Geek o non geek?

Quasi un instant post che va a sostituire quello già programmato (e rimandato a un altro sabato).
Giovedì sera Rai5 ha trasmesso un interessante documentario del 2012, Geek, rivincita di una generazione. Se vi capita, guardatelo, visto che senz’altro rimarrà in rotazione per qualche settimana sulle reti Rai “minori”.
Facile intuirne il contenuto: una sorta di storia breve del movimento geek, a partire più o meno da Tolkien in poi, passando per gli anni ’70, i giochi di ruolo, i primi videogames degli anni ’80, il loro ruolo macchiettistico nei film e nei telefilm, fino alla rinascita lenta ma inesorabile, dagli anni ’90 a oggi. Già, questo presente bizzarro in cui i geek vengono considerati “di moda” tanto da essere imitati senza essere capiti. Eccetera eccetera.
Il tutto condito da ottime immagini di repertorio, interviste a geek cresciuti senza perdere le loro singolari passioni e a presunti esperti di settore.
Ma veniamo alla domanda: è lecito chiamarsi geek?

La mia risposta: no.
Però non mi nascondo dietro un dito: esaminando il mio passato, il mio presente, gli interessi e le passioni che coltivo da sempre dovrei rientrare nella categoria. Fumetti, fantascienza, fantasy, horror, giochi di ruolo, informatica, videogames (questi meno), librogame… C’è tutto. La sentenza quindi è senza appello. Sono un geek.
La questione è però un’altra: non mi sono mai sentito parte di una minoranza, pur facendo parte spesso e volentieri. In realtà ho sempre trovato qualcuno con cui condividere queste passioni.
Manca poi uno dei presupposti citati dagli autori del documentario: non sono mai stato “perseguitato” per le mie passioni. Magari in molti non mi hanno compreso, mi hanno giudicato strambo, ma non ho mai subito live trolling da parte di compagni di classe o bulli da filmetto americano. Non sono stato picchiato o chiuso nell’armadietto della scuola. 

Inoltre ritengo che accettare certe definizioni sia il peggior modo per vidimare certe ghettizzazioni. E allora no, grazie. Non chiamatemi geek anche se magari lo sono. Così come io non ho mai classificato i miei conoscenti come metallari, dark, discotecari, fissati dello sport, baciapile. O meglio, forse l’ho fatto col pensiero, perché viene naturale, ma ho sempre cercato di andare oltre queste banalità, almeno con le persone che mi interessava davvero conoscere.
E’ solo così che puoi scoprire il geek giocoruolista che fa culturismo (conosciuto), la metallara che compone canzoni pop-dance (conosciuta), il discotecaro che al contempo è un geek informatico (conosciuto), il geek del fantasy che ha studiato in seminario (conosciuto). Eccetera.
Insomma, certe classificazioni sono simpatiche e utili per lanciare mode, ma lasciano il tempo che trovano. Classificazioni utili soprattutto a creare target di mercato, e in questo tutti i “fissati” di qualunque settore sono bravi a farsi spennare.

Inoltre coltivare e conservare una passione, qualunque essa sia, non dovrebbe essere motivo di presa in giro, soprattutto considerando che molti riescono a tradurre gli interessi “geek” in un ottimo modo (spesso l’unico) per socializzare, per stringere amicizia. Alla faccia della classica rappresentazione dello sfigato solitario che arriva vergine a 40 anni e che viene emarginato da qualsiasi contesto umano. Certo, esiste anche una casistica del genere, totalmente negativa. Ma, di nuovo, è comunque anche a settori extra-nerdistici. Una persona che conosco, ultra sportivo salutista che ogni week end attraversa mezza Italia in bicicletta, si è “asocializzato” proprio per colpa di una maniacale passione per lo sport e per il fitness.
Senza dimenticare coloro che, assolutamente non geek, si escludono piano piano dal mondo reale solo per seguire la carriera lavorativa o per tenere in piedi relazioni sentimentali sbagliate e insane.
Alla fin fine ogni passione può diventare ghettizzante e sbagliata, ma in linea di massima coltivarla in maniera sana e solare è un bel modo per vivere con gioia, senza forzature, senza indossare maschere di convenienza. Credetemi: si campa di più, e che gli altri facciano quel che vogliono, giochetti di parole e classificazioni comprese.

Concludo questo post scritto in un’afosa serata di luglio con una curiosità. Nel documentario viene ribadita una bizzarra distinzione: i nerd vengono considerati degli sfigati senza redenzione, e in parte estinti, mentre i geek hanno perso la loro iniziale unicità per diventare una sorta di maxicategoria oramai ritenuta cool.
Mah.
Mi limito infine a segnalarvi questo ottimo saggio, disponibile anche in formato ebook: Storia naturale del nerd, di Benjamin Nugent (tra l’altro intervistato nel documentario in questione). Pubblicato in Italia dalla lodevole casa editrice ISBN, è un bel saggio che tratta con tatto e simpatia la questione nerd/geek e affini.
Consigliatissimo (io lo sto leggendo in questi giorni).

8 commenti

  1. Come forse ricorderai (o forse no) fra il 2010 ed il 2011 il mio blog è stato frequentato da una antropologa che voleva osservare i geek nel loro ambiente naturale.
    Ci sciroppavamo spesso commenti del tipo “mio dio che sottocultura chiusa e incomprensibile siete, io ho una vita piena e normale e da voi mi sento esclusa!”
    E quando le si faceva notare che non c’era bisogno di sentirsi esclusi e che tutto eravamo fuorché un gruppo chiuso, si infuriava.
    È sempre brutto, immagino, quando i cannibali invece di cercarte di metterti in pentoila ti offrono una coscia di pollo. Si perde tutta l’atmosfera.

    Questo per dire che io credo che tutta questa attenzione morbosa dedicata alle sottoculture sia abbastanza fastidiosa e deteriore… e sì, morbosa, l’ho già detto.
    Io che sono normale vado a vedere cosa combinano oggi quegli strampalati fenomeni da baraccone…
    Ma anche no, grazie.
    Non voglio essere il mostro rassicurante per qualche idiota con una vita ai minimi termini che ha bisogno di tirarsi su.
    Essere guardati come dei diversi, che si sia diversi odiosi o diversi simpatici, è sempre la stessa zuppa.

    E poi quelle carine escono comunque col troglodita che gioca a pallone (e si annoiano a morte) 😉

    1. L’antropologa me l’hai ricordata tu ora. Personaggio inquietante, altro che geek.

      La tua considerazione non è sbagliata. Molto spesso là fuori vogliono vedere “quelli là” come un tempo si andava ai freak show.
      Ma forse siamo anche oltre. Adesso l’han fatta diventare una moda, e quindi un mercato. Finti geek, finti nerd… La vignetta che ho pubblicato nell’articolo è realistica.
      Fino a dieci anni fa tutti prendevano in giro gli appassionati degli Avengers, tanto per dire. Ora si sono riscoperti grandi fan. Ah, che figo Iron Man! Che figo Loki!

      Possiamo ritenerla una vittoria di chi si definisce geek, oppure un trionfo di chi ha bisogno di aprire nuovi mercati.

  2. Interessante post.
    Aggiungo un punto di vista: Se sei una donna, e invece di impazzire per un paio di scarpe con le zeppe e lo shopping, ed invece di piacciono fumetti, computer, videogiochi,s erie televisive, allora la discriminazione è più forte.
    Cercano di farti sentire aliena e le frasi più ricorrenti sono ” ma se una nerd senza speranza” “ma non puoi occuparti di cose da femmina?”.
    Ma anche lì ci si sente ghettizzati se si collabora con loro.
    Io mi sonos empre sentita speciale, perchè oltre alla letteratura classica amavo e amo anche i fumetti e altri tipi d’arte.
    Nella società di oggi c’è un bisogno estremo di classificare le persone, i gruppi e sottogruppi. Dove c’è classificazione c’è controllo. Dove c’è individuazione di genere c’è mercato (cosa comprano i geek? Creiamo dei prodotti per loro e avremo un’altra fetta di mercato).
    Ma persone come noi scappano dal gregge in continuazione e spesso sono inclassificabili.
    Da cui la fuga della odiosa antropologa dal blog di Davide.
    Mi vorrete mica classificare il Mana? Al massimo possiamo chiedere in prestito il nome “classe Mana” (con affettuoso e agile rispetto)

    1. Secondo me, come scrivo nell’articolo, una cosa non esclude l’altra, e viceversa.
      Una mia amica, la Cristina del SB, è traduttrice di fumetti, geek al 100% e al contempo fa la modella. Non so quale sia la sua quotidianità, ma di certo verrà vista come una sorta di persona socialmente deviata ma, complice la bellezza, le si perdonano alcune delle stranezze.
      Il cosiddetto “prossimo” ha dei meccanismi strani, contorti e crudeli per giudicare gli individui. Ciò che sta fuori dal gregge repelle ma al contempo attrae. Specialmente nelle donne.

  3. Il contenuto di questo articolo è assolutamente condivisibile, per quanto mi riguarda. Anche io, conosco geek che hanno una connotazione assolutamente trasversale come quelli da te descritti Io ho conosciuto il geek giocoruolista e ultrà pluridaspato e, persino, una ragazza giovane e carina che fa la catechista in parrocchia e la cosplayer al Romimics (quando si veste da Babydoll di Sucker Punch è da svenimento…). Tra l’altro, queste contaminazioni tra generi e passioni in passato hanno riguardato anche la politica. Ripensando a Tolkien, infatti, mi viene da ricordare che negli anni 70 il Signore degli anelli era considerato un romanzo di destra ispirando manifestazioni culturali (quasi dei campi di addestramento paramilitari), centri culturali come la Runa e persino gruppi musicali come la Compagnia dell’anello.

    1. Infatti: gli stereotipi servono a poco se non a ridicolizzare una disamina veritiera di fenomeni sociali che, presi in maniera leggera, sono simpatici e pieni di positività.
      Immaginarsi i geek degli anni ’80 come dei solitari con tendenze da serial killer era sbagliato tanto quanto immaginarli ora come nuovi fighi, alla Sheldon Cooper.
      Però i cliché semplificano e la gente non ha mai voglia di vedere le sfumature o di approfondire certe tematiche.

  4. Io sono stato il classico nerd / geek, ho subito la mia dose di prese in giro, ma francamente se vogliono chiamarmi nerd non mi offendo. É stata un’esperienza utile, ho capito cosa significa essere discriminati per la propria “diversità”. E ho capito che se la maggioranza è stronza, merita di essere considerata stronza, anche se è maggioranza.

  5. Anch’io ho subito la mia serie di prese in giro.
    Quello che vedo ora a distanza di anni sono io che posso dire ancora con una mente più aperta, mente quelli che mi sfottevano sono rinchiusi nella loro routine di normalità, fatta di lavoro e domenica sportiva.
    Aver fatto lavorare la fantasia in questi anni mi permette ancora di sognare!

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