Il nemico dentro di noi

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Questo è un mondo in cui gli Stati Uniti si sono lentamente e inaspettatamente, ma con molta evidenza, sfilacciati. Come altrettante nazioni al culmine del potere, i dissapori, le tensioni etniche e singole questioni politiche hanno lacerato il tessuto sociale.
La società si è spezzata e frammentata: politicamente, socialmente e culturalmente. Conflitti intergenerazionali, aggravati da una disoccupazione senza precedenti, hanno dilaniato chiese, quartieri e famiglie. Le tensioni razziali sono una polveriera nelle grandi città, come nei sobborghi.
Gli Stati Uniti sono diventati una società incivile, dove lo spettro dell’incertezza incombe su ogni attività quotidiana. La violenza può fare capolino in ogni istante e nei posti più impensati.
Non sembra esserci alcun rifugio.

In simili circostanze sociali, il capitale e le aziende stanno abbandonando il paese. L’economia della nazione procede faticosamente a livelli a malapena sostenibili. L’agricoltura, l’assistenza sanitaria e il settore farmaceutico, i negozi a buon mercato, i servizi per la sicurezza personale e il campo edilizio sono alcune delle poche note positive di questa economia disastrosa. Le coalizioni governative si impegnano per trovare un’adeguata risposta nazionale a una crisi in apparenza senza fine. Tutti gli altri compiti e obblighi nazionali sono considerati secondari quando il paese guarda dentro se stesso e vede il punto di svolta più critico dei suoi duecentocinquanta anni di storia.

Inquietante? Vi fa paura vivere una situazione simile? Avete brutti presentimenti sul mandato presidenziale di Donald Trump? Oppure appartenente agli intellettuali che pensano che sia stato Obama a combinare disastri interni e soprattutto esteri?
Ebbene, ho per voi una sorpresa.
Questo non è un articolo di attualità, bensì uno degli scenari scritti da un team di futurologi, a inizio 2000, per conto del Governo americano. Piccola parentesi:

La futurologia è il tentativo di prevedere, con un approccio scientifico, il futuro più o meno remoto dell’umanità. Il termine futurologo talvolta descrive anche consulenti di management che aiutano aziende e altre organizzazioni a comprendere una serie di andamenti e tendenze globali, a operare la gestione del rischio e a conoscere potenziali opportunità di mercato.

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Questa ricerca si chiamava (si chiama ancora) Progetto Proteus e aveva come obiettivo quello di delineare alcuni scenari eterogenei su quali condizioni potrebbero caratterizzare il mondo nel 2020. I ricercatori del Proteus hanno sfruttato tutte le loro conoscenze per immaginare un mondo proiettato vent’anni nel futuro, con particolare attenzione agli interessi americani e alle minacce che essi potrebbero subire in questo ventennio.

Il Progetto Proteus comprendeva esperti nel campo dell’economia, della fisica, dell’ingegneria, della finanza, della fantascienza e perfino della poesia (!)
Degli scenari ipotizzati dal Proteus, tre sono stati valutati più possibili. Quello che vi ho esposto oggi è intitolato Il nemico dentro di noi.

Per oggi non occupiamoci degli altri due scenari, bensì diamo uno sguardo al lavoro di un altro futurologo, Peter Schwartz che, tra i tanti incarichi prestigiosi ricoperti, è stato anche consulente di Steven Spielberg in Minority Report.
Nel 2009 Schwartz è stato ingaggiato per creare visioni alternative del futuro degli Stati Uniti. C’era però uno specifico parametro da tenere conto, in questo studio: ogni scenario doveva contemplare gli Stati Uniti sganciati dalla scena geopolitica mondiale, in un periodo di oltre 100 anni.
Il suo lavoro ha prodotto quattro scenari. Vi presento quello che, a oggi, sembra quello con maggiori probabilità di realizzarsi. Esso è Il Crollo.

In seguito a risposte pasticciate del governo a una serie di catastrofi come l’uragano Katrina, lo stato d’animo della popolazione americana ha assunto toni negativi, e la gente comincia a considerare il governo come in nemico comune. Questo mutamento della psicologia collettiva della popolazione genera un’incongruenza di complessità tra il governo e la popolazione, un po’ com’è accaduto recentemente nei paesi arabi del Nordafrica, il cui esito sarebbe l’implosione degli Stati Uniti cagionata da insostenibili divisioni interne.

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Troppo pessimista? Troppo distopico?
Lo potevamo dire nel 2009, quando questo scenario è stato scritto. Sono passati otto anni e la distopia sembra sempre più prossima a sovrapporsi alla realtà.
Del resto la futurologia – quella seria – ipotizza delle “visioni” basandosi su schemi, algoritmi, su flussi politici, sociali, finanziari ben precisi. Quindi le probabilità di azzeccarci non sono affatto scarse.

Chissà se esiste un Progetto Proteus anche per l’Italia…


(Articolo di Alex Girola – Seguimi su Twitter)

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