S di sacrificio o S di scorciatoia

Non so se sono allenato a scrivere un post. Ultimamente ho girato solo video per YouTube e IGTV, e ho scritto solo narrativa.
Però, caso vuole, ho un’ora libera, non ho modo di flasharmi davanti alla fotocamera del mio Xiaomi, quindi il post provo a scriverlo.
In questi giorni ho letto molti articoli – pubblicati dalla stampa generalista – riguardanti la necessità di sacrificarsi e di reinventarsi per sopravvivere alla pandemia.
L’avrete vista anche voi. Parlo della polemica sull’articolo che ci spacciava la storia strappalacrime sull’ex commercialista reinventatosi rider e diventato “ricco” consegnando pizze e sushi in bicicletta (o qualcosa del genere). Storia che si è poi rivelata inventata.
Ma tanto di articoli del genere ne stanno uscendo a decine, ogni giorno.
Se vuoi sopravvivere devi andare a sminare i campi minati in Kosovo, anche se hai una laurea da astrofisico. Perché, signora mia, questi ragazzi non hanno proprio voglia di sacrificarsi. Che poi in Italia sei un “ragazzo” fino ai 50-55 anni. Io ho cugino che, in quanto single e veterinario precario, viene trattato come se fosse una matricola universitaria. Però è nato nel 1971.
Quindi ecco una serie di inviti a tenere un profilo molto basso, a scegliere il minore dei mali pur di sopravvivere. Il che potrebbe anche starci, se non fosse che molti datori di lavoro traducono questo concetto in: “ti pago 3 euro all’ora per sbiancare l’ano dei miei ippopotami, ma tu devi tacere ed essermi grato, perché altrimenti saresti disoccupato“. Allora ok.
Sul fatto che questo sia uno schifo siamo un po’ tutti d’accordo, mi auguro. Tranne forse i vecchietti che, tra una briscola, un porcone e un “viva il Duce” dicono che questi giovinetti di 50 anni proprio non vogliono stare al loro posto.
Però c’è anche il retro della medaglia.

Io spesso ne discuto sui miei social.
In quanto scrittore e social media qualchecosa (manager, coach… insomma, uno che lavora coi social), ricevo ogni giorno dei messaggi di gente che vorrebbe fare un lavoro come il mio. Scrittore, social media manager, perfino blogger, per chi ancora crede che esistano i blog (questo esiste, ma è la sua versione zombie, è evidente).
Che è perfetto. Viva la creatività, viva i lavori artistici e i comunicatori. Viva gli scrittori, gli editori, i fumettisti, le modelle (soprattutto le modelle), gli attori, i podcaster.
Solo per poi il discorso di 9 aspiranti creativi su 10 continua con: “... tu che sei del settore sicuramente conosci qualche trucchetto per arrivare alla svelta al successo.”
Affermazione che fa il pari con chi mi dice cose aberranti del tipo: “Basta iscriversi ai social, fare quattro foto, conoscere la persona giusta e aspettare fama e denaro.” Aggiungendo anche le fatidiche frasi: “Guarda la Ferragni!” oppure “Guarda Fabio Volo!

Quindi il pregiudizio di molte persone è che inventarsi un lavoro è una cosa figa, purché ci sia un trucchetto per saltare tutta quella pallosa parte che include studio, duro lavoro, sperimentazione e – sì – sacrificio.
Un tizio di un corso di self publishing (sì, esistono) spiegava che l’80% dei suoi corsisti abbandonano le lezioni quando capiscono che per applicare il suo modello di business, sulla cui qualità oggi non discuterò, occorre imparare qualcosa di pratico. Studiare. “Ehi! Ma io credevo che alla fine di tutto questo tu ci avresti regalato una app in grado di fare tutto magicamente da sola!

A me la convinzione che chiunque ottenga dei minimi risultati nei campi “non convenzionali” debba essere per forza passato da trucchetti e magheggi dà parecchio fastidio. Che poi è la stessa convinzione che ingrassa le tasche di chi vende followers per Instagram, recensioni false per Amazon e per TripAdvisor o altre sozzerie simili.
Da una parte dovrei essere contento: meno gente ha voglia di sbattersi per ottenere qualcosa, meno concorrenza devo temere. Però nulla, non ce la faccio: prevale l’irritazione per certi meccanismi mentali. Perché? Forse perché mi piacerebbe che le persone mi riconoscessero l’aver fatto un percorso verso la professionalità, a volte ridefinendone i paletti (insieme a colleghi che operano nei miei stessi settori). Un percorso costituito di lunghissime ore trascorse sulla tastiera, sui libri, a orari improbi e con guadagni che comunque non garantiscono altro se non la sopravvivenza.
Invece no. “Chissà quanti trucchetti conosci...”

Il dualismo è tutto qui.
Da una parte i vecchi barbogia che insistono con fatto che bisogna accettare qualunque lavoro, con qualunque paga, e senza lamentarsi.
Dall’altra quelli che vorrebbero i bei soldoni, ma senza imparare nulla. Perché se uno ha ottenuto qualche risultato deve aver certamente barato.

Sarebbe bello se questo sistema iniziasse a essere più meritocratico.
Io non voglio vivere in un soviet, in cui tutti sono livellati su una quota di grigia uguaglianza, in cui spiccare viene considerato un comportamento pericoloso. Però non voglio nemmeno coesistere in un sistema in cui devi chinare il capo, stare zitto e ringraziare per l’elemosina.
Sicuramente c’è una via di mezzo, una strada maestra, ma siamo ancora molto, molto lontani dall’averla trovata.


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