Leggende metropolitane (Libro, ebook, audiolibro, podcast)

Vado matto per le leggende metropolitane.
In un certo senso sono l’attualizzazione dei vecchi miti, delle leggende che si tramandano dalla notte dei tempi. Abbiamo iniziato a raccontarci queste storie attorno ai falò, sotto la luna, quando vestivamo le pelli degli animali a cui davamo la caccia. Ora le narriamo sui blog, nei gruppi Facebook di appassionati, sui podcast. Le manteniamo vive, facendole diventare virali.
Ecco, partiamo dai podcast. Leggende Metropolitane è lo show che fa per voi (anche se forse ancora non lo sapete). Se ne occupa Alessandro Piccioni e lo trovate qui, su Spotify.
Le puntate di questo podcast coprono un’impressionante casistica di leggende metropolitane, da quelle riguardanti mostri, fantasmi, maniaci omicidi a quelle che parlano di macabri scherzi, di inesistenti concorsi a premi, di furti di organi in sordidi night club. Ci sono poi episodi riguardanti le presunte celebrità morte ma sostituite da dei sosia (casistica di urban legend che trovo particolarmente interessante), pubblicità che contengono messaggi subliminali, rapimenti alieni etc etc.
Uno spasso, davvero.
La cosa più bella è che Piccioni ha anche realizzato un libro (disponibile in formato cartaceo e in ebook) e addirittura in audiobook. Io, al momento, lo sto ascoltando proprio su Audible.

Leggende Metropolitane è un libro che nasce dalla volontà di condividere un percorso di oltre venti anni di ricerche, analisi e approfondimenti da parte dell’autore sul tema del folklore contemporaneo e dell’immaginario collettivo. Il libro parte con il cercare di analizzare il fenomeno della “leggenda metropolitana”, del rumor, come forma narrativa a sé stante, con il punto di vista della psicologia sociale e con approccio documentaristico. Il volume racconta, approfondisce e in molti casi spiega oltre cento storie, organizzate per temi. Leggende legate alla sfera del sesso, storie legate al mondo degli animali, racconti horror, macabre scoperte, rapimenti misteriosi, scherzi, truffe e divertenti equivoci. Un capitolo speciale è dedicato alle Leggende universitarie, un vero e proprio microcosmo di questo affascinante mondo, così come alle storie su prodotti di largo consumo, fino ad arrivare al mondo del cinema e della musica. La leggenda si tinge di mistero quando si affrontano temi come mostri, creature leggendarie, creature magiche e fatate, luoghi ed oggetti impossibili di un lontano passato. Un affascinante percorso in cui tutti possono riconoscersi e scoprire, con stupore e curiosità, cosa si nasconde dietro alcune storie che sicuramente abbiamo ascoltato, abbiamo raccontato, e che in qualche modo ci hanno condizionato.

Dalla quarta di copertina di Leggende Metropolitane.

Consigli di lettura e ascolto a parte, spendo due parole sul mio rapporto con le leggende metropolitane.
Le adoro (ma credo di averlo già detto) e le trovo ottime come spunti per scrivere racconti del perturbante, quella strana fascia grigia che non è horror, non è weird, ma che si avvicina a entrambi.
Ma quando una leggenda metropolitana la vivi sulla tua pelle, ti sembra ancora così bella?
Un po’ sì e un po’ no.
Diciamo essere protagonisti (anzi, comprimari) di una leggenda metropolitana fa paura, ma è anche eccitante.

La mia esperienza più memorabile in quanto a urban legend riguarda la categoria degli “automobilisti misteriosi”.
Correva la tarda primavera del 1991.
In quegli anni capitava spesso che accompagnassi la buonanima di mio zio in Valtellina, dove stava ristrutturando una casa per le vacanze. Zio amava viaggiare in notturna, così partivamo il venerdì prima dell’alba e tornavamo il sabato notte. Zero traffico, un bel panorama (le montagne, di notte, sono stupende), molto relax.
Solo che in quell’occasione, in un sabato notte come tanti altri, abbiamo beccato un tizio che, nel bel mezzo della deserta e buia Statale 36, ha deciso di seguirci e di intimorirci.

Guidava un vecchio fuoristrada nero e, per il poco che vedevamo nel retrovisore, era un uomo di mezza età con dei lunghi capelli grigi e ricci, ma stempiato. Non ricordo molto altro del suo viso, forse perché non abbiamo notato altri dettagli.
Il tizio ha iniziato a seguirci con gli abbaglianti accesi a tutto spiano, restando a pochissimi centimetri dalla Skoda di zio. Gli abbiamo dato spazio, pensando che volesse soltanto sorpassarci.
Non era così. E’ rimasto per qualche chilometro dietro di noi, sempre a un soffio dal tamponarci. Zio ha provato a rallentare, e il tipo ha rallentato a sua volta, ma restando sempre quasi a contatto con la nostra auto.
Al che abbiamo capito che aveva intenti poco piacevoli.
Sì, ma quali?
Forse era ubriaco, ma in realtà il suo stile di guida era molto preciso e accorto (viceversa non avrebbe saputo mantenere quella minima distanza sufficiente a non tamponarci).
Forse era un matto.

Zio, che tra l’altro era cardiopatico, ha iniziato ad avere molta paura. Ha scartato l’idea di fermarci in un’area di sosta. E se il pazzo si forse fermato a sua volta? Una prospettiva da incubo.
Sicché zio ha fatto una di quelle cose a cui ricorriamo solo quando veniamo messi alle strette: nel bel mezzo di una delle gallerie della SS36 ha imboccato una deviazione, ma l’ha fatto all’ultimo istante, rischiando di schiantare la Skoda contro il guardrail.
Il matto, invece, è filato dritto.
Lo abbiamo seminato.
Ovviamente avevamo il timore di ritrovarcelo di nuovo in strada, tanto che, finché non siamo arrivati a casa, la paura ci ha resi muti, attenti a ogni veicolo che incrociavamo (e non erano molti).

Quella volta ci è andata bene.
Col senno di poi mi chiedo: chi abbiamo incontrato quella notte? Uno psicopatico? Un cretino in vena di scherzi idioti? O forse un automobilista fantasma? Certo, a raccontarla ora – come sto facendo in questo post – sembra esattamente una urban legend. Una storiella inventata per spaventare la gente. Invece è successo davvero.
La cosa buona è che, parecchi anni più tardi, questo episodio mi ha ispirato la scrittura del romanzo breve Imperial.
Come dicevo a inizio post, le leggende metropolitane sono una grande fonte d’ispirazione. Anche quando le vivi sulla tua pelle…

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