Per chi si scrive?

Post ispirato da alcuni dubbi che tormentano un caro amico, che però rimarrà anonimo.
Continuiamo a flagellarci le gonadi con discussioni pro e contro regole e manuali, pro e contro ebook, pro e contro questo o quel blogger. Tutto ciò ci fa  perdere troppo spesso di vista una domanda basilare per chi coltiva questa passione: per chi scriviamo?
Come ho detto in altre occasioni, dedicarsi a tale attività creativa ha più lati negativi che non positivi. Il fatto che quell’articolo sia il più letto di sempre, qui su Plutonia, vuol dire che altri si pongono questo problema.
Eppure in molti (forsi troppi?) sentono il bisogno di scrivere e condividere racconti, romanzi, poesie etc etc.
Diciamo anche che ci sono più scribacchini che non lettori forti, e questo è un dramma. Ma non perdiamoci per strada e torniamo alla nostra domanda:
Per chi scriviamo?

La risposta più abusata: Scriviamo per noi stessi.
Vero fino a un certo punto. E’ una spiegazione incompleta e che spesso serve per ammantarci di un’umiltà un po’ posticcia. Io non ho mai inteso la scrittura come un’attività masturbatoria. Senza pubblico, che può essere anche di una sola persona, non siamo niente.
Scriviamo perché ci piace farlo. Questa è una variante già più onesta. Scriviamo perché è divertente. Di quel divertimento che altri provano a giocare a calcio o a suonare la chitarra. Ma queste risposte sono incomplete.
Scriviamo per divertire un pubblico che condivide i nostri gusti.
Ecco, questa è per me una spiegazione ancora più valida. La molla che mi fa svegliare alle 8.00 di domenica mattina per completare un racconto, al posto che dormire beatamente, è tutta qui. Raccontare storie con la speranza che qualcuno con interessi e gusti simili ai miei possa apprezzarle.
Nessun demone interiore da esorcizzare (se non in modo totalmente inconscio), nessuna missione divina, nessun desiderio di successo o fama (ahahahah… ehm). 

E allora sì: il venir meno di un pubblico disposto in primis a divertirsi crea un sacco di guai. E’ da qualche anno che noto che molti lettori forti sembrano far tutto fuorché godersi questa passione. C’è chi è sempre pronto con la matita rossa, che pure ci sta, per segnalare ciò che non gli è piaciuto. Mai il contrario. Non fornire mai un feedback positivo nemmeno per sbaglio, dando erroneamente per scontato che uno scrittore – piccolo o grande che sia – si accontenti di trastullarsi con le statistiche di download o di vendita. Questa è una cosa davvero scoraggiante. Se una cosa vi è piaciuta, con tutti i mezzi che il Web 2.0 ci offre, social network in primis, perché non farlo sapere? Perché solo i feedback negativi, sulla cui liceità nessuno obietta, sono considerati indispensabili e onesti?
Questo è uno degli altri grandi dilemmi che gravano sul settore. Che tra l’altro corrisponde a un’apparente – o almeno spero che sia tale – calo di entusiasmo, sostituito da una saccenza dilagante. Che pare sia cool, ma che alla lunga, vi dirò, annoia.

Ma questo non vuole essere un articolo di lamentele, bensì dare una risposta al mio amico in crisi.
Allora per me la risposta completa alla domanda “Per chi si scrive?” è questa:

Si scrive per divertire un pubblico che condivide i nostri gusti, selezionandolo man mano, fino a ottenere un ideale (anche se non perfetto) rapporto tra autore e lettori.

Il che implica che:
– Non si può piacere a tutti.
– Non dobbiamo farci abbattere da chi ci tiene a ribadire capziosamente che non valiamo nulla.
– Occorre relazionarsi con quei lettori i cui pareri arricchiscono effettivamente il nostro percorso di scrittori.
– Bisogna mantenere una dignità minima indispensabile. Lo scrittore non è un esecutore, un maggiordomo. Men che meno un bersaglio. Essere disponibili al dialogo non vuol dire porsi sempre e comunque al livello dei lettori, specialmente quelli casuali o scortesi.

Sbaglierò, ma la vedo così.

I lettori sono i miei vampiri. (Italo Calvino)

39 commenti

  1. Mi sono posto lo stesso quesito giorni fa per il “compleanno” del mio blog, e sicuramente credo che si scriva perché piace ma anche nella speranza di trovare qualcuno che apprezzi ciò che scriviamo.

  2. Carissimo,
    Hai toccato un punto che molti sviluppatori di software gratuito/a poco prezzo hanno conosciuto bene 15 anni fa… Prima dell’avvento delle app sviluppare un software costava molta fatica, veniva scaricato migliaia di volte ed i feedback erano del tipo “io lo avrei fatto meglio”, ovviamente la predica veniva da chi non aveva idea di cosa stesse dicendo.
    Mi dispiace che altre categorie siano coinvolte da questo malcostume del tutto gratis, intendendo come pagamento anche perdere 30 secondi per un grazie.
    Con stima e gratitudine
    Carlo

    1. I problemi di cui parla Alex esistono sin da quando esistono carta e penna. Ciò non toglie che anche in altri settori, vedi la scrittura del software, esso non esista e/o non sia altrettanto traumatico.

      Da scrittore, sia di racconti, sia di software… non posso che condividere il tuo commento. 😦

      1. Chiedo scusa perche’ scrivendo da cellulare perdo il filo dei pensieri, intendevo dire che con l’avvento di Internet tutti si sentono scrittori/sviluppatori/fotografi/ecc… E molti si fermano alla critica senza aver il coraggio di esporsi con le proprie opere… Ma tant’è… Sopportiamo anche quelli 🙂

    2. Malcostume, non c’è parola più adatta a descrivere questo andazzo venefico.
      Se qualcosa può cambiare non lo so. Intanto, presi singolarmente, cerchiamo di comportarci in altro modo. E’ un buon inizio 🙂

  3. Primo: Io, la domenica mattina, mi alzo alle otto per fare le pulizie di casa! 😉
    Secondo: Io credo, o almeno mi son fatto questa idea negl’anni, che i commenti negativi paghino (a chi li scrive) molto di più di quelli positivi. E’ probabilmente colpa della società in cui viviamo. Essa trasmette negatività da tutti i pori. Non esiste programma di informazione che parli di cose “belle”. Mai che un TG inizi dicendo che il tal giorno è stato pieno di eventi positivi. C’è la caccia alla notizia brutta. E più è brutta, più alta è l’audience, più alti sono gli introiti provenienti dagli sponsor. Non sarà mica un caso che, dopo l’affondamento del Concordia, tutti i mezzi d’informazione si son messi a cercare ogni possibile disastro sulle navi da crociera di tutto il mondo, no? Così come i ciclici notiziari sui “cani che mordono i bambini”, gli “incidenti del sabato sera”, etc etc… che sembrano comparire ciclicamente, se non stagionalmente.
    Idem per i libri… che siano scritti da appassionati e/o da grandi scrittori, è davvero difficile trovare commenti positivi, recensioni positive e quant’altro. Diciamo che… l’idea di spendere tempo per un commento positivo è poco appetibile. Meglio i commenti negativi, che accendono dibattiti, che infiammano gli animi, alimentano il traffico, i click, l’audience… etc etc.
    Se un racconto/libro è ben fatto, allora basta inserire quattro (mai cinque… son troppe!) stelline su anobii, al massimo scrivere “bello/bellissimo” tra i commenti, e fine.
    Il giorno in cui un notiziario aprirà l’edizione quotidiana dicendo “Oggi è una bellissima giornata e non è successo nulla di grave, anzi son capitate tante belle cose”, allora forse ci saranno anche feedback positivi per i libri, e magari anche per i software, per la musica indie, per tutto quanto è espressione creativa!

    Perché scrivo? Io non lo so perché. Ho iniziato da piccolino, inventando storie nei pensierini alle elementari perché la maestra mi sgridava sempre che “facevo la lista della spesa”. Il tema che prese il voto più alto nella mia storia scolastica fu un 8 (alle superiori), e fu su una vicenda inventata. Il secondo miglior tema prese un Buono (alle medie), anche lì fu una storia inventata. Nei militari, per passare il tempo mentre facevo la guardia a una pompa di benzina nel bel mezzo del nulla cosmico (campi in Puglia), scrivevo raccontini su una agendina. E da lì non ho più smesso. Per cui… la mia risposta è: perché da piccolo, quando scrivevo i pensierini su come avevo passato la domenica, scrivevo delle vere e proprie liste della spesa (mi sono svegliato. Ho fatto colazione. Ho giocato con i miei amici. etc etc) ^_^

    1. Io i mestieri li faccio il sabato mattina 😀

      Su tutto il resto ti do ragione. Senz’altro la negatività attrae e paga (a livello di contatti, visitatori e “ascolti”) più della positività. Quindi recensire solo cose negative senz’altro è ottimo, se lo scopo è quello di diventare degli specie di guru.
      Io passo…

      Sulle motivazioni che ti hanno spinto a scrivere, che dire, io parlerei di passione e divertimento. Le cose migliori!

  4. Gli autori che affermano che scrivono solo per se stessi mi fanno sempre molto ridere. Ammetto che per me il processo creativo è una specie di medicina, sto bene quando scrivo e come se svolgessi la missione che mi sono imposto, ma, mentre maltratto la lingua italica sulla mia tastiera, penso già a chi leggerà quelle righe.
    Il divertimento lo provo solo nell’entusiasmo delle prime pagine e dell’idea che mi è balenata in testa, poi diventa una sorta di lavoro e impegno per completare al meglio quanto immaginato.

    1. Si scrive per se stessi, ma la cosa non si ferma lì.
      Altrimenti sarebbe come giocare a pallone contro il muro. Le prime volte ci si diverte, ma poi…

      PS: Ho comprato il tuo ebook, mi sembra davvero appetitoso!

  5. Caro McNab75,
    è la prima volta che ti scrivo, ma ti leggo da un po’. Per dirtela in maniera diretta, sono uno di quelli che ha preferito leggersi qualche manuale prima di tentare una, ahimé, storta pubblicazione. Ma passiamo a quello che presenti con questo post. Io non voglio fare l’uccello del malaugurio, però ti sottopongo la mia speculazione sui fatti in base a quanto scrivi. Obiettivo: puro dialogo, io la vedo così. Perciò, prima di tutto, ti ringrazio per questo post perché senza di esso non saremmo qui ora.

    Bando alle ciance, cosa concordo con te: mi sembra giusto che non si possa statisticamente piacere a tutti, chiaro. Concordo con te che è necessario mantenere quel minimo di dignità E è necessario avere un feedback da chi ti legge. Ma per esperienza sarebbe utile avere un commento anche da chi non ti leggerebbe e sapere il perché. Vedi, il pregiudizio che spesso ho ricevuto per i miei racconti verteva su tre tipologie di scuse: (1) scusa ma non leggo [genere]; (2) davvero hai scritto un racconto!? Caspita, non pensavo fossi così bravo; (3) smamma, coglione. Dal terzo, posso capire che bisognerebbe fuggire all’istante, ma dai primi due è la tua prova del nove: se piace a queste due tipologie, sei a cavalo. Potrebbe non piacere a fan del genere, ma se la struttura e le parole possono essere comprese da chi non legge quel genere o da chi non legge… te! Allora vuol dire che almeno nella forma e sostanza sei comprensibile, riesci a trasmettere qualcosa. Un mio racconto letto da due parenti non piaceva loro e non mi dissero mai perché; ma indagando su un terzo lettore non pregiudizievole, mi sono sentito dire “per forza, riguardati la sintassi”. E aveva ragione, l’errore era lì. Credo che tutto faccia buon brodo, ma spesso sono state più le capziosità le “spie” di qualcosa di più utile per me come scrittore. Quello che intendo dire è che non sono più alle medie da un bel po’ d’anni, perciò sono in grado di accogliere un racconto pieno di segnacci rossi e successivamente comprendere quali possono essere presi in considerazione e quali sono frutto del pregiudizio più estremo. D’altronde, è per questo che nei concorsi servono testi con nome in busta chiusa (escluse vicende di favoreggiamenti). Da cui deriva che: tutti i commenti, positivi e negativi, sono lì sul tuo racconto e non è detto che li userai/considererai tutti. Ma toglierti la scelta di poter usufruire anche di quelli negativi come “strumento di miglioria/spia di un problema/punto per una riflessione”, non è un po’ capzioso così come lo è stroncare totalmente un racconto da parte delle persone-tipologia-numero-3?

    Che lo scrittore non sia un esecutore, un maggiordomo lo decide lo scrittore stesso. Tutti i “ghostwriter” esistenti sono meri scribacchini, a mio parere, ma sono affari totalmente loro. Essere bersaglio dei lettori, ahimé, è inevitabile. Per lavoro, spesso, tengo conferenze e non c’è volta in cui una o due persone vengano a dirmi: “eh, ma quel che dici…” o “non ero d’accordo, però…”. Quindi, o accetti il rischio o non fai il lavoro. A quelli scortesi di solito ci pensa la sicurezza, ma non me ne sono mai capitati che non potessi gestire. Si tratta di persone, non di entità astratte: un minimo dovrai pur capire come sono fatte, no? Tu quando scrivi questo post sai che ci potrebbero essere persone che non concordano, sai che ci sono persone che potrebbero scriverti “contro”. Eppure lo fai. E non per te, questo è certo. Vuoi lanciare un messaggio alle persone che la pensano come te, e questo è, a livello sociale, onorevole. Il tuo fine è quello, anche se la causa è “voglio dar sfogo ad un pensiero”. Quando scrivi il post ti dai inconsciamente delle regole: sei, a quanto vedo, una persona schietta e quindi scegli implicitamente un linguaggio schietto. Ma la mentalità italiana, che condivido anche io bada bene, ci porta spesso ad una scrittura “ad accumulo” che varia il contenuto dall’idea iniziale fino alla, più precisa, idea finale. Sapere un minimo di “info” su come si trasmette un messaggio è alla base di molte aree creative. Credo che Carlo possa confermarti che per creare una App servano di certo competenze, conoscenze e che ci siano sicuramente delle regole da osservare.

    “Questo seguito di dati oggettivi che diventano racconto, svolgimento d’un processo mentale, è necessariamente l’annullamento della coscienza o non può essere visto pure come una via per la sua riaffermazione, per essere certi di che cosa la coscienza è, di qual è il suo posto che occupiamo nella sterminata distesa delle cose?” – Italo Calvino, Il mare dell’oggettività, da Una Pietra Sopra

    “scusate il disastro”
    [Plotino]

    1. Ciao, piacere di conoscerti 🙂
      Grazie per aver lasciato le tue impressioni su quanto ho esposto in questo post.
      In realtà condivido molto di ciò che scrivi, so bene che la giusta via è sempre quella che sta in mezzo, non gli estremismi “pro” o “contro” qualcosa, per partito preso.
      Se a volte sembro schierarmi troppo da una parte piuttosto che da un’altra è in realtà soltanto perché si vengono a creare questi fronti contrapposti in cui è duro rimanere neutrali.

      Per esempio i manuali io NON li boccio, né li brucio 🙂 Semplicemente sostengo che non si può trascorrere la vita intera a giudicare qualcosa, che sia un racconto o altro, solo in base a qualche manuale. Lo trovo limitante e ottuso.
      Sui ghostwriter, per carità, nulla da dire. E’ un lavoro come un altro. Quando mi riferivo allo scrittore che non dovrebbe essere un maggiordomo pensavo piuttosto a chi pubblica libri (o altro) a suo nome. Posizione che lo pone giustamente sotto il fuoco diretto della critica, ma che non dovrebbe ledere la sua dignità.
      Lo dico perché altrove, fuori di qui, c’è chi pensa che lo scrittore debba trascorrere il tempo libero a scusarsi perché secondo Tizio ha scritto un brutto libro, ribattendo punto per punto recensioni di millemila pagine. Ecco, secondo me questo è un atteggiamento sbagliato e umiliante.
      Se poi qualcuno si sente di farlo, per carità, siamo in un paese libero!

  6. Sono d’accordo con te. Fortunatamente, io personalmente sto riscontrando dei risultati in quel che scrivo con persone che commentano e si interessano, e questo fa davvero piacere. Scrivo perchè mi piace farlo ma ovviamente non sarei durato molto senza alcuna risposta da parte dei lettori 🙂 Per quanto riguarda i feedback cerco sempre di darne quando qualcosa mi piace, mentre se qualcosa non mi piace a volte lo dico ma molto spesso no. Mi sento quasi in colpa a dire ”ehi il tuo lavoro non mi piace”. Che poi sono gusti quindi se anche facessi critiche costruttive non ci sarebbe problema. Però comunque… Mi freno xD

  7. Mi sono posto questa domanda da quando ho preso per la prima volta una penna in mano per scrivere una storia. Ad oggi non ho una risposta precisa, penso che ognuno di noi abbia una ragione diversa per scrivere.
    Ho avuto un po’ di remore ad aprire il mio blog.
    In definitiva potrebbe anche darsi che una persona inizia a scrivere per se stesso, poi si accorge che prova piacere e che si diverte anche e che, Cristo, c’è gente a cui piace la mia roba e per Diana, abbiamo gli stessi gusti e…

    1. Sì, il processo evolutivo può essere proprio come lo descrivi tu 🙂 In effetti anch’io per anni e anni non ho condiviso nulla di ciò che scrivevo, se non coi soliti amici.
      Certo che Internet è stato un bello stimolo ad aprirmi!

  8. Dico la mia, quando mi capita di contattare uno scrittore per un intervista, la prima cosa che mi arriva come risposta oltre ai ringraziamenti (Luna incostante : LORO ringraziano ME!) è sempre una frase del tipo”Veramente apprezzo molto i tuoi feedback anche perchè di solito dal tuo paese non me ne arrivano mai”.
    E sto parlando di gente che ha vinto il Nebula, lo Hugo, gente che gode di traduzioni mondiali; però è anche gente abituata reciprocamente, a credere nel rapporto scrittore -lettore.
    Noi, purtroppo veniamo da decenni in cui lo scrittore era l’artista seduto nella sua Torre d’avorio, a cui -Guai!- se gli si rivolgeva una critica costruttiva, non parliamo poi, dell’editore- unico rappresentante e depositario della realtà universale- questo ha generato adesso le circostanze lo permettono un clima in cui proliferano le pseudo-critiche hater, in cui si tende a distruggere piuttosto che a costruire.
    D’altro canto speranze ci sono: la rete permette a molti scrittori di emergere di poter coltivare un rapporto sullo stile dei loro colleghi americani, li rende più disponibili al dialogo, contemporaneamente vengono fuori lettori-recensori anche loro più aperti.
    E’ un cammino appena cominciato.
    Ci vorrà ancora tempo però prima che si compia del tutto.

    1. Quando si dice la coincidenza – appena ricevuta la nuova collezione di storie di Charles de Lint.
      L’introduzione è una lettera di ringraziamento dell’autore ai suoi lettori – che continuano a comperare i suoi libri – ed ai librai – che continuano a metterli sugli scaffali.
      Molto semplice, molto diretto.
      Molto umano, sarei portato a dire.

    2. Eh, che differenza di stile tra certi (non tutti) italiani e molti autori stranieri, vero? LORO ringraziano TE.
      Questo particolare da solo dice già molte cose.

  9. Vi sto leggendo con attenzione, anche se al momento non ho tempo per rispondervi singolarmente 😦
    In linea di massimo ho trovato i vostri commenti tutti interessanti e in buona parte condivisibili. Ad avercene di discussioni così, senza flame!
    Andate avanti pure. Appena mi sarà possibile cercherò di rispondere singolarmente a qualcuno di voi 😉

  10. Non posso che essere d’accordo con te, specie sul fatto che senza feebak diventa dura andare avanti. il dialogo è importantissimo, ma ci può essere solo se qualcuno l’inizia, anche con una critica negativa. Io cerco di essere sempre oggettivo nei miei commenti ai lavori altrui, quindi dico sempre quello che ho apprezzato e quello non mi è piaciuto, ma senza spirito di rivalsa o disprezzo (o peggio ancora di invidia!). La stroncatura ad ogni costo è solo segno di un’incapacità a rapportarsi e a saper entrare in quello che si è letto.

    1. Ti assicuro che la mancanza di rivalsa o disprezzo conferiscono a una recensione, perfino molto negativa, tutto un altro valore, un’altra dignità.
      Quindi: massimo rispetto!

  11. E’ un argomento complesso, e ognuno ha un punto di vista tutto suo.
    Io personalmente non so perché scrivo. So che non mi diverto per niente, mentre lo faccio. Intendiamoci, mi piace, ma sedermi al pc e mettere le parole una in fila all’altra per me è una fatica davvero grande, e mi vergogno come un ladro (in primis con me stesso) per la differenza tra quello che ho in testa e quello che vedo sullo schermo. Eppure dopo la sensazione è di grande soddisfazione. L’ho fatto. E’ mio. Prima non esisteva, ora si.
    Mi ricordo molti manuali o autori che nelle loro introduzioni distinguevano tra “scrivere per scrivere” o “scrivere per aver scritto”, e indicavano la seconda come il male.
    Io sicuramente ho molti tratti di entrambe. MI piace scrivere un racconto, ma mi piace molto anche aver scritto un racconto (magari imperfetto. ma finito. è li. leggilo, se vuoi).

    Riguardo alle critiche. Beh, io adoro i feedback. E personalmente apprezzo molto le ondate di critiche negative che si trovano su molti siti (si anche gamberi e baionette e tapiri). Leggo un sacco di roba che mi delude. E’ raro che trovi un libro (o un film) che mi faccia balzare dritto sulla sedia. Spesso ci resto male.
    E siccome quel prodotto ci viene venuto da gente che per mestiere produce quelle cose, non ci vedo niente di male a smontarlo pezzo per pezzo. Riguardo le autoproduzioni: a me fa piacere se vengono trattate allo stesso modo. Voglio dire. Ok, non campo di quel che scrivo, ma ti tratti il mio prodotto con le stesse pretese di chi ti vende il suo libro a 20 eurozzi. La cosa mi piace. Siamo tutti sullo stesso piano.
    (ovvio che le critiche positive sono un balsamo per l’anima. Quelle negative sono dure da mandare giù. ma se – dopo averle esaminate attentamente – non le condivido, non mi lascio toccare più i tanto). del resto, a pacche sulle spalle non si migliora.

    In fondo, da sempre a teatro e nel teatro popolare, tirare il pomodoro in faccia è sempre stato diritto del pubblico.

  12. Una volta avrei detto che scrivo per me, ma come dici tu, non è la verità. Perché arriva un giorno in cui si sente il bisogno di condividere, di avere un parere e un rapporto che vada oltre il proprio io. Quindi si scrive anche per gli altri, anche per chi mi denigra, per chi non apprezza quello che scrivo o per chi mi fa i complimenti.
    Scrivere è bello, pur essendo faticoso, e farlo mi diverte. Sì, mi diverte come un bambino di fronte ad un giocattolo, come se il semplice battere dita su una tastiera fosse il più grande passatempo che ci sia.
    Immagino che, come sensazione, si possa accomunare di molto al suonare uno strumento: anche il musicista fatica, deve imparare tecniche, velocità, scale e accordi, ma quando ci riesce, eh sì, quello è il momento in cui la fatica viene premiata, ed è in quel momento che si vuole far sentire al mondo quello che si è fatto.
    Già, si scrive un pò per se stessi e un pò per gli altri. Almeno per quanto riguarda me… :ì

    1. Riallacciandomi al tuo commento ma anche a quello di Cuk: mi piace il modo in cui sottolineate che scrivere è anche un gesto faticoso e provante. Quindi sì, diverte ma richiede attenzioni ed energie. Come qualsiasi altra passione presa in modo serio.
      E lo si fa anche per dimostrare agli altri di essere migliorati, di valere. Non c’è nulla di male in questo.

  13. Io scrivo per rimorchiare.
    Sono fermamente convinto che le donne – molto più dei soldi, delle auto veloci, delle località esotiche e degli sport estremi – siano la mia principale motivazione come autore.

    No, ok, torniamo sulla terra.
    Io scrivo per essere letto da quelle persone alle quali piace ciò che scrivo – considero assodato che esista una percentuale di lettori che delle mie storie se ne infischiano, o che, pur interessati agli argomenti, non condividono il mio modo di trattarli. Capita.
    La varietà è una ricchezza.
    Come ho detto altrove, negli ultimi tempi ho anche cominciato a rendermi conto che scrivo ciò che scrivo perché vorrei condividere la leggenda, il folklore e la mistica dei miei autori preferiti. Essere uno della tribù di Kuttner o Lovecraft o De camp, o Brin… essere come le persone che ammiro (in ambito scientifico, vorrei sempre più di frequente essere come Sagan, o James Burke, o Sylvia Earle… quindi il meccanismo ammirazione/emulazione è confermato).

    Non essendo un sadomasochista, mi piace quando mi dicono “Bravo!”.
    Mi piace ancora di più quando mi dicono “Bravo, perché…” e mi spiegano cosa gli è piaciuto.
    Mi piace persino quando mi dicono “Bravo, però…” – perché è parte del meccanismo di apprendimento.
    Quando mi dicono che sono ritardato o minacciano di volermi riempire di botte, mi ritiro in buon ordine – leggo simili atteggiamenti come un (dubbio) tentativo di mascherare una incompetenza di fondo, e credo inficino la validità di qualsiasi giudizio.
    Mio pregiudizio, naturalmente.

    Resta poi il problema delle critiche negative ai lavori altrui.
    Io di solito evito di farne, se non, al limite, a quattr’occhi mangiandoci una pizza.
    Ho la fortuna, d’altra parte, di leggere un sacco ma proprio un sacco di libri eccellenti.
    O sono molto fortunato, o molto compassionevole.
    Entrambe le opzioni mi stanno bene.

  14. Il 90% delle volte ho ricevuto commenti negativi, per questo non ho mai provato a sdoganarmi dalla pagina di quaderno (si, vecchio stampo, col lapis e con la penna). Tuttavia non ho mai smesso di scrivere soltanto per questo, perché conoscevo chi mi leggeva e cosa pensava di me. Non credete, e questa è davvero una domanda, che spesso e volentieri noi scrittori ce la prendiamo perché “criticano qualcosa di nostro = criticano noi”? Voglio dire, sembra giusto che uno sia infastidito da tutti i commenti negativi, ma criticano al tua storia, criticano quello che hai prodotto, non tu come autore. Certo, una volta mio fratello mi diede del “coglione” per delle cose che avevo scritto, ma me l’ero tirato addosso.

  15. quoto Davide in pieno
    Scrivo per le persone a cui piace cio’ che scrivo.
    Con una precisazione pero’. Dopotutto le peggio cagate vengono scritte e lette, instaurando circoli viziosi tipo: scrivo da schifo; ti piace quel che scrivo perche’ hai gusti da schifo; scrivo per piacerti continuando a scrivere da schifo.
    Siccome sono ambizioso, diciamo che scrivo per le persone a cui piace cio’ che a me piace e che stimo, e spero di piacere a loro. (indirettamente calmierando la mia insicurezza, poiche’ se a tizi X piace libro che io reputo molto bello, e tizi X reputano molto bello quello che scrivo io, allora quello che scrivo potrebbe davvero essere molto bello).
    Non so se e’ chiaro.

  16. Oddio… non so se risponderei che scrivo per condividere qualcosa che mi piace.
    Non risponderei nemmeno che scrivo perché mi piace… cioè ovvio che mi piace, ma non è una ragione sufficiente.
    Io scrivo perché voglio farlo. Non perché provi gusto o bisogno, ma perché è… il mio strumento?

    Poi si, scrivere per se stessi sarà anche una ragione banale, ma con questa disillusione maniacale per cui siamo tutti Dio o siamo tutti Merda (o meglio: siamo tutti Dio quindi siamo tutti Merda, e siamo tutti Merda quindi siamo tutti Dio) che va tanto di moda in queste ultime, frustratissime generazioni; questa paura angosciosa del banale per cui è meglio dire una cazzata originale che dire una banalità onesta; questa finto cinismo da vecchie battone navigate, per cui convinciamo noi stessi e il mondo di sapere già tutto, di avere già vissuto tutto e di conoscere già il finale del film, e che è un film di merda; io questo modo di essere comincio a non sopportarlo più.

    Si sono ridicolo, masturbatorio, autoreferenziale, banale, isterico e ottuso; e quello che scrivo rappresenta ogni lato di me: ma almeno non sono Baricco.

    E scusate il sermone ma è qualche giorno che mi rode col mondo.

  17. ci ho pensato. io scrivo per essere letto così come suonavo per essere ascoltato. allora eravamo io, il palco, il pianoforte e il pubblico. adesso io, gli ebook e i pdf (il blog no, mi sono accorto che proprio non ci riesco) e sempre il pubblico. E no, non sono uno che accetta facilmente le critiche, ma che ci riflette sopra, a volte anche troppo. Scrivere di per sé è un gesto liberatorio, svuota la mia testa dai tre miliardi di pensieri che contemporaneamente mi assalgono e, molto più di spesso, mi tira fuori dal malessere in cui il non avere un lavoro stabile mi ha ficcato. Più del suonare. e la differenza sta nel fatto che suono/suonavo cose non mie (mai stato un autore, ma solo un esecutore) e invece scrivo cose mie…
    Scusa per lo straparlare, oggi gira davvero storta.

  18. Inserendomi nella ghiotta discussione, inizierei citando Clive Barker: scrivere è masturbazione, si fa con una mano e dopo si ha un foglio sporco! Metafore a parte, sono giunto alla personale conclusione che scrivere è un gesto profondamente egoista e presuntuoso. Si scrive per sfogo (personale), per piacere (personale) per tormento (personale) per condividere con chi ci legge la nostra (personale) visione del mondo e degli uomini… La presunzione nasce dalla convinzione, più o meno malcelata di ritenere che quel che noi abbiamo da comunicare al mondo sia degno d’interesse e riflessione, che come atto di presunzione non è male! Ho iniziato a 16 anni perchè ero chiuso, taciturno, senza amici, perchè i libri erano dei veicoli di fuga da una realtà che non mi soddisfaceva e a lungo andare era scattato un meccanismo emulatore. Continuo indefessamente a scrivere perchè se non lo facessi non sarei la persona che sono, indipendentemente dagli esiti e dai pareri. Insomma, una dichiarazione d’amore attraverso la piazza plutoniana.

  19. Bellissimo post davvero!
    Condivido tutto quello che hai scritto.
    Scrivere per me è faticoso ma è proprio quella fatica che lo rende interessante.
    E la gran parte della fatica deriva proprio dal fatto che scrivo tentando di rendere fruibile ad altri l’idea che ho in mente.
    Ma l’enorme soddisfazione sta proprio quando mi riesce.
    Sì, decisamente si scrive per quelle persone che troveranno la nostra storia piacevole e interessante quanto l’abbiamo trovata interessante noi quando l’abbiamo immaginata.
    Comunque grazie per questa bella discussione, molto molto arricchente.

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