film · recensione

Avengers Endgame: Cosa vuol dire essere eroi

SPOILER FREE

Innanzitutto chiedo scusa alle molte persone in cui, nelle ultime settimane, ho stressato l’anima con l’attesa di Avengers Endgame.
Era un film che attendevo da 11 anni, anzi, dalla prima volta in cui ho letto un fumetto della Marvel. Credo che fosse il 1991, perché li ho scoperti un po’ tardi (attorno ai 16 anni), anche se poi la passione è cresciuta col tempo.
Endgame è la fine di un percorso, mondiale e personale.
Mondiale perché i film degli Avengers hanno collezionato fan a ogni latitudine. Personale perché io, come molti true fan che hanno assistito, undici anni fa, alla proiezione del primo Iron Man, hanno i loro piccoli/grandi aneddoti di vita legati ad almeno uno di questi film.
Film commerciali, come dicono molti. Ed è vero. Film per vendere pupazzetti e felpe (non fumetti, perché i fumetti non li legge quasi più nessuno), ed è vero pure questo.
Ma non è vero che sono film senza anima.
Endgame ha un’anima, ed è un’anima grossa così.

Dal MCU ci hanno detto e ripetuto, in questi mesi di attesa, di un attendersi una sorta di “secondo tempo” di Infinity War.
Infatti Endgame non lo è affatto. Il film inizia dove il primo finisce, ma poi si sposta avanti nel tempo.
Il tempo è il concetto portante del film, come i veri esperti del mondo Marvel avevano capito già da qualche settimana.
Come era logico aspettarsi, si parte da una situazione totalmente inedita nel cinema supereroistico: dal fallimento clamoroso, devastante e annichilente dei più grandi eroi della Terra.
Terra che si ritrova con la popolazione dimezzata, abbandonata alla disperazione di chi è sopravvissuto allo “snap” di Thanos.
E gli eroi, dimezzati a loro volta, sono più spiazzati delle persone comuni che hanno giurato di difendere, fallendo.

MA.
Ovviamente c’è un MA.
Come succede nei fumetti Marvel, fin dall’inizio dei tempi, c’è una seconda possibilità.
Una possibilità per cambiare le cose, per sistemarle.
Come tutte le possibilità ha dei costi e degli altissimi rischi di un clamoroso fallimento.
Non sarebbe però giusto dire “tuttavia gli eroi accettano questi rischi senza pensarci due volte“, perché non è così.
Gli eroi sopravvissuti di dubbi ne hanno fin troppi, e alcuni soffrono di uno stress post-traumatico talmente grave da risultare quasi invalidante.
In tutto questo però saranno due eroi a riunire quel che resta della squadra. Due Avenger molto diversi tra loro.
Uno, e non credo di fare spoiler, è Cap America.
Perché il Cap il Cap, la quercia che resiste alle tempeste, il simbolo che cerca di brillare anche nella notte più scura.

E qui finisce il mio accenno di riassunto della trama, che si limita ai primi trenta minuti circa.
Non voglio spoilerare nulla, perciò parlerò di emozioni.
Endgame è un film pensato per emozionare. Contro molte previsioni ha diversi momenti divertenti e divertiti. Ci sta, perché nel mondo dei fumetti Marvel questo aspetto non è mai mancato, nemmeno nei momenti più cupi.
Ovviamente è anche un film di gente che si mena duro, anche se forse lo fanno meno di quanto era lecito aspettarsi.
E poi è un film che fa venire la pelle d’oca in diversi momenti, per piccole cose, per piccoli dialoghi, per ciò che prepara l’ineluttabile finale. Sì, uso “ineluttabile” per la seconda e la terza volta. Se siete stati dei buoni allievi del Dottor Strange dovreste aver intuito di cosa si tratta.

In Endgame c’è spazio per tutti i personaggi che abbiamo conosciuto dal 2008 in poi. Piccolo o grande che sia, ciascuno ha il suo momento, il suo ricordo, la sua citazione, oppure il suo ruolo importante, a seconda del caso.
Il focus dell’azione è però sui primi Avengers, soprattutto nella parte conclusiva della pellicola. Parlo di Cap America, di Iron Man, di Thor e di Hulk. Ed è giusto che sia così, perché è da loro che è nato tutto.
Però state tranquilli, perché se i vostri pupilli sono altri, sarete comunque soddisfatti nel vederli sullo schermo.

Il finale, anzi, i finali… ecco. Sono un po’ problematici, per un vero fan.
Io in Endgame credevo di commuovermi molto di più, ma fino alla fine non è successo. Come dicevo, ho avuto dei brividi, delle emozioni forti, ma non ho provato vera commozione.
Poi però, quando è successo quel che doveva succedere, mi sono trovato a singhiozzare come un ragazzino che perde il suo migliore amico. Lo perde per sempre.
E se vi sembra stupido che a 43 anni si pianga per la dipartita di un personaggio di fantasia, non so che farci.
Sarà che è un momento un po’ strano della mia vita, ma anche adesso che scrivo questa recensione, a meno di due ore dalla fine del film, mi si inumidiscono gli occhi.
Pensate come si può essere stupidi, a commuoversi per un “film di pupazzetti”.

Mi sento come alla fine di un ciclo.
Sono alla fine di un ciclo, e forse non solo in senso cinematografico. Di nuovo, la vita di finzione e la vita reale si mischiano un po’.
Però Endgame mi ha ricordato che il motivo per cui i film di supereroi funzionano così tanto non è quello più evidente e spettacolare.
No, a un uomo adulto i supereroi ricordano che nella vita c’è sempre qualcosa di buono e positivo per cui vale la pena lottare, anche quando tutto sembra perso.
Una persona che si ama e per cui ha senso soffrire.
Un mondo a cui vale la pena appartenere, pur nella sua confusa varietà, nel suo caos, nei suoi difetti.
Una famiglia da cui fa malissimo venire separati, e per cui ci si sacrifica e si dà tutto, pur di rivederla.
E infine c’è la ricerca costante di se stessi, ricordando che noi tutti, proprio come gli eroi, siamo fatti di vittorie ma anche di fallimenti. Perché siamo umani, e l’umanità è tutto ciò che non dobbiamo mai perdere, così come i sentimenti che ci rendono tali.

Questo, per me, è stato Endgame.

Grazie, Marvel.


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