
    Questo incide da una parte sulla possibilità per gli autori di mantenersi dignitosamente, e dall’altra sulla qualità generale dei lavori pubblicati.

  5. Io riesco ad arrivare a un fatturato di circa 13000 euri annui, su cui pago un 3500 di tasse e balzelli, ma perché pubblico materiale di nicchia in inglese, dopo circa sette anni di attività. Le vendite italiane vanno in pareggio pagandomi la partecipazione alle fiere del settore. Oltre al calo di interesse, c’é anche l’aumento dell’offerta causato dalla proliferazione digitale, e la pirateria. A questi soldi vanno aggiunti lavori occasionali come illustratore e insegnante, e vendita occasionale di miei originali, dipinti etc. Lavoro quasi 10 ore al giorno.

    • Gran bella testimonianza, che spazia fuori dai nostri confini.
      Dando, tra l’altro, nuovamente la sensazione che là fuori le cose vadano un pochino meglio.
      Qui, invece, siamo ancora in caduta libera e costante.

  6. Aggiungo: Il vero problema del lavore per il mercato anglofono è la debolezza del dollaro. Il mio fatturato in dollari sarebbe un dignitosissimo 25000 ma poi intervengono il cambio e le tasse. Ovviamente i prezzi devono essere allineati su quelli americani se si vuole vendere.

  7. Affrontare questo argomento, attualmente è un po’ come parlare di fellatio all’epoca vittoriana… battute pseudo sessual ironiche a parte. Alimentando le paranoie di molti, posso raccontare con una certa serenità che, confrontandomi con autori che hanno anche la fortuna di essere finiti sotto le ali ricche delle major nostrane, esiste un divario sensibile tra piccoli/medi e grandi. Il sottoscritto rientra ovviamente nella prima categoria e aggiungiamoci pure che non sono tra quelli che vende di più e che non è molto conosciuto. Come cavallino della scuderia Frilli, il mio compenso equivale al 5% (lordo) sul prezzo di copertina, per ogni copia venduta, nessun anticipo. Tenendo conto che con Masche mi han parlato di 1500 copie circa, distribuito discretamente nel Nord-Ovest, Lombardia compresa, il conto ve lo lascio fare. A questo aggiungiamoci royalties e diritti d’autore nei casi di riduzioni teatrali, televisive o cinematografiche, le quali sono divise al 50% con l’editore.
    Fino a pochissimo tempo fa, una grossa differenza sull’incasso di un’edizione, la faceva la distribuzione, ma questo è un discorso che ha senso soltanto per i grandi. Scrittori, autori che sono finiti sotto le solite Big, hanno edizioni anche di 5/10000 copie che vengono distribuite ovunque, su tutto il territorio nazionale, stipate in librerie, centri commerciali, media store e autogrill. Mi si diceva che in questo modo, per male che andavano le vendite, la copertura tipografica, sulla quantità distribuita era assicurata. Problema che i piccoli e medi invece hanno. Infine i cachet. Su nomi che cominciano a farsi conoscere e che approdano alle Big, sentivo negli ambienti, parlare anche di anticipi di 20/30000 euro con opzione su 3/5 titoli da consegnare entro un anno e con l’implicito patto di tentare a tutti i costi, le vendite analoghe al primo titolo di successo. Situazioni da un lato invidiabili e dall’altro no. Mi ritrovassi io in una situazione del genere, avrei serissimi problemi a gestire il tempo per le stesure con il mio lavoro (quello non da scribacchino) perchè i ritmi richiesti non sono esattamente idilliaci con il rischio anche di penali conseguenti. Un ultimo fattore che fa veramente la differenza sono le traduzioni. Perchè è vero che in Italia il calo dei lettori è semplicemente drammatico, come altrettanto drammatica e la scarsa qualità delle letture che tirano ma è altrettanto vero che fuori dalla repubblica dei cachi, la gente legge ancora e bene. Per gli italiani, il mercato tedesco è quello migliore, mi hanno spiegato. Morchio e Camilleri sono ben tradotti e distribuiti e le opzioni su traduzioni e distribuzione su mercato estero sono molto molto ghiotte. Quà la domanda mi sorge spontanea: perchè gli editori nazionali sono così restii a incoraggiare le traduzioni dei loro autori? Una risposta che posso azzardare in relazione a questo interrogativo è il fattore rischio. Motivo un po desolante. Una traduzione ben fatta costa e se poi non vende?
    Mancanza di azzardo e quindi scarse capacità imprenditoriali all’interno dell’editoria. Questo è il mio parere.

  8. Alla faccia, non pensavo fossero messi così male a guadagni.. Il fatto che il numero di copie (potenzialmente) vendute dei tuoi ebook sia superiore allo scrittore medio fa pensare che qui c’è proprio qualcosa che non quadra ai piani ”alti”. Il web è la nuova via!

  9. Non avendo pubblicato nulla, non ho niente da aggiungere. Però, data la mia formazione scientifica, una cosa mi ha colpito: la totale assenza di informazioni utili per trarre una qualsiasi conclusione su quanto guadagna uno scrittore professionista. Avevo provato qualche giorno fa a fare due conti. Avevo provato a impostare la domanda: quanto e come deve pubblicare un autore di sola narrativa per portare a casa l’equivalente di uno stipendio da impiegato? Come modello avevo preso il racconto/novella, che è più semplice da quantificare, e l’editoria americana (le testate che pagano, ed espongono anche quanti soldi pagano!)… e poi la discussione si è arenata perché siamo finiti a parlare del fatto che il lavoro di scrittura sia o meno lavoro (colpa mia che mi diverto a tracciare analogie traballanti). Insomma, trovo molto interessante la tua testimonianza. E’ una forma di trasparenza che non ho trovato quasi da nessuna parte, per cui personalmente ti ringrazio. C’è fin troppa omertà nel settore, e questo non fa che esaltare i preconcetti dell’uomo della strada.

    • Fare i conti in tasca agli autori americani è relativamente facile, noto il word count pubblicato e le tariffedei diversi editori.
      Resta il problema tasse, ma per lo meno un’idea generale ce la si può fare.
      esiston poi tariffe standard per le royalties, e dati pubblicati sulle vendite – e molti autori (penso, così al volo, a WilliamMeikle) non hanno problemi a discutere i propri introiti.
      Qui da noi è spesso difficile sapere dal nostroeditore quante copie abbia venduto il nostro libro.
      E a pensar male si fa in fretta.
      Sul fatto che scrivere non sia un lavoro – e cosa sarebbe allora, un passatempo per ricchi sfaccendati? 😉

      • Giusto per completezza: la scrittura è un lavoro.
        Può essere più bello o più anarchico rispetto ad altri, ma di certo non è solo “passione” o “divertimento”.
        Per questo parlar di guadagni non dovrebbe fare schifo. Mentre per certi colleghi sembra un tabù, qualcosa con cui ci si sporca le mani…

    • Alla luce di quanto leggo qui mi domando sempre di più per quale motivo si punta così poco sull’editoria digitale:
      Io sono un lettore, non uno scrittore.
      Non navigando nell’oro ho un budget mensile per acquistare libri, quindi invece che 10 euro per un solo libro cartaceo preferisco spenderli per l’acquisto di 2-5 ebooks contribuendo quindi a far aumentare le vendite di più autori.
      ora, capisco che le “major” possano fregarsene, ma le medio/piccole? Non ne trarrebbero un vantaggio?

      P.S.
      Da scarso conoscitore delle case editrici perdonatemi se le mie riflessioni vi appaiono ingenue e ssuperficiali… 🙂

  10. Amazon dà anche un plus non indifferente agli autori indipendenti, permettendo una reperibilità che gli editori minori non potranno mai dare. Spingendo e credendo nel proprio lavoro, non si incappa nell’ostacolo di un pubblico che non riesce a trovare il libro.
    Poi ovvio, non arriveremo comunque alle vendite dei “colleghi” stranieri, ma per un fattore di… cultura del Paese, ma almeno i numeri potrebbero essere superiori a quelli di una casa medio/piccola.
    Non c’è nulla di più frustrante di ricevere richieste in privato da lettori (o potenziali tali) che vorrebbero comprare il tuo libro ma non riescono a farlo…A

  11. Aggiungo anche il mio modesto contributo 🙂
    Ho messo il naso nella piccola editoria più o meno 5-6 anni fa, pubblicato romanzi/racconti con editori tutti piuttosto piccoli e solo di recente ho iniziato a sfruttare le potenzialità di Amazon.
    Trascurando il periodo iniziale quando mi facevo praticamente da distributore (comprando copie di tasca mia da smerciare a parenti, amici e conoscenti) pian piano ho visto il cartaceo andare a morire e ho iniziato a indirizzarmi verso l’ebook, che devo dire mi sta dando più soddisfazioni (anche se sempre misere). Però c’è anche da dire che gli editori digitali forse ancora non sanno come muoversi perché siamo arrivati al punto che pubblicare con un editore è diventato meno conveniente che autopubblicarsi.
    Per fare qualche numero, con una decina di titoli tra racconti, novelle e romanzi negli ultimi due anni siamo (visto che collaboro con altri autori) riusciti a vendere sulle 500 copie, la stragrande maggioranza in digitale, guadagno netto 250 euro. Robe da diventare ricchi insomma 😀
    C’è anche da dire che non siamo spammatori seriali, abbiamo siti molto “appartati”, non abbiamo una “rete” di supporto (aka lettori fissi) e altri mezzi per farci pubblicità a parte pagine facebook semi-deserte XD
    Come dire che dobbiamo tutto ad Amazon e ai suoi oscuri algoritmi.

  12. Argomento fondamentale per capire come diavolo funziona l’editoria italiana. Ammesso che funzioni. Mi spiego, data una tiratura ipotetico di 1.000 copie almeno 500 tornano indietro (voglio essere ottimista). Di quelle 500 alcune trovano la direzione dei remainders o dei low cost resellers altre dovrebbero finire al macero. Ci siamo fino a qui? Il macero è oneroso, la stampa è onerosa, la distribuzione è onerosa, i librai hanno la loro piccola percentuale, gli autori (almeno in teoria) ricevono qualche spicciolo. Domanda: come è possibile che la casa editrice ci guadagni?
    Spesso non lo fa per nulla e presenta conti economici in perdita. In teoria per l’esercizio economico successivo si dovrebbero ripianare le perdite e ripartire con altre produzioni con lo stesso meccanismo descritto sopra. Dal momento che i numeri del venduto, per tutti, sono in calo il giochino non funziona.
    Tagliano le spese. Editing spesso non eseguito, traduzioni del ‘900 rubacchiate qui e là, o taglieggiano traduttori con compensi ridicoli. Ma non basta ancora.
    Quindi come mai riescono a stare aperte?

  13. A tutti: grazie per i preziosi commenti, e grazie soprattutto a chi ha avuto il coraggio di citare le proprie cifre, statistiche, esperienze etc.
    Il panorama, come pensavo, è desolante. Me lo aspettavo più o meno così, e purtroppo non sbagliavo.

    Aggiungo un ragionamento elementare: ma se uno scrittore italiano non può dedicarsi ai libri a tempo pieno, come si può pretendere di alzare la qualità della nostra cultura? (sì, anche quella popolare, che per me ha pari dignità rispetto alle altre)

    • Hai perfettamente ragione. Personalmente non ho risposta alla tua domanda. Per quel che mi riguarda se scrivessi per guadagnare avrei già smesso. Però ho trovato ottimi lettori, e quando perdo motivazione ci penso e mi ritengo comunque fortunato.

  14. Qualcuno, mi pare De Crescenzo, una volta disse che gli scrittori italiani che vivono solo delle vendite dei propri libri si contano sulle dita delle mani. Credo sia sostanzialmente vero. Magari saranno anche due o tre volte di più, ma gli infiniti scrittori che, come me, popolano la rete è bene che abbiano chiaro un concetto: scrivere (per quasi tutti noi) NON è un mestiere. Dai romanzi non si ricava spesso abbastanza da pagare le spese. Dai racconti ancor meno. Delle antologie di poesie non ne parliamo neppure.
    Ricordo un’indagine secondo la quale una percentuale elevatissima di libri pubblicati vende una sola copia e un’altra percentuale rilevante non supera le dieci copie.
    I piccoli editori (a pagamento o no) vivono soprattutto delle copie acquistate dagli autori e dai loro amici e parenti.
    Personalmente, in attesa di ricevere un’offerta stratosferica da una casa editrice internazionale (eh, eh, è una battua, lo so che non è possibile), ho deciso di convertirmi al print-on demand (stampo quel che vendo) e, soprattutto, all’e-book, che distribuisco gratuitamente. Piuttosto che chiedere qualche centesimo, preferisco regalarli. A proposito eccoli qui, per chi li vuole: http://sites.google.com/site/menzingerbooks/home

    • Dati alla mano, per singola copia, guadagna più chi li vende a qualche centesimo (Che poi c’è gente che si lamenta che uno- due euro sono un capitale, eh. Assurdo, lo so xD) che chi pubblica un libro a 15 euro a copia. :O

  15. Considerato quanto costano un editing serio, il lavoro di un grafico per la copertina e – per i meno smanettoni – l’impaginazione di un ebook, sarei curioso di capire quanti scrittori riescano perlomeno a rientrare nelle spese 🙂
    Complimentoni per il blog, Alessandro. Una piacevole sorpresa.

  16. Alla fine quello che si evince è che in Italia nessuno ci guadagna con la scrittura. Sembrerebbe che di tutta la filiera libro quello con il ricavo percentuale minore sia lo scrittore, con un 8-10% del prezzo di copertina. Il distributore si accaparra il 50-60%, da cui va tolto lo sconto per le librerie, 25-35%, e le spese di gestione. Librerie che a loro volta, specialmente se di catena o di GDO, sparano sconti del 15% se no la gente non compra. L’editore, a conti fatti, si prende circa il 40-30%. Togliamo la stampa, circa 10-15%, e tutte le spese di gestione e i.v.a. Alla fin fine io editore mi porto a casa circa il 18-20%, lordi. Questo sul cartaceo.
    Nel digitale, tolta la stampa, ma aumentata l’i.v.a., da 4% a 21%, distribuzione sul 30-40%, e diritti d’autore del 30% (questo è quello che do io) si ritorna al solito 15-20%, però su un prezzo di pochi euro, gli ormai canonici 1,99 /2,99/3,99.
    Volumi di vendita…va beh dai domanda di riserva?

  17. Ciao Alex, con questo post hai inaugurato la sezione comica del tuo blog? 🙂
    Non si vive di scrittura, punto. Se sei uno dei pochissimi fortunati che pubblica bene con un grande editore, potresti cavartela un anno o due, con un buon successo da migliaia di copie (difficilissimo). Ma gli anni successivi? Riuscirai sempre a replicare lo stesso successo? E comunque entrare nel novero di autori per le Big è, ripeto, difficilissimo (impossibile, se scrivi horror). Il resto non esiste. Le case editrici medio-piccole ti fanno vendere meno di un ebook autoprodotto, distribuito con Narcissus senza neanche fare marketing. E in ogni caso, parlo di cifre che ti permettono, boh, di pagarti un caffè quotidiano al bar. Niente di più. Esiste Mondadori Category ma se sei bravo e fortunato, pubblichi un solo lavoro all’anno con loro, e ci vivi forse due mesi? Impossibile anche questa strada. Come ha già commentato qualcuno, non ci sono riviste a cui vendere racconti, che invece hanno permesso a gentaglia come Lovecraft, Howard, Woolrich di sbarcare il lunario. Forse l’autoproduzione di ebook è la “Black Mask” del ventunesimo secolo? Può darsi, io ci spero, ma in Italia i tempi non sono ancora maturi, si vende troppo poco. L’ultimo spiraglio rimasto è sceneggiare fumetti per un grande editore (Disney, Bonelli, Astorina), ma anche qui, i posti sono pochissimi, le possibilità infinitesimali, la concorrenza spietata, ci si contende una sceneggiatura saltuaria con il coltello fra i denti. E anche qui i volumi di vendita calano mese dopo mese. Sono convinto da anni che l’unica speranza sia l’estero, la lingua inglese, grazie agli ebook. Samuel M

  18. Splendido argomento. Ottimo post. Interessantissima la sequenza di commenti, ma sono molto indietro e mi ci vorrà un po’ per riuscire a leggerli tutti.
    Intanto, porto la mia esperienza.
    Con il primo romanzo – siamo a distanza di sei anni e mezzo dalla pubblicazione – sono riuscito a pagarmi un weekend a Venezia per due (e una cena – ma albergavano al Lido). Circa 250 euro dopo il primo anno. A questi hanno fatto seguito negli anni alcune altre decine di euro.
    Il secondo… lasciamo perdere.
    Nota interessante, ho piazzato un racconto nella selezione Segretissimo di Mondadori. Ben 150 euro per 30.000 caratteri. Roba da metterci la firma. Purtroppo non mi è ancora capitato di ripetere l’impresa.
    Altro anota interessante. Ho lavorato come ghostrider – anatema! Blasfemia! Eresia! Al rogo, al rogo! – e ho scritto un romanzo (che credo non sia mai stato pubblicato). Mi è stato pagato entro sei mesi dalla consegna del file di testo: 5 euro a cartella per quasi 450 cartelle (non ricordo bene).
    Forse conviene lavorare nell’ombra?

  19. Io credo che puoi vendere tanto o anche 6-7 e-book autoprodotti al mese se hai un seguito di lettori. E tu ne hai, basta vedere quanti commenti ci sono a ogni singolo articolo che pubblichi 🙂 .
    Il fatto che un autore con piccolo editore venda poco è un dato di fatto. Spesso l’editore è poco più di un neofita e non ha tanti contatti (o demanda la promozione in todo all’autore) e, anche se li ha, i contatti sono bombardati di pubblicazioni nuove quotidiane. Si pubblica a raffica. E arriva roba buona e roba pessima. La questione è effettivamente molto complessa e, al di là di tutto, nessuno ci campa pubblicando. Ci campano quelli che fanno “I corsi di scrittura creativa” (2000/3000 euro ad aspirante scrittore) e “Le grandi agenzie” che ti fanno una valutazione a partire da 450 euro + editing che non te lo dico a che prezzo. Quelli sì che campano, ma gli autori, a meno che non abbiano scritto tipo 15 best seller e vendano anche all’estero non ci possono campare.
    Alcuni editori non danno nemmeno il 3%. Lessi che c’erano alcuni editori che davano lo 0%. Poi non so se sia vero o meno.

  20. posto un’opinione da editore in merito all’interessantissima questione.

    rappresento una piccolissima e recente realtà editoriale. Pubblichiamo in digitale, con opzione (in caso di romanzi) di distribuzione POD via Amazon.
    Selezioniamo gli autori che ci sembrano più interessanti e in linea con le nostre corde, quelli su cui investire, spendere e puntare, consapevoli che i numeri consentiranno di ottenere un ricavo solo quando nel gruppo emergerà la rivelazione trainante. Di fatto è un lavoro che si fa per vocazione e passione, con denaro e tempo a disposizione.

    Ovviamente, guardando i numeri sembrerebbe ovviamente più conveniente ad un autore autopubblicarsi in digitale ed anche utilizzando le opzioni di POD offerte ad esempio da Createspace.

    Consentitemi di spezzare una lancia a favore del lavoro dell’editore.
    Questo è qualcosa di più che il semplice smistare l’opera di un autore, imbellettandola e intascando una buona parte dei profitti. Messa così il lavoro dell’editore somiglia molto a quello del magnaccia!
    Il punto è che dei tanti autori scovati, auto proposti o consigliati, non abbiamo MAI trovato (neanche per i più bravi) uno scritto che non avesse necessità di un minimo lavoro di revisione editoriale. Questa fase è rilevante, per un autore, nel caso ci si senta interessati a pubblicare un lavoro di qualità e non semplicemente a pubblicare. A ciò aggiungiamo il confezionamento del prodotto in una veste accattivante e una impaginazione ben fatta, controllata e purgata dai refusi. Mettiamo anche l’attività di promozione, che possiamo duplicare nel suo effetto, sommando la promozione diretta per l’opera e quella con effetto a cascata derivante dalla promozione della casa editrice e quella della linea. Il brand, insomma (compro un iPhone perché è uno smartphone che funziona, ma anche perché mi identifico nella linea Apple).

    Ovviamente un autore che desidera un prodotto di livello può organizzare da sé tutte queste attività, supportandone i costi, oppure affidarsi ad una casa che stimi o che senta vicina nelle scelte (in cui identificarsi), che investirà in lui supportando questi costi ricaricandoli sulle royalties.

    Entriamo nell’argomento diritti. ai nostri autori riconosciamo una media del 20% sugli introiti al netto dell’IVA. ciò ci è possibile perché avendo scelto di pubblicare in digitale, saltiamo una serie di costi che riguardano la distribuzione, il posizionamento in libreria e l’accantonamento di cifre da dedicare ai resi. Di contro la spesa secca sulla distribuzione digitale incide tra il 35 e il 40% del costo lordo (IVA compresa), comprendendo anche la percentuale dovuta agli intermediari come Simplicissimus o Immateriel (non necessari quando si devono pubblicare due o tre titoli, indispensabili quando hai una scuderia di autori e pubblicazioni).

    ecco che alla fine ci troviamo con una divisione pressoché alla pari dei ricavi.

    Per quanto riguarda le vendite, queste sono un mistero che mi piacerebbe svelare. Per quanto riguarda i nostri autori posso solo dire che in circa 8 mesi di concreta attività di vendita e commercializzazione la nostra autrice di punta ha realizzato circa 1200 copie vendute, distaccandosi progressivamente dagli altri. Sappiamo però che il recente utilizzo del POD, ulteriori iniziative di commercializzazione (social, stampa, interviste, recensioni, presentazioni) e l’effetto moltiplicante dato dalle precedenti vendite, porterà inevitabilmente questi numeri a crescere.

    Ultima nota riguarda la traduzione.
    Abbiamo autori stranieri su cui abbiamo deciso di investire ulteriormente traducendo. Fin qui ci “limitiamo” ad aggiungere alla consueta catena di produzione il lavoro di una redazione esperta in lingua, del traduttore e le spese relative.

    Discorso a parte la pubblicazione all’estero. Il mercato prossimo su cui ci affacceremo sarà la Francia (dopo la Germania, il più interessante per numeri). L’operazione sarà complessa e costosa. Oltre ai costi di traduzione per portare i nostri autori oltralpe, occorrerà anche mettere su uno staff di redazione, promozione e commercializzazione dedicato alla Francia.

    Uno sforzo economico ed organizzativo che i piccoli editori non possono normalmente permettersi e che potremo affrontare, a tempo debito, con il giusto supporto di investitori solo grazie al buon lavoro fatto finora.

    Chiudo ringraziando dello spazio concesso e dell’attenzione a questa prolisseide, con una riflessione: In italia non si legge e si legge sempre meno. ovunque si vada, all’estero, in metro trovi gente con un libro in mano. Da noi solo smartphone e giochini. Credo che sicuramente le responsabilità siano da cercarsi nelle famiglie e nella scuola, ma questo è solo l’effetto finale di una politica che ha messo la cultura come ultimo interesse nazionale e che continua a non vedere in Arte e Cultura l’unico “core business” possibile per il futuro rilancio del nostro paese. L’effetto finale di un paese che ha riniciato alla cultura probabilmente in tempi remoti, ad occhio direi dal dopoguerra, quando il patto di supporto con gli USA (Marshal) incluse l’accettazione di una quota di prodotti dell’industria culturale statunitense.
    Non intendo demonizzare le culture extranazionali, anzi, credo che ogni apporto arricchisca. Quel che è stato diabolico però è stato l’atto di deresponsabilizzazione culturale voluto dai politici di allora a mai recuperato fino ad oggi. Basta guardare lo stato della scuola per rendersene conto. basta guardare oltralpe per capire cosa è una politica di tutela della cultura del proprio paese.

    Marco De Luca – meme publishers

  21. Ho scritto il mio primo romanzo facente parte di una trilogia. Se tutto va bene, penso di pubblicarlo come e-book entro l’inverno. Mi sono disegnata le copertine e sto creando i video-trailer. Vedremo cosa ne vien fuori. Leggendo un po di post, mi rendo conto che per un autore la vita è davvero dura. Siamo come al solito in un mondo in cui chi più ha soldi più va avanti e anche in questo campo la regola non si smentisce. Ma si sapeva già. Il compianto Giorgio Faletti, mi pare abbia venduto 4 milioni di copie del suo libro ” Io uccido”. Non l’ho letto, vi dico la verità, scrivo ma leggo poco. Immagino comunque sia un bellissimo libro. Quello che però mi lascia sempre perplessa è che i nomi famosi…vendono. Non hanno problema di finanziarsi i libri e poi, sono conosciuti. quindi i fans e non solo, sono incuriositi ed entrano a far parte di quella bella fetta di popolo che va in libreria a comprarsi il libro. Poi per amor del cielo, …successo meritatissimo. Quindi cosa dobbiamo fare noi, che da
    perfetti sconosciuti, siamo già sicuri che la nostra fatica letteraria non la vedrà mai nessuno oltre che qualche collega di lavoro, che impietosito, ti dice:

    Dai, è un bel romanzo. Stai tranquilla, io una copia te la compro sicuramente!”

    Dobbiamo solo credere nella nostra creazione. Io è questo che faccio. A me, e lo dico sul serio, non mi interessano le case editrici. Metto il mio romanzo sul web in vendita e se sarà un romanzo valido, sono certa che qualcuno lo comprerà. Il successo lo si raggiunge col passa parola. Se scriverete un libro che ha valore prima o poi qualcuno lo noterà. Poi, se una casa editrice si interessa al mio romanzo, allora sarà lei a vedersela con me e sarà io a decidere se accettare o meno la loro proposta e se proposta ci sarà. non sarà certo a favore loro. Nessuno mi contatterà mai? Poco importa. Io mi rivolgo ai lettori. il Web è un buon mezzo per farlo. Unica cosa che secondo il mio modesto parere serve davvero è una buona pubblicità. Se il vostro romanzo resta nell’ombra, se pur bello non lo noterà mai nessuno. Createvi i blog, mettete il primo capitolo del vostro romanzo ovunque. Fatevi pubblicità! Non aspettate gli editori, …campa cavallo! Sono pazza? Forse! Ma io credo in me e nei miei lavori. Figuratevi che miro già a vederci un film dal mio romanzo, pensate mi fermi dal provarci?…

    Credete in voi e lasciate perdere gli strozzini! Se poi proprio non va, che vi importa. Intanto un libro lo avete scritto e già questo per me è un traguardo raggiunto da aspirante romanziera. Poi almeno ci avete provato e non avete nulla da rimproverarvi e sopratutto la soddisfazione di non aver fatto mangiare quelle persone che vogliono vendere il vostro romanzo, nato dalla vostra fantasia a 10 euro per dare a voi solo 1% del guadagno a libro. Naaa…piuttosto lo regalo agli amici a natale!

    fenice59.

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