L’ayatollah delle parole perdute

Qualche settimana fa un mio amico e collega scrittore, Davide Cassia, esprimeva il suo fastidio per chi asserisce che nessuno si interessa più di libri e lettura. Mi permetto di citare il suo status integralmente:

Sì, ho capito: i lettori non esistono più.
Le librerie chiudono, i centri commerciali meditano di togliere l’angolo libri per prodotti più proficui, gli store online fanno sconti che manco li cani.
E quindi?
Io continuerò a scrivere. Io continuerò a leggere.
Quest’arte non morirà, anche se è moribonda. Magari evolverà in qualcosa d’altro.
Per colpa di chi, non mi interessa.
Basta scrivere che non ci sono lettori, basta scrivere che le librerie chiudono, basta piangersi addosso. È un atteggiamento che non ho mai sopportato.
Chi sa scrivere, scriva. Chi vuol leggere, legga.
Le considerazioni superficiali e mediocri le lascio ai burocrati dell’editoria.

Il discorso è più che sensato e in parte lo condivido: nemmeno io amo i frignoni, anche se a volte cado nel medesimo errore.
Tuttavia, lo sapete, io da tempo profetizzo la morte della parola scritta, e non sono certo qui per rimangiarmi questa teoria oracolare.

Io credo che il problema vada affrontato da un punto di vista differente.
L’affermazione sui “lettori che non esistono più” è chiaramente un’iperbole, un’esagerazione. Diciamo che la categoria si sta assottigliando, sfoltendo. Non si direbbe, vedendo il proliferare di titoli su siti come Amazon e IBS, ma come sapete esistono libri ed ebook che vendono anche solo una o due copie, e sono sempre più numerosi, rispetto ai bestseller.
Non è tuttavia mia intenzione prendermela con l’editoria o col self publishing, perché si finirebbe a fare i soliti discorsi dibattuti mille volte.
Ciò che molti miei colleghi autori non comprendono, quando discutiamo di queste cose, è che il mio punto di vista va molto a monte, alle radici del problema.

Un buon punto di partenza potrebbe essere questo articolo di Germano, Le dimensioni continuano a contare, dove si denuncia il crescente fenomeno dell’acquisto di followers per crescere l’appeal di un profilo social.
Sta diventando prassi gonfiare a dismisura profili Instagram, Twitter e Facebook affinché essi diventino appetibili a livello commerciale. Peccato che molti di questi profili non offrano nulla di concreto, oltre all’apparenza stessa. Non creano cioè prodotti o servizi, spesso nemmeno intrattenimento.
A livello commerciale ne beneficiano alcuni brand che vendono – generalizzo – magliette, profumi, capi di abbigliamento di vario tipo, tisane dietetiche etc etc.
Forse il modello promozionale è replicabile per film e videogiochi (soprattutto grazie al fenomeno degli youtuber), ma in quanto a libri e fumetti… beh… salvo rare eccezioni si tratta di prodotti che godono poco della bulimia di apparenza abbinata all’anoressia di approfondimento.

Molto, se non tutto, dipende dal fatto che la parte social di Internet si sta mangiando tutto il resto.
Ogni cosa non gestibile con un solo touch, con un click su “mi piace” o sul cuoricino di Instagram, viene visto come complicato da eseguire e impegnativo a livello di tempo.
Sì, anche scrivere un commento di una riga a volta viene percepito come troppo faticoso.
Gli esperti di comunicazione 2.0 danno un suggerimento per acquisire nuovi followers su Instagram senza trucchi e senza inganni: commentare le foto.
Sì, perché il commento, a differenza del semplice like, viene visto come uno “sforzo” per esprimere apprezzamento.
Esatto, avete capito bene, scrivere “bellissima foto!” è un atto nobile, impegnativo, che a volte viene ricambiato col following.

No, non credo che i libri moriranno a breve. Gente di una certa età apprezza ancora la lettura (non parlo solo dell’Italia) e si manterrà stretta questa passione.
Ma i giovanissimi?
No, non sto facendo il solito discorso “quando eravamo giovani noi eravamo meglio!”. È tutta una questione di imprinting.
Se un’intera generazione viene cresciuta con l’abitudine a esprimersi con un touch, con immagini e con video, la parola scritta ne risentirà sempre di più.
Sparirà, almeno come letteratura? Non lo so. Non credo. Probabilmente evolverà in qualcosa di tanto diverso che i vecchietti come noi non sapranno né riconoscere né apprezzare.


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4 commenti

  1. M’impegno a commentare per esprimere il grosso apprezzamento.
    Abbiamo voluto maggiore libertà e, con maggiore tecnologia, qualcosa sicuramente verrà fuori. Ma non penso che la gente sia pronta ad abbandonare la lettura. Le sensazioni che dona non sono replicabili.

  2. Quello che immagino è che la letteratura sopravvivrà, ma non sarà mai più il settore dominante dello svago: da altri media come TV e videogame nascono ambientazioni che vengono trasposte in romanzi, i giovani continuano a leggere ma magari il manga o la serie fantasy prima trasposta in video, per cui la produzione letteraria mainstream immagino sarà fagocitata al 90% dai nomi sulla bocca di tutti – King, Martin ecc – che vendono sicuramente e tutto il resto “nicchia”.

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