Ho scritto e pubblicato un romanzo in 40 giorni

Che poi non è questa grande impresa, diciamolo subito. C’è chi riesce a fare molto meglio, e in minor tempo.
Però vado abbastanza fiero del mio ultimo nato, Max: First Lady Road.
Dicevamo: ho iniziato a scriverlo a fine maggio, giorno più giorno meno. Ho finito la prima stesura attorno al 19 giugno (forse era il 20, o giù di lì). Il mio editor, Germano, è stato così gentile da prendere in carico il lavoro di editing con effetto immediato. Con solerzia e precisione mi ha riconsegnato il lavoro in pochi giorni. Il romanzo, editato, impaginato (etc etc) ha fatto la sua comparsa sullo store di Amazon il 25 giugno.
Quindi sì: ho scritto e pubblicato un romanzo di circa 34.000 parole in (meno di) 40 giorni*.

Giusto ieri Book and Negative parlava di tutti quei problemi che frammentano e disturbano il lavoro di scrittura.
L’articolo è illuminante e parla di una questione che riguarda chiunque si occupi di scrittura.
Quindi per essere veloci, produttivi e precisi serve un metodo, ma anche molto culo.

Il mio metodo, a questo giro, è stato in realtà piuttosto semplice.
Le temperature roventi mi impediscono di stare a lungo al computer e di concentrarmi, quindi ho deciso di trasferirmi nel seminterrato di casa, dove c’è un angolo tavernetta in cui si percepiscono 7-8 gradi meno rispetto al mio studio. Meno umidità, niente sole che batte sui vetri, mettiamoci pure un discreto isolamento acustico.
Ogni giorno, a eccezione dei sabati, sono sceso laggiù per un paio d’ore di intensa scrittura quotidiana.
A farmi compagnia c’erano soltanto i miei pastori tedeschi, ben felici di farsi un pisolino al fresco, mentre io lavoravo al romanzo. Osservarli ronfare allegramente, sul pavimento fresco, è stato un buon esercizio zen.

Mi sono appartato dalle persone, che sono (per me) la peggior fonte di disturbo e distrazione mentre scrivo. Chiacchiere, interruzioni, domande etc riescono a bloccarmi costantemente e abbassano anche il livello di ciò che scrivo, perché perdo in “fluidità”.
In compenso riesco a lavorare con la TV o la radio accesa.
Durante queste sessioni sotterranee di scrittura mi sono guardato diversi film su tablet, grazie a Netflix, ad Amazon Video e a Rai Play, che non è affatto male (magari ne riparleremo).

Due ore di scrittura ininterrotta ogni giorno sono oro colato. Aggiungete che di domenica sono spesso diventate tre (due al pomeriggio più una al mattino).
In altri momenti, spesso in orario di ufficio, ho prodotto la copertina e i banner pubblicitari che vedete di tanto in tanto sul mio account Instagram.

Il resto, come ho già detto, è merito del lavoro del mio editor, che ha acconsentito alla mia richiesta di completare l’incarico di revisione entro un periodo breve di tempo, senza ovviamente lesinare nella qualità del risultato finale.

Max: First Lady Road è nato dunque sotto una buona stella.
La cosa curiosa è che questo romanzo non era nei miei programmi, bensì mi è venuto in mente giocando su un’insolita ucronia “pop” di cui ho parlato oziosamente sul blog, una domenica di fine aprile.
Con tanti saluti alla pianificazione meticolosa di un calendario di pubblicazioni 🙂
Spesso le cose vanno in modo radicalmente diversi. Mi è capitato di impiegare un mese per scrivere e perfezionare un racconto di meno di 10.000 parole. In quelle occasioni molte cose sono andate storte e il lavoro è proceduto a rilento.

Come dicevo: ci vuole culo!

* Romanzo breve, dirà qualcuno. ‘Esticazzi…


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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9 commenti

  1. Però non devi dirlo.
    Di averlo scritto in 40 giorni.
    Devi dire che hai sofferto e “lavorato di lima” per due anni, soppesando ogni dannata parola, sudando sangue e abbandonandoti alle suggestioni della Musa.
    Potrebbe anche servire dire che hai scritto da ubriaco, o sotto stupefacenti.
    Qualunque cosa, pur di alimentare la mistica dello “scritore vero”.
    Siamo unpaese di analfabeti culturali e di cialtroni, e i romanzi in 40 giorni li scrivono solo gli scalzacani.

    1. Mah, io sono un buon artigiano della parola… lavoro duro e pubblico senza pensarci troppo, quando il libro è pronto.
      Probabilmente gli scrittori che stanno dieci anni su ogni romanzo non hanno le bollette da pagare 😉

  2. E i demoni da esorcizzare? Qualcuno pensi ai demoni!
    Complimenti! Come ti sei trovato a passare da un periodo di racconti lunghi a un romanzo più corposo? 🙂

    1. Tornare a occuparmi di un romanzo è stato stressante, e parlo proprio di fatica fisica: la storia era già tutta in testa, ma buttarla giù in un formato lungo (rispetto ai miei standard) ha richiesto fatica.
      Anche perché mi sono dato dei limiti, altrimenti avrei scritto anche quattro ore al giorno, col risultato di impoverire la qualità del testo (lo stress non migliora di certo la scrittura – qualcuno lo dica ai demoni!)

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