Baratto, wishlist e una cena pagata

baratto

Qualche giorno fa il collega blogger nonché amico, Davide Mana, ha pubblicato un interessante articolo sulle dinamiche che regolano le attività di un autore autoprodotto (altri li chiamano “autori indipendenti” o “autopubblicati”, ma il discorso non cambia). L’articolo è questo: La leggenda dell’autore solitario.
Leggetelo, perché ne va le pena, poi tornate qui.
Fatto? Ok, procediamo.
Dopo pochi minuti ho visto alcuni commenti fastidiosi postati su Facebook, da parte di gente che “rimbalzava” l’articolo sulla propria bacheca, ma dandone un’interpretazione distorta. Il più irritante di tutto è stato però quello di un Vero Scrittore, sapete, quelli che hanno un editore, e al contempo lavorano per riviste, giornali di settore etc etc. Il commento (lasciato sulla bacheca di un mio amico di FB che aveva condiviso il pezzo di Davide) diceva più o meno così: “Tutto molto interessante, ma questi scrittori autopubblicati alla fin fine adottano gli stessi metodi dell’editoria tradizionale che tanto criticano. In fondo fanno lavorare gratis le persone che collaborano con loro.”
Allora, vediamo perché quest’affermazione è una palese idiozia.

Innanzitutto sarebbe stato meglio leggere l’articolo per bene per capire che il senso del discorso è ben diverso dal vantarsi di pubblicare ebook sfruttando il lavoro altrui.
Ma vabbé, saltare una riga sì e una no è oramai una prassi, in questo mondo iperconnesso e frenetico.

Detto ciò, parliamo di come certe collaborazioni vanno e vengono pagate.
Personalmente mi faccio vanto di offrire sempre del denaro alle persone che lavorano per me. Offro una ricompensa in euro per chi edita i miei ebook e con chi li impagina, due fasi molto importanti e impegnative della fase di creazione di un libro digitale.
Poi, va da sé, con molti di questi bravi collaboratori ho dei datati rapporti d’amicizia, il che li mette in imbarazzo al momento di dover accettare il mio denaro. E’ una reazione logica, normalissima. Anch’io provo il medesimo imbarazzo, a parte invertite.
Però noi tutti rimaniamo convinti che il lavoro debba essere in qualche modo ricompensato.

Ecco, badate al termine che ho utilizzato: ricompensato è più corretto che non retribuito.
Per ricompensare esistono sistemi alternativi al denaro, altrettanto validi e apprezzabili.
Tra noi autori autopubblicati, per esempio, c’è un utile e pratico scambio di competenze e di favori.
Io faccio l’editing a te, tu un domani lo fai a me.
Io ti aiuto a impaginare l’ebook, tu mi aiuti a inserirlo sugli store di vendita online.
Io ti faccio da beta reader, tu mi traduci quest’altro racconto in inglese.
Il sottoscritto, per esempio, si vanta di essere bravino a far promozione*, sicché posso occuparmi di pubblicizzare il sito/blog/ebook/film (etc etc) di chi in cambio ha fatto l’editing a una mia bozza di romanzo.
Il concetto è chiaro e antico come il mondo: stiamo parlando di baratto.

Precisiamolo: a mio parere il denaro è sempre preferibile, ma il baratto – lo scambio di conoscenze e di tangibili favori – è un’opzione validissima.

wishlist

Ci sono altri modi per ricompensare il lavoro che qualcuno ha fatto per noi? Sì.
Mesi fa io e molti altri blogger di mia conoscenza abbiamo introdotto le wishlist. Si tratta di una lista di regalini, che vanno dai pochi euro a cifre più importanti, a cui chiunque può comodamente attingere grazie a un semplice account su Amazon. La mia wishlist, per esempio, la trovate qui.
Mi capita spesso di suggerire l’utilizzo di questo sistema di tangibile apprezzamento, a chi chiede il mio aiuto per scrivere un articolo per il suo sito, per fare da beta-reader (etc). Ovviamente** nell’almeno 80% dei casi l’interessato scompare dai radar, alla ricerca di chi questo favore potrà farglielo gratis. Però il metodo wishlist, nel suo piccolo, funziona. Non a caso lo utilizzo di mio per ricompensare chi mi fa dei piccoli lavoretti per il blog o per gli ebook.

Un’alternativa alla wishlist è il più semplice regalo vecchia maniera. Al posto del solito “grazie“, aggiungete anche la fatidica domanda: “cosa posso regalarti per il favore che mi hai fatto?“. Ovviamente ci saranno titubanze e rifiuti, ma con un po’ di gentile insistenza vedrete che riuscirete a concordare qualcosa. Del resto chi non ama ricevere un regalino?
Vi rivelo un piccolo segreto: un paio di mie gentili e belle ospiti della domenica hanno ricevuto dei presentini dal sottoscritto, per essere state tanto gentili da farsi intervistare da me, o per avermi fornito delle foto inedite. La cosa bella è che è piaciuto anche a me farli, questi regalini. In fondo si tratta solo di avere un po’ di empatia e di sensibilità, no?

Oppure... offrite una cena!
Oppure… offrite una cena!

Altro metodo vecchio come il mondo per esprimere tangibile riconoscenza a chi ci ha fatto un favore è quello di offrire una cena o un pranzo. Volete mettere? Un bel risotto insieme, accompagnato da un buon vino e da quattro chiacchiere in libertà possono dar vita ad amicizie lunghe decenni, o almeno ad altre proficue collaborazioni. Oppure c’è la variante “contadina”, offrite i prodotti della vostra terra a chi dovete ricompensare. Coi tempi che corrono frutta, verdura, formaggi tipici e altre cose del genere valgono quasi come il denaro.

Rimane il discorso visibilità, che abbiamo già fatto altre volte.
La visibilità è un valido metodo per ricompensare un lavoro?
Nel 90% dei casi la risposta è NO.
Ci sono eccezioni. La giovane e sconosciuta modella che viene fotografata dal fotografo famoso riceve effettiva visibilità nel posare gratuitamente per un photoshoot che verrà pubblicato sul sito del fotografo in questione.
Un giovane giornalista che pubblica un suo articolo su una testata o un blog di rilevanza nazionale*** riceve effettivi benefici da tale scambio, anche se non riceve soldi per averlo scritto.
Un musicista che viene invitato a suonare gratuitamente come opening act di un concerto di Rihanna o di Michael Bublé**** gode della possibilità di farsi conoscere da un grande pubblico.

Come vedete si tratta di casi rari e molto circostanziati.
In tutte le altre occasioni la visibilità è unicamente fuffa inutile, il mezzuccio degli avari per non pagare i lavori che commissionano.
Senza se e senza ma.

Visibilità

* “Fare promozione” non vuol dire condividere a caso dei link sui social network. Ma spero che oramai l’abbiate imparato.
** “Ovviamente” per gli standard italiani.
*** E non per esempio la fanzine “Horror Inquetudini de ‘noartri“, che leggono sì e no venti persone in tutto il mondo.
**** Sì, a me piace il pop commerciale. Per il Metal cercate nei blog qui di fianco 🙂

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

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12 commenti

  1. L’abitudine a sfruttare il lavoro altrui senza pagare è così diffusa che non si sa riconoscere la ricompensa nemmeno dove c’è.

    D’altra parte in “Signori si nasce” il barone Zaza’ dice al suo cameriere che non intende pagarlo per non sminuirlo, per non umiliarlo: con l’assenza del salario lo mette su un piedistallo. Un grande film con un Totò in grande spolvero. Ma c’è parecchia gente in giro che di questa cosa sembra fermamente convinta. Salve che loro sul piedistallo non ci vogliono salire: voglio sempre spedirci gli altri.

  2. Ho letto anch’io quei commenti, e mi hanno abbastanza infastidito.
    E commenti simili non sono mancati sul mio post, dove ho potuto rispondere e spiegare.
    Il mio discorso rimane sempre lo stesso – una casa editrice che sviluppa un giro d’affari con la pubblicazione di libri, e che contatta un traduttore, un editor o un autore, proponendo che costoro forniscano prestazioni professionali, con tempi e criteri qualitativi definiti, senza un contratto e senza una retribuzione, di solito con la promessa “se lavori bene gratis questa volta, vedrai quanto ti paghiamo la prossima!”, sta compiendo una cialtronata.
    Un indipendente che lancia un grido d’aiuto, e riceve questo aiuto da volontari altrettanto indipendenti, sta facendo qualcosa di diverso.
    Che poi i volontari si dimostrino più professionali e coscenziosi dei professionisti pagati in visibilità o “opportunità”… beh, non è che mi sorprenda particolarmente.

  3. Credo che il discorso sulla visibilità abbia senso solo quando supera una certa soglia. Posso accettare di lavorare gratis, se mi può aprire opportunità di un lavoro ricompensato, non di un’altra o dieci altre offerte simili. Il sistema di baratto di cui hai parlato, invece, ricorda un po’ quello di Banca del Tempo, in cui uno si iscrive specificando i servizi che offre o eventuali competenze (ripetizioni, babysitting, anche solo fare la spesa) e in tal modo può a sua volta trarne vantaggio.

  4. Penso che il commento del “vero” scrittore sia semplicemente un’infondata provocazione. Lo spirito del self-publishing è totalmente diverso da quello dell’editoria tradizionale. Scelgo io chi dovrà valutare il testo, chi dovrà editarlo, chi lo impaginerà e chi realizzerà la copertina. Insomma, ho il totale controllo sull’opera. Fare un discorso tendenzioso focalizzandosi sulla questione dei compensi significa davvero guardare il dito…

  5. Il punto focale secondo me è l’invasione, il sentire (da parte di chi si sente dentro un sistema) una minaccia da chi riesce a fare le stesse cose, spesso meglio, stando al di fuori dal sistema medesimo. Il che mostra una mentalità arretrata e chiusa. Si dovrebbe lavorare sull’allargare il pubblico a cui ci si riferisce, la platea di professionisti che ti può aiutare et similia. Qui invece prevale la mentalità da assedio, da medioevo.

  6. Io oggi non commento nello specifico, credo di aver detto mille volte come la penso.
    Però ecco, sì, sono felicissimo di leggere le vostre opinioni. E di vedere che, in fondo, non sono io a essere improvvisamente impazzito.

  7. In un certo senso, Alessandro, anche noi siamo “di parte”. In questo caso, però, la questione trascende le opinioni personali. Vogliamo dire che tra le opere autopubblicate c’è tantissima robaccia con errori da prima stesura? Certo, è innegabile. Vogliamo dire che per tanta gente il self è solo un ripiego dovuto al fatto che un editore non pubblicherebbe i suoi manoscritti? Sì, è vero. Ma questo non vuol dire che l’autopubblicazione sia il demonio, la causa prima della crisi dell’editoria, una sorta di “paraletteratura”.
    Leggo su molti blog articoli scritti da persone “nel giro” delle case editrici e delle librerie che utilizzano pretesti palesemente tendenziosi per muovere ogni tipo di critica al sistema del self-publishing. Sembra una lotta per le briciole, sembra di stare in Parlamento.

    1. Ecco, a te devo rispondere.
      Dandoti tra l’altro ragione su tutto.
      A partire dalla valutazione sulla roba che si trova nel self publishing, molta della quale è pessima.
      Rimango però dell’idea che ciascuno di noi può esercitare il libero arbitrio, e che la selezione naturale farà il resto.
      Comunque gli attacchi degli editori (e di chi lavora per loro) denotano solo paura che, appunto, qualcuno rubi loro le briciole.

  8. Sante parole.
    Per quanto riguarda il self-publishing, lo stesso discorso vale anche per il cartaceo. Ho trovato libri pessimi con editing poco curati anche tra quelli acquistati in libreria.
    Chiaro che nel calderone del SP ci sono quelli che buttano dentro il loro diario delle medie pensando di diventare milionari, ma, come già ribadito, c’è una selezione naturale, e, l’autore self che merita, alla lunga verrà riconosciuto come tale.
    Ci sono esempi a centinaia, tra cui l’illustre Girola, a testimoniarlo.
    Il SP non è più una frontiera, è un mercato che si sta consolidando, e agli editori tradizionali questa cosa un po’ brucia.

  9. Partendo dal tuo link ho letto il post che mi segnalavi e lasciato lì questo commento:

    Questo percorso di scrittura ricorda un po’ il mio, anche se la mia scelta finale è quella della gratuità totale: realizzare un romanzo che distribuisco gratuitamente e quindi nessun compenso per nessuno.
    I miei primi romanzi li ho pubblicati con un medio editore, ma non ricevevo nessun tipo di editing e modesta promozione. Ho quindi deciso di passare all’autopubblicazione non per difficoltà di farmi pubblicare, ma perché questo mi lasciava più libero di disporre dei miei testi, cambiando invece poco il risultato in termini di lettori raggiunti (non parlerei di “vendita”).
    Ho iniziato però già da prima una collaborazione con altri soggetti. Per realizzare un romanzo (pubblicato dal solito editore) avevo infatti riunito altri due autori e ben diciasette artisti (tra disegnatori, pittori e fotografi) che hanno realizzato oltre cento immagini per illustrare il romanzo (ho parlato allora di “gallery novel”). A ciascuno ho dato una percentuale dei miei guadagni, facendogli avere un contratto con il mio editore.
    Consapevole, però, che tali guadagni erano ben poca cosa, al giro successivo ho detto: “farò un romanzo da distribuire gratuitamente in ebook, chi vuol fare dei disegni gratis?” Ho così trovato altri tredici disegnatori (solo un paio del primo gruppo) che hanno realizzato una cinquantina di immagini. Ne ho fatto un ebook che distribuisco in copyleft (gratis). Insomma, se i ricavi non ci sono, cerchiamo di non avere costi. Le illustrazioni non sono però sempre necessarie. Quello che in un libro, come giustamente scrivi, ci vuole sempre è un buon editing. Cosa mi sono inventato allora? Una cosina che chiamo “web-editing”: faccio leggere in rete i miei libri, prima di pubblicarli, dicendo chiaramente che voglio commenti cattivi e spietati, che insomma non mi interessa ricevere i soliti “che bravo!” di circostanza ma che mi si dica ogni debolezza notata. In questo modo, per esempio, il mio romanzo “La Bambina dei sogni” ha ottenuto i consigli di oltre cinquanta lettori. Dopodiché ho fatto l’ebook e, studiando i vari commenti che ricevo, di tanto in tanto lo correggo ancora e ne faccio una versione “migliorata”. Questo si può fare solo con l’autopubblicazione. Persino un editore disponibilissimo come il mio non accetterebbe di fare più di una nuova edizione all’anno. Ora invece mi è capitato di farne anche più di una al mese!
    Per consentire a tutti di seguire questo metodo, ho creato un Gruppo su anobii che si chiama proprio “Web-editing”. Lì ho fatto una parte delle mie revisioni. Altri “editor” li ho trovati su facebook, su wordpress, su Liberodiscrivere e in vari altri siti.

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