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Morti di Fama, e un po’ anche di ipocrisia

Morti di Fama

Ho letto questo libretto edito da Corbaccio Editore, Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web, scritto da Giovanni Arduino e da Loredana Lipperini.
Dalla sinossi si propone di essere un saggio sugli abusi del lato social di Internet, e sulla dipendenza che esso può provocare, alla ricerca del quarto d’ora di celebrità tanto citato da qualche decennio (sì, anche negli anni pre-internet) a oggi. Il libro, che si legge in un paio d’ore, al prezzo non esattamente friendly di 12.90 euro, si risolve in realtà in una disquisizione sulle dinamiche e sui difetti dell’editoria self-publishing. Tale argomento copre circa il 70% del volume.
Morti di Fama non manca di riportare dati interessanti e di sottolineare molte brutture che caratterizzano il mondo degli editori autopubblicati. Parlo di robe quali le autorecensioni, le recensioni a pagamento, la ricerca disperata della visibilità sui social network, il tempo sottratto alla scrittura e dedicato alla promozione, etc etc.
Posto dunque un generale interesse che suscita il saggio, almeno per chi si occupa di editoria e di scrittura, c’è da dire che il libretto di Arduino/Lipperini mi ha fatto arrabbiare fin dalla prefazione.

Fin dal capitolo introduttivo si capisce infatti che i due autori sono di parte. Asseriscono di non guardare con simpatia né a Google né ad Amazon (nota bene che Morti di Fama è regolarmente in vendita su Amazon). Salutano poi il lettore con un incoraggiamento a proseguire che suona così: “Questo libro non ha bisogno di pile ricaricabili per essere letto“.
E allora più o meno si capisce già dove andremo a parare.

Non a caso, dopo aver liquidato in poche pagine i fenomeni di uso e abuso di social network (gli Youtubers, gli Hater Blogger, le “Barbie viventi” e altri casi umani), l’attenzione del testo è tutta concentrata su chi si diletta in scrittura, autopubblicandosi su Amazon e su altri portali simili. Saltando, cioè, l’intermediazione dell’editore.
Ripeto, onde evitare fraintendimenti: Arduino e Lipperini riportano dati interessanti e sono bravi a denunciare fenomeni di malcostume che abbondano nel self publishing. Del resto nessuno ha mai detto che stiamo parlando del paradiso o del sistema perfetto.
Ovviamente (si fa per dire) i due autori si guardano bene però a precisare che il medesimo malcostume è diffuso nell’editoria tradizionale, tra contratti non rispettati, royalties irrisorie e spesso non corrisposte, finti autori spacciati per persone reali (celebre il caso Lara Manni), in tristissime strategie per far colpo su uno specifico mercato (i teenager, per esempio).
Per non parlare poi del plagio, che Arduino e Lipperini citano come uno dei mali che tormentano il self publishing, ma che è ben diffuso anche nell’editoria tradizionale (cito ancora il caso Lara Manni: autrice inesistente, data per vera e vivente, che scriveva libri clonati dalla trama del celebre manga Inuyasha).
Idem per le fan fiction, che io pure odio a 360°.

Praticamente, secondo gli autori, saremmo tutti così.
Praticamente, secondo gli autori, saremmo tutti così.

La parzialità di Morti di Fama è quindi molta, direi preponderante, al punto da trasformarlo in un saggio decisamente di parte. Il che non è un dolo, si capisce, bensì un dato di fatto che ci tenevo a condividere con voi, lettori di Plutonia.
Perché le lezioni di morale e di deontologia professionale sono quasi sempre sgradevoli, soprattutto se nascondono un tirare l’acqua al proprio mulino, e delle non limpidissime posizioni di partenza.

Anche le valutazioni assolutamente negative fatte nei confronti di Google, Twitter, Facebook, Amazon (soprattutto quest’ultima), le accuse di “non fare cultura, bensì solo capitalismo”, sono un tantino ridicole, almeno secondo il mio punto di vista.
Di certo si tratta di aziende che mirano soprattutto al guadagno, con molte luci e molte ombre, ma i discorsi di Arduini e Lipperini sembrano quelle che i costruttori di diligenze facevano a inizio ‘900, che accusavano i primi produttori d’auto di uccidere la poesia di un bel viaggio a cavallo.

Ma per favore.

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

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55 risposte a "Morti di Fama, e un po’ anche di ipocrisia"

  1. Dai Alex, che sono tenerissimi se davvero credono che la Case Editrici lavorino per fare cultura e non per fare soldi.
    E vabbè, poi c’è l’ipocrisia di vendere su Amazon quando lo si critica, ma loro lo fanno per diffondere la cultura. Solo loro.
    Ah, e poi c’è il linguaggio ottocentesco nel chiamare le batterie, nell’infelice battuta iniziale, “pile ricaricabili” che nemmeno mio nonno.

    Ricordo di aver letto, tempo fa, sul web, un post di qualcuno che consigliava molto i libri di questa Lara Manni.
    Ah, si, era un post dell’autrice del libro, della Lipperini.

    1. Sbaglierò, ma un saggio del genere dovrebbe essere più equilibrato e spiegare perché, soprattutto qui da noi, gli editori non riscuotono più la fiducia di nessuno, se non quella dei lettori generalisti.
      Essendo stato poi presentato come un libro sugli aspetti oscuri dei social network, non capisco perché concentrarsi così tanto sul self publishing.

      Ah, no, aspetta… Lo capisco 😛

      Sul caso Manni ho sentito anch’io qualcosa del genere, ma non ho mai letto un verdetto definitivo sulla faccenda.
      Rimangono molte ombre e una sgradevole sensazione di presa per il sedere del lettore.

  2. Una delle prime cose che si impara a un corso per agenti di commercio (ma anche di marketing) è di non parlare mai male della concorrenza. Denigrare in continuazione un concorrente è vile e controproducente.
    Qualcuno lo vada a spiegare a questi signori dell’editoria tradizionale, perché si dovrebbero preoccupare di più di migliorare il loro lavoro, che insultare quello degli altri.

    1. Ho trovato molto interessanti le sottolineature di alcuni brutti aspetti del self publishing, su tutti i siti che vendono recensioni, e chi si compra i libri da solo per farli salire in classifica Amazon.
      Sono cose orrende, che vanno portare a galla.

      Detto ciò, l’accusa del capitalismo che ammazza la cultura è veramente ridicola. Un tirare l’acqua al proprio mulino, mentre al contempo si “sfrutta” il medesimo capitalismo.

    2. Tutto il comparto di mercato del self-publishing è fondato sulla denigrazione dell’editoria tradizionale, perchè se dovesse basarsi sulla qualità del prodotto starebbero freschi. C’è un mucchio di nerd facilmente separabili dai loro soldi che comprerebbero qualsiasi puttanata purchè digitale e ‘indipendente’.

  3. Ecco perche’ non lo acquistero’:
    “Questo libro non ha bisogno di pile ricaricabili per essere letto“
    Purtroppo il mio ebook reader necessita pile… una vendita in meno e un clamoroso autogoal da chi si erge paladino di cultura.

  4. mi sono sempre chiesto perchè questo uso terroristico della parola capitalismo, come se fosse un male!
    il capitalismo è solo un sistema economico di per se neutro che dice che un privato mettendoci soldi e lavoro e facendo liberi scambi con un mercato con lo scopo di guadagnare…. è cosi mostruoso? credo che una buona metà di quà dentro si guadagna il pane in questo modo.
    semmai i problemi che possono nascere in certi contesti sono di natura morale e non economica! come il piccolo commerciante che fà la cresta ai clienti alle multinazionali che sfruttano il lavoro di persone povere per pochi spicci, li è una questione di morale e non economica e in quanto sistema economico il capitalismo è amorale.
    non è che il libro è anche un pochetto radical chic?

    1. Di solito chi parla male del capitalismo non ha problemi particolari di liquidità, e può permettersi di vaneggiare mondi utopici in cui la plebe vive felice, senza bisogno di arricchirsi.

  5. io ricordo molto bene il caso Lara Manni scoppiato per un bollino siae a nome della Lipperini, magari noi siamo malfidenti però non mi risulta che l’autrice abbia mai fatto chiarezza, né sopratutto si sia scusata così lettori che era l’unica cosa sensata da fare.
    Da lettore mi sono fatto l’idea che un gruppo di editori, autori & maitre a penser molto influenti incomincia a veder mancare un po’ di terreno sotto ai piedi, con fette di mercato e credibilità che iniziano a rosicchiarsi. Da qui il nervosismo, sempre però mantenendo la consueta spocchia.
    L’autoreferenzialità di cui accusano il mondo web (ed in parte è pure vero intendiamoci, ma a volte è semplice stima reciproca) è paradossalmente il loro segno distintivo, basti aver letto qualche loro blog o carmilla on line per farsi una idea.
    Non solo. Chi denuncia tattiche aggressive del web marketing dimentica di essere stato probabilmente un antesignano o quantomeno di averne beneficiato. Probabilmente nessuno si ricorderà le polemiche su newsgroup e affini per le traduzioni di Stephen King a cura di Tullio Dobner, discussioni accese per la traduzione di un “i gonna fuck you”, che pretendevano note a margine per i giochi di parole, etc. Discussioni infinite e anche aggressive, e forse la cache di google dovrebbe aver conservato qualcosa.
    Un piccolo indizio: di chi sono le ultime traduzioni di King?
    P.S. googlando ho trovato http://laramanni.wordpress.com/2010/05/19/wu-ming-1-traduce-stephen-king/ una accorato peana di Lara Manni a Wu Ming 1, con tono finto-distaccato. Ma, ripeto, sono chiaramente io ad essere malfidente e sono sicuro ci sia un’altra spiegazione, un autore non userebbe mai tecniche che condanna poi nei saggi

    1. Sì, siamo tutti dei discoli diffidenti, Dio ci perdoni!

      Sul caso Lara Manni tutto si è risolto in un gran poco di classe “non ne parliamo più, così si dimenticano”.
      Forse non hanno considerato che uno dei mostri che tanto temono, Google, ha il superpotere della memoria infinita.

      Che poi, per carità, io per primo dico che sul web e nel self publishing ci sono delle cose orribili, delle consuetudini da folli malati di mente.
      Però che il web 2.0 venga rappresentato come il Demonio da chi… Vabbé, forse è meglio se lascio perdere 😛

      1. Stefano, io sono tradotto (in Inglese e Giapponese), pubblicato da “veri editori” in libri cartacei.
        E sono anche editore di me stesso per alcune cose che ho voglia di gestire da me.
        Se la cosa ti urta, credo dovrai fartene una ragione.
        Per il resto, riduciamo proprio tutto a livello di copie vendute?
        Perché se conta solo il numero di pezzi venduti, temo che ci siamno molti calciatori che spostano molte più copie di Luther Blissett e dei Wu Ming.

  6. L’indimenticabile caso Lara Manni! Che dire? Ciao coerenza, non sapevo ci fossi anche tu! 😀
    Quanto al resto… con la frasetta delle pile ricaricabili si sono giocati il mio acquisto (sto mentendo, non l’avrei comprato lo stesso).

  7. Ci ho pensato e ripensato, ho cercato un commento intelligente, pieno di significati, magari sferzante ed ironico, etc. ma niente da fare.
    Di fronte a certi libri che sostanzialmente pretendono di diffondere la (loro) verità sul mondo e sulle cose l’unico commento che mi viene da riovolgere agli autori è “ma perché non vi fate un pacchetto di c… vostri?”. 🙂

      1. Lecito esprimere dubbi e valutazioni personali si, farci un libro da vendere a più di 10 Euro beh… qualche dubbio mi viene.

  8. Secondo me, il self publishing, se hai almeno un bravo curatore che fa l’editing, ti permette di sparare sul web un prodotto di qualità completamente indipendente dall’editoria tradizionale… è fantastico. E se i lettori saranno pochi, saranno comunque lettori soddisfatti!

  9. Sono segnali di un crescente nervosismo.
    È di nuovo il vecchio “i pazzi hanno preso il controllo del manicomio” – e questo non piace a chi il manicomio lo considerava una propria sinecura.
    Ciò che è importante sottolineare è che se loro sono in guerra con noi (parlo da autore/editore), noi non siamo in guerra con loro: io non intendo sottrarre lettori alle major, e dubito che gli affezionati lettori dei padroni del manicomio abbiano il minimo interesse per ciò che scrivo.
    A mente fredda, è facile vedere come l’editoria indipendente (elettronica o cartacea) e le autopubblicazioni non costituiscano una minaccia per gli autori tradizionali.
    Ma forse la questione è diversa – è una questione di autorevolezza.
    Si vuole preservare il ruolo di superiorità intellettuale, postulando una superiorità morale.

    1. Sì, bravo, dici bene.
      Parte del libro è pervaso proprio da questo sottotesto: “Ora tutti vogliono scrivere e farsi leggere. Questa cosa è intollerabile”.
      Quindi torniamo al libro considerato come un prodotto scremato dall’élite, e spesso destinato a un’élite appena un poco più grande.
      Non a caso in Italia i lettori sono pochissimi, da decenni.

    2. Sì, credo anche io che di fondo si voglia più che altro difendere un feudo “morale”. tra l’altro la questione non è nemmeno così nuova.

  10. La Lipperini è una che se la tira, ma se la tira… Purtroppo c’è chi la osanna e gli fa da zerbino e pure da megafono, come d’altronde accade con altri showmen della letteratura italica (vedi Baricco e i divinizzati Wu Ming…)

  11. Alcuni argomenti sono potenzialmente molto interessanti, come l’analisi dei social: basta pensare all’isteria di ieri, quando Facebook era down. Ma altre… parlare di capitalismo, ad esempio, non lo trovo molto azzeccato. Primo perchè quel sistema economico tocca tutti, anche l’editoria tradizionale, e poi perchè anche in sistemi diversi non mi pare che l’editoria fosse così florida.

    La parte delle pile ricaricabili ho impiegato qualche secondo a decifrarla, e mi ha solo fatto ricordare la mia infanzia passata sul Game Boy. Oggi persino i telecomandi vengono sostituiti dagli smartphone!

  12. Mi sono fermato a: “Questo libro non ha bisogno di pile ricaricabili per essere letto.”
    Poi ho continuato.
    Che dire, sinceramente non conoscevo il caso Lara Manni (né, del resto, conoscevo la Lipperini prima di maggio). Non dubito che parecchie storture messe in luce dagli autori siano reali, ma se ci sono prese di posizione talebane come quella sopra riportata rischia di diventare una lettura piuttosto antipatica. Anche se, ti dirò, la parzialità di un saggio va sempre messa in conto.

  13. “Fin dal capitolo introduttivo si capisce infatti che i due autori sono di parte” – mentre io, che non per niente ho questo splendido blog, ho ricevuto in dono l’obbiettività assoluta e non sopporto chi viene a disturbare il mio piccolo business che non ci riesco nemmeno a pagare il mutuo.

    1. Ma questo è un blog – da anni si dice che il blogger non ha dignità di giornalista perché esprime liberamente le proprie opinioni senza un controllo editoriale.
      Ora glielo si rinfaccia perché ci è andato contropelo?

  14. “Gli editori non riscuotono più la fiducia di nessuno, se non quella dei lettori generalisti” – mentre le masse, quelle che leggono sempre lo stesso libro di ‘ggenere’ purchè ogni tanto cambino il titolo, si sono lanciate a branco nel self-publishing con gli splendidi effetti che sappiamo (‘un Nuovo Rinascimento!’).

  15. “Bleah, il self-publishing… Ma io dico: come si fa a comprare un libro self? Non hai la certezza della qualità, non conosci l’autore, trovi la presa per il sedere… Non si può comprare il self… Comprate invece il mio libro, che si trova solo in digitale su Amazon e altri siti e ha bypassato l’editore. No, aspè… è sempre self-publishing 😀 Allora comprate il mio perché questa volta l’ho affidato a un editore e accuso il self-publishing… Mmm… Sa comunque di ipocrisia… Compratelo allora invece perché voglio diventare famoso… mmm, dannato titolo… Ehm, sapete che vi dico: comprate il libro e basta. Ecco.”
    Più o meno, questo è quello che ho pensato mentre leggevo l’articolo… Poi se c’ho azzeccato o meno, non m’importa nemmeno 😀

  16. “Lara Manni”, *casualmente* scriveva i post del mercogiovedì con Giovanni Arduino, spesso a tema (rigorosamente *contro* ) editoria-self publishing-amazon, e per ritornare a King ora, *casualmente*, è proprio Arduino a tradurlo, dopo la fallimentare parentesi wumingesca (vendite, qualità della traduzione, maldestra sponsorizzazione del traduttore pompata dal nome in copertina)
    Anche Arduino, naturalmente, è sotto lo stesso agente editoriale di King, Wu Ming, Lipperini e “Manni”: Roberto Santachiara.
    Per quanto attiene a Morti di fama si dice che si scrive sempre di cose che si conoscono bene… come dire, conoscendo l’attività webbica dei due autori, che è un saggio propriamente autobiografico, nel titolo e nei contenuti.

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