Scrivere come John Brunner

abominazione atlantica

Due episodi slegati riconducono a questo post.
Il primo riguarda un amico che non perde occasione di ricordarmi – non riesco a capire se con sarcasmo o meno – che “scrivo troppo”. Quando sono di luna traversa mi viene da pensare che dietro a tale affermazione ci sia un po’ di inutile invidia. Dico inutile perché magari io scriverò anche “troppo”, ma lo faccio sacrificando un sacco di tempo ed energie, mica rimanendo in spiaggia con un Cuba Libre e una Moleskine.
Il secondo episodio riguarda la rilettura che sto attualmente facendo di un vecchio romanzo breve di John Brunner, Abominazione Atlantica. Forse non è il suo miglior lavoro, eppure io – si sa – adoro le storie coi mostri giganti.
Di Abominazione riparleremo prossimamente. Nel mentre ho colto l’occasione per sbirciare la bibliografia dell’autore britannico (1934-1995)…

Brunner ha scritto oltre 80 romanzi – lunghi e brevi – e un gran numero di racconti, fino a totalizzare la bellezza di 177 opere pubblicate, dal 1959 alla sua morte.
Purtroppo in Italia è stato ampiamente snobbato, nonostante sia uno degli esponenti più importanti della golden age della fantascienza inglese, nonché anticipatore di tante tematiche che attualmente vanno per la maggiore (per esempio la distopia).
Delle scarse traduzioni che gli hanno riservato gli editori italiani vi consiglio di recuperare l’ottimo Tutti a Zanzibar, considerato appunto un capolavoro della fantascienza distopica, nonché vincitore del premio Hugo del premio BSFA nel 1968.

Ciò detto, torniamo sui meri dati statistici.
Ottanta romanzi, centosettantasette opere totali pubblicate. Quindi anche Brunner era uno che “scriveva troppo”? Probabilmente sì, anche perché coi suoi scritti ci pagava le bollette e la spesa.

Personalmente rimango dell’idea che un autore possa migliorarsi unicamente continuando a scrivere, e che non ci sia altro modo per ambire alla professionalità (ossia a campare di scrittura) se non quello di cercare di farsi pubblicare più titoli possibile (o di autopubblicarli con dignità e qualità).
Resta poi la totale libertà dei lettori di comprare e leggere i titoli di ciascun autore coi ritmi che preferiscono. Se c’è una cosa bella dei libri – e ancor più degli ebook – è che essi non deperiscono né hanno una data di scadenza.

John Brunner
John Brunner

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9 commenti

  1. Scrivere “troppo”, nel senso negativo, e unico mi sembra, del termine, non va bene se questo troppo in qualche modo diminuisce la qualità di quello che si scrive, la diluisce insomma. Scrivere “tanto” invece, va bene, molto bene, direi. Di quanti scrittori ci siamo detti “ah, se avesse scritto di più…” dopo aver letto tutto quello che avevano scritto? Nel tuo caso, se ti dovessi rendere conto di scrivere “troppo”, allora basterebbe rilassarti un attimo e scrivere meno. Nessun problema.

  2. Brunner scriveva a due livelli – il suo catalogo comprende titoli impegnati e impegnativi (Tutti a Zanzibar, La Scacchiera ecc.) e titoli “leggeri” sfornati a tempo record per pagare i conti.
    Ciò che è interessante è che il livello resta sempre molto alto.
    Quanto a quelli che dicono che si scrive troppo, sono spesso gli stessi che sostengono che l’elevata produttività corrisponde ad una bassa qualità – cinque pagine scritte in un anno sono meglio, secondo loro, di cinquanta scritte in una settimana.
    Sono idioti.

  3. beh, il “troppo” connota un giudizio negativo e quindi andrebbe contestualizzato. “troppo” perchè non riesci ad avere una vita privata? “troppo” a scapito della qualità? “troppo” per XXXXXX? non mi pare sia nessuno di questi casi, quindi continua… 😉 a proposito di Brunner, invece: Tutti a Zanzibar davvero ottimo romanzo distopico, da accostare a L’orbita spezzata e Il gregge alza la testa. insieme fanno una trilogia della distopia molto interessante.

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