Bosch in chiave nazi-horror: L’Armata di Frankenstein

C’è un film, di cui forse negli anni passati ho già accennato su Plutonia Experiment, che ho recentemente rivisto in HQ, su uno schermo televisivo degno di questo nome. Ed è stato come vederlo per la prima volta, con buona pace di chi si accontenta di “godersi” i film su improbabili siti di streaming illegale, magari registrati con handcam, direttamente dalla sala cinematografica.
La pellicola di cui parlo è Frankenstein’s Army, una produzione del 2013, per la regia dell’olandese Richard Raaphorst.
Un film che un tempo sarebbe rientrato nella categoria dei b-movie fatti con serietà (a differenza degli z-movie e dei trash, vera e propria spazzatura, troppo spesso mitizzata per ragioni di improbabile nostalgia).
Frankenstein’s Army rientra di buon grado nel piccolo ma nutrito filone del cosiddetto “nazi-horror”, che di tanto in tanto sforna prodotti interessanti.

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale un plotone di soldati dell’Armata Rossa si perde nelle campagne della Germania orientale, alla ricerca di una compagnia data per dispersa per motivi ignoti. Un operatore riprende le operazioni del plotone, che si imbatte in una fattoria isolata, dove a quanto pare i nazisti hanno nascosto un laboratorio sotterraneo in cui sperimentare nuove tecniche per la creazione di automi combattenti, incroci tra uomini e pezzi di macchine e di armamenti.
Ma qualcosa è andato storto…

Frankenstein’s Army ha una trama abbastanza semplice, già vista e letta altre volte, in molti contesti diversi.
In questo caso l’originalità del film – se vogliamo la sua genialità – sta nella natura dei mostri che braccano i soldati sovietici intrappolati nella fattoria-laboratorio. Si tratta, come già detto di rozzi automi, cadaveri rianimati tramite l’elettricità e innestati con protesi meccaniche di vario tipo: falci, seghe, eliche, martelli, trapani, grucce, maschere antigas, elmi, elmetti, corazze medioevali, caschi da palombari, lame rotanti e molto altro ancora.

Il creatore di queste mostruosità, un personaggio folle ma di enorme talento, è nientemeno che il figlio di Victor Frankenstein, il “papà” del mostro di Frankenstein, precursore di ogni scienziato pazzo della narrativa del fantastico. Mancano, è evidente, i presupposti “storici” per giustificare tale parentela. Victor, secondo quanto si evince dal romanzo della Shelley, è nato all’inizio del ‘700, mentre questo suo ipotetico figlio appare all’incirca sessantenne, nel 1945. Possiamo ipotizzare scenari fantasiosi che giustifichino questo gap temporale, ma poco importa.

Quel che ci interessa è invece il lato estetico del film.
Il “dottore” (il presunto figlio di Frankenstein) ha lavorato per anni al soldo dei nazisti, per creare un’armata di quelli che, nei titoli di coda, vengono definiti zombot. Poi il dottore ha deciso che poteva arrangiarsi da solo e ha preso il controllo del laboratorio, utilizzando le stesse SS come materiale organico che i suoi assemblati mostruosi.

La corte del dottore è un laboratorio a metà tra l’alchemico e l’infernale, che offre scenari e visioni da Inferno dantesco. O, ancor più, questa corte ricorda i dipinti di Hieronymus Bosch, il pittore olandese noto per le figure allegoriche di mostriciattoli, di creature deformi, di demonietti e di dannati con cui ha arricchito la maggioranza delle sue tele.
Una citazione riguardante la pittura di Bosch ne inquadra le peculiarità con poche, azzeccate parole:

Bosch evoca un male immateriale, un principio di ordine spirituale che deforma la materia, un dinamismo che agisce in senso contrario a quello della natura.

Le creature che compaiono nel film di Richard Raaphorst hanno la medesima peculiarità. Sono realistiche nel loro essere impossibili, dinamiche in quanto frenetiche, quasi inarrestabili, isteriche nell’incedere a scatti, come burattini usciti da una dimensione governata dalla follia e dal Male.
Male che, in modo trasversale, riguarda tanto i mostri di Frankenstein quanto i soldati russi che finiscono nel suo labirintico laboratorio.

Interessante anche il guizzo di genio malato sul finale del film, in cui il dottor Frankenstein cerca i cucire insieme il cervello di un comunista e quello di un nazista, per ottenere un essere umano non più desideroso di fare la guerra.
Purtroppo i risultati di tale esperimento saranno drammatici, come a voler dire che unendo due ideologie malate non le si cancella, bensì si ottiene unicamente un annichilimento totale. Non so se questa chiave di lettura è involontaria, ma risulta essere comunque azzeccata e ficcante.

Film cult, a suo modo, con un’estetica talmente singolare da rappresentare un caso unico.


(Articolo di Alex Girola – Seguimi su Twitter)

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6 commenti

  1. È un film che ho apprezzato anche io tantissimo, proprio per le caratteristiche che citi. Il senso assoluto di “sbagliato” che scaturisce da questo Frankenstein e dalle sue ceature è davvero agghiacciante, disturbante. E anche i militari non scherzano in quanto a “sbagliato”. Come se la guerra avesse davvero fatto marcire tutto. Bel prodotto, arricchito anche dalla grande creatività usata nel disegnare l’aspetto degli zombot.

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