8 secondi

8 secondi

Persi 4 secondi in 15 anni – I test sono stati effettuati su un campione di 2mila intervistati e 112 soggetti canadesi che si sono sottoposti a elettroencefalogramma. I risultati evidenziano che nel giro di 15 anni il tempo medio di concentrazione di un uomo è sceso di quattro secondi, passando dai 12 del 2000 agli otto di oggi. La colpa sarebbe dell’abitudine al “multitasking” indotta da smartphone, dispositivi digitali e social network, che ci induce a passare da un’informazione all’altra talmente velocemente da non consentirci un’adeguata concentrazione. (Fonte: TGCom)

In compenso le medesime ricerche evidenziano quanto l’utente medio sia diventato capace di gestire più attività contemporaneamente, per esempio mettere un like su Facebook, fare un retweet, mettere un “mi piace” su Instagram e controllare se su Netflix sono state caricate altre serie TV.
Queste ricerche vanno a braccetto con quanto spiega l’articolo Perché non riusciamo più a leggere, di Hugh McGuire, tradotto per l’Italia da Gianluca Licciardi.

Scopriamo che i mezzi digitali e i software sono stati progettati per addestrarci a prestare attenzione a loro, anche quando siamo impegnati a fare altro.

Dice – appunto – un passaggio dell’articolo di McGuire.
E ancora:

Ogni nuova email dà luovo a una piccola inondazione di dopamina. Ognuna di queste piccole inondazioni rinforzano al cervello l’associazione tra il controllo della posta e la dopamina. E i nostri cervelli sono programmati per dare la caccia alle cose che ci danno queste iniezioni di dopamina. In più, questi modelli di comportamento iniziano a creare sinapsi in grado di trasformarli in abitudini inconsce: lavora su qualcosa di importante, prurito al cervello, controlla la posta, dopamina, aggiorna, dopamina, controlla Twitter, dopamina, di nuovo al lavoro.

Quindi sarebbe in atto una vera mutazione chimica nei nostri cervelli, che va a braccetto con quella comportamentale. McGuire si chiede come possono i libri competere con una soglia di attenzione così bassa,  con una costante voglia del nostro cervello di dedicarsi ad altre operazioni, più rapide e “appaganti” (virgolette d’obbligo).

Non mi nasconderò dietro un dito: pur essendo un lettore forte, ho calato parecchio i miei ritmi, soprattutto da quando i miei lavori – da autore e da analista dati – mi hanno abituato a rimanere online anche per sette/otto ore al giorno.
Leggo meno, sono più selettivo e spesso non concludo quei libri che nel giro di una trentina di pagine non riescono a conquistarmi con qualche sensazione forte.
Ah, sì: quando leggo sono più incline a fare pause e a distrarmi, magari per controllare Twitter o Gmail.
Inoltre preferisco la narrativa medio-breve, argomento trattato recentemente in questo post di Strategie Evolutive.
Insomma, sto mutando anch’io.

Ma – obiettivamente – la situazione là fuori è già ampiamente compromessa.
Non a caso gli esperti di comunicazione lanciano da tempo dei proclami riguardanti l’analfabetismo di ritorno.
Molti sono complici di questa pandemia intellettiva, in primis certi giornalisti, che concentrano il succo del discorso nei titoli degli articoli (consapevoli che i lettori non apriranno nemmeno il link in questione), oppure fanno dell’ignobile click-bait con dei termini immediati, che coprono esattamente quegli otto secondi d’attenzione di cui molti nostri simili sono dotati.

Poi ancora mi chiedono perché a volte mi vien voglia di smettere di scrivere per dedicarmi ad altro.
Non succederà, non a breve, ma vi assicuro che questa faccenda della soglia di attenzione bassissima la vivo sulla mia pelle, pubblicazione dopo pubblicazione.
Dal mio modestissimo punto di osservazione posso vaticinare che presto o tardi gli unici lettori diventeranno a loro volta autori (il processo è già in atto da un po’), perché gli altri non avranno – nemmeno volendo – i meccanismi mentali per affrontare una lettura complessa e di media lunghezza.

PS: La vignetta è di Scottecs.


(A.G. – Follow me on Twitter)

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