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I Ronin del self publishing

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Autori autopubblicati (o autoprodotti, o indipendenti, chiamateli come volete): hanno il superpotere di stare sulle palle a tutti.
Tranne che a quei lettori che li scoprono per caso e che imparano ad apprezzarli.
Sì, parlo di “caso” perché gli eccellentissimi portali, siti e forum italiani che si occupano di letteratura “non tengono in considerazione lavori di autori autopubblicati“. Quest’ultima è una citazione quasi testuale della classica risposta che molti di noi si son sentiti dare dai direttori di suddetti portali.
Tradotto in lingua comune: “Sei un pezzente senza editore, non ti consideriamo nemmeno degno di rivolgerti parola. Sparisci. Anzi, fai di più: muori“.
Che poi, per carità, oltre l’80% degli scrittori autopubblicati scrivono vero e proprio ciarpame. Spazzatura, immondizia, roba da tema di prima media (a essere generosi). Tuttavia non si può generalizzare. Anche perché, a voler ben vedere, la media dei libri che infestano gli scaffali della Feltrinelli non mi paiono a loro volta degli inarrivabili capolavori.

Dunque ha senso un tale comportamento classista e spocchioso, da parte dei siti italiani che parlano di libri (cartacei e digitali)?
Per me no.
Avrebbe senso una certa selezione all’ingresso. I diktat, invece, sono ripugnanti.
Innanzitutto perché moltissimi di questi siti apparentemente indipendenti sono house organ di questa o quella casa editrice. Quindi tirano l’acqua al loro mulino, spesso senza nemmeno farlo apertamente. E, in quest’ottica, alcuni scrittori autopubblicati rappresentano la concorrenza.
Quindi buona parte del problema è il conflitto d’interesse. In Italia va di moda, no?

Il secondo motivo per cui reputo non professionale lo snobismo tutto italiano verso gli autoprodotti è da ricondursi a una cecità ostentata e reiterata. Chiudere gli occhi e far finta che una crescente parte delle vendite di ebook sia a favore degli scrittori senza editore non serve certo a metterli al riparo da questo scenario. E’ come pretendere di chiudere la falla di una diga con un rotolo di carta assorbente.
Così come è inutile negare che una piccola percentuale di questi scrittori (tra il 5 e il 10%) godono oramai di team creativi assai migliori di quelli offerti da editori stanchi e scoraggiati. Sicché il risultato finale è spesso migliore del previsto.

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Le cose cambieranno? Ci sarà un’apertura di considerazione da parte dei suddetti siti nei confronti degli autori italiani indipendenti?
Non credo. Non a breve.
Al massimo ci dovremo sorbire le iniziative bislacche (anche se animate – credo – da buona volontà), come quella di Wired Italia, ben descritta dal collega Davide Mana. Questa inchiesta ha dei pregi, ma parte da un presupposto sbagliato: secondo gli autori di Wired gli scrittori autoprodotti fanno questa scelta nel tentativo di attirare le attenzioni dell’editoria tradizionale.
Sbagliato! Almeno per quel che mi riguarda. La mia è una decisione primaria e consapevole, non un ripiego o altro.

Sicché ci dovremo arrangiare in altro modo, per spiegare come lavoriamo.
Applicare le strategie di guerrilla marketing. Stringere alleanze e collaborazioni, dettate però dalla stima e da passioni comuni. Cercare di sopperire alla mancanza di “padroni” potenti, ma spesso inetti.
La situazione è fluida, nulla è scritto.

Continueremo a fare i ronin.

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– – –

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28 risposte a "I Ronin del self publishing"

  1. Da lettore mi sento molto appagato nel sapere che cio’ che spendo viene distribuito solo tra distributore e scrittore e non tra Soggetto1,Soggetto2,Soggetto3,Soggetto4,Soggetto5,Quello-che-rimane-allo -scrittore.
    Ben vengano i ronin se cio’ che scrivono e’ di qualita’!

  2. Serve quel “salto” da parte del lettore, e un po’ di fortuna nello scoprire che, al di là dei preconcetti, c’è anche dell’ottimo materiale autoprodotto. La maggior parte dei pareri negativi sono in parte a priori, convengo, ma in parte anche per dei tentativi sfortunati. L’inferenza induttivo su un solo dato purtroppo è ancora lontana dal passare di moda.
    Per il resto: “Two coffins… No, maybe three.” (Sanjuro)

    1. Serve una mentalità aperta, sì. In Italia non ne siamo mai stati particolarmente ricchi. Le nuove generazioni potrebbero dare molto, ma dovrebbero prima imparare a leggere 😀

  3. Credo che in parte possa centrare l’atavica paura di molte aziende nostrane a credere nel nuovo. Il kindle store mi pare che non distingua tra autopubblicati e non. Ma se un autopubblicato volesse sbarcare sul cartaceo la via dell’editoria tradizionale sarebbe inevitabile? O il print on demand potrebbe bastare?

      1. Io faccio il grafico editoriale di professione (in realtà mi occupo di giochi in scatola in questi ultimi anni) e sono incappato alcune volte in libri stampati da Createspace. La qualità è buona, niente da dire, tecnicamente parlando. Non ho provato l’esperienza Createspace in prima persona, ma un mio amico mi ha detto che la procedura è molto semplice. Presuppongo che non sto comprando libri “profumati” da parecchio tempo e sono Kindle-dipendente (contenuti, non contenitori!), ma ho notato che sempre più autori indie rendono il loro scritti disponibili anche in versione cartacea, proprio per non perdere alcun tipo di lettore. Quindi perché la tua esperienza è negativa? Ciao e grazie, Simone.

        1. Nulla da dire sulla qualità “materiale” e tecnica dei libri stampati in POD.
          Io valuto l’esperienza negativa perché, quando ci ho provato in tre differenti occasioni) le vendite sono state ridicole, al contrario dei miei ebook, che vendono bene.
          Del resto, tra le due opzioni (ebook a 2 euro e cartaceo a 10, per esempio), posso capire il perché di certe scelte.

  4. Forse ci vorranno secoli, ma credo che le cose cambieranno. I grandi editori sentono le fondamenta cedere. Non è un caso che chiedano aiuto allo stato – che poi promulga leggi pro-cultura dove l’ebook è escluso – e si facciano pubblicizzare più o meno apertamente da blogger e siti specializzati in rete, nonché da frasi pubblicitarie tipo “il nuovo best-seller” quando ancora il libro non è in libreria.
    Eppure quelle fondamenta stanno cedendo. Così come avviene nella musica, dove sempre più spesso autori autoprodotti si piazzano su youtube, vimeo, o anche il nuovo MySpace, e ottengono più successo di autori blasonati. Lentamente, il pubblico, sposterà i pesi verso nuove frontiere.

    Però… bisogna trovare un modo per far sparire il ciarpame, altrimenti si parte con una zavorra al piede mica da ridere! Sfortunatamente, a oggi, non credo ci siano sistemi “social” di filtro altrettanto efficaci come quelli che appaiono in altri campi artistici. Sigh!

    1. Già: ciò che è successo nel mercato discografico dovrebbw insegnare molto, soprattutto che certi cambiamenti epocali non si possono arrestare.
      Infatti certi isterismi degli editori mi sembrano gesti disperati…

      Riguardo alla necessità di arginare il ciarpame autoprodotto, io spero nella selezione naturale.
      Lavorare bene, non avere fretta, farsi un nome e una “fama” distiguerà gli autori validi dai pirati all’arembaggio del selfpublishing…

  5. “La media dei libri che infestano gli scaffali della Feltrinelli non mi paiono a loro volta degli inarrivabili capolavori”.

    E questo, appunto, se li vedi quando sono già arrivati sugli scaffali. Ma è prima, quando i testi degli autori – anche già pluripubblicati – arrivano in redazione, che si vedono davvero alcune cose che sarebbe bello non vedere – altro che i temi di prima media…

    1. Secondo me gli editori pubblicano roba indecente, purché segua il filone che vende in quel preciso momento storico.
      Oramai i servizi di editing offerti da molte CE rasentano il ridicolo (purtroppo, eh! C’è poco da godere in tutto ciò)

  6. Questo tipo di spocchia lavorativa è una cosa tutta italiana, non è solo circoscritta alla scrittura e alla pubblicazione. A me è capitato lo stesso identico discorso da parte di un ‘addetto ai lavori’ del fumetto che ha risposto maleducatamente ad una serie di autori autoprodotti classificandoli come hobbysti e peggio, come se esistesse una classe superiore o un olimpo a cui noi non potremo mai accedere perché abbiamo peccato, non siamo stati scelti a concorsi tipo “cerchiamo autori nuovi e inediti che devono aver già pubblicato 2 volte nel corso del 2013…”. Non credo sia solo paura del nuovo, ma in casi come quelli che gestiscono siti sia solo arroganza bella e buona. Ti ignorano o ti nominano appena con sufficienza perché ehi, il tuo libro non ha la copertina rigida né un editore che garantisce la qualità… che non c’è ma ok.
    Al che farò una domanda probabilmente molto stupida ._. ma se si creasse un sito unico italiano proprio per chi si autoproduce? Come ci sono i siti come questi. Un forum che raccoglie autori e lettori interessati, classifichi i testi a seconda della lunghezza e del genere… esiste già o non si può fare?

    1. Secondo me è soprattutto una difesa territoriale dei propri interessi economici, altro che spocchiosi discorsi sulla tutela della qualità…

      Riguardo alla tua domanda, credo che u progetto del genere potrebbe anche nascere, ma temo che (al solito) qualcuno in Italia ne aprofitterebbe soltanto per fare il capoccia di una nuova corporazione.
      Poi magari sono io che son troppo individualista, boh…

      1. Purtroppo il Capocciato è una diffusa piaga sociale, talmente diffusa che tutti ne siamo rimasti scottati una volta o l’altra mi sa.
        Il fatto è che magari sarebbe una cosa così grande e ambiziosa che sarebbe difficile da gestire mi sa :S

  7. c’è stato sicuramente un grosso aumento delle vendite tra gli autopubblicati, però anche a fronte di vendite vertiginose non si parlerà mai di fenomeno editoriale, anche perché molte testate online hanno un editore alle spalle e non hanno nessun interesse a farlo, basti pensare al corriere, repubblica, il Giornale o lo stesso Fatto quotidiano. C’è snobismo alla base, ma anche uno dei tanti conflitti di interesse di questo paese

    1. Occhio però: gli editori tradizionali stanno arrivando a totalizzare vendite minori a certi autoprodotti, a eccezione dei soliti bestseller pompati dai media.
      Per questo se la cominciano a fare sotto.

  8. La rivista Black Gate, che ormai costituisce la testata di riferimento per ciò che riguarda un certo tipo di fantasy, dall’anno passato ha un editor che recensisce un autoprodotto al mese.
    Ora, dodici ebook in un anno sono nulla (Black Gate recensisce una trentina di titoli di editori tradizionali al mese, in media), ma è un segnale – ed è una iniziativa più forte e concreta che chiedere al pubblico quale autopubblicato “meriterebbe l’attenzione di un vero editore”.
    Però, certo, Black Gate la fanno gli americani, e non ha legami diretti con editori – ha un suo pool di autori, che vengono opportunamente e dichiaratamente pompati (“è uno dei nostri, ne parliamo volentieri”), ma non ci sono oscuramenti di questo o quell’autore, editore o settore dell’editoria.
    Lo stesso vale per altre testate, o per recensori indipendenti come Ron Fortier (che pure ha una sua casa editrice – ma non affossa la concorrenza… strano, eh?)
    Noi siamo come sempre vent’anni indietro.

    1. Forse perché da quelle parti non si vive col timore che il mercato venga cannibalizzato da un gruppo o dall’altro.
      C’è virtualmente spazio per tutti, anzi, una cosa può fare da traino all’altra, ma qui in Italia si ragiona per logica corporativa.
      O anche sulla falsariga di Guelfi Bianchi contro Guelfi Neri.

  9. Se spendessero il tempo che impiegano a delegittimare chi si autoproduce nel migliorare i prodotti che infestano le librerie (e gli autogrill), forse sarebbe più costruttivo.

    In più, tante volte il lavoro sporco non lo fanno direttamente loro, lasciano che siano branchi di cani sciolti che si schierano in difesa, sperando finalmente di entrare nel primo cerchio della fiducia.

  10. Non comprendo l’atteggiamento ostile, ma, mettendomi un momento dall’altra parte (cosa che è sempre utile fare), posso capire che è difficile avere il polso della situazione, visto, come sappiamo, che la maggior parte degli autoprodotti è ciarpame.
    Certo, non è poi tanto difficile capire quali sono quelli meritevoli e quelli no, basta guardare i commenti, ma probabilmente c’è una chiusura mentale a prescindere.
    E… vi devo fare una confessione: io pubblico self perché è troppo faticoso cercare un editore vero e, sinceramente, se arrivasse una proposta seria, non sarei così schizzinoso.

    1. Come ho detto in altri commenti, secondo me c’è soprattutto una logica di difesa dei propri introiti, che sono già pochi, nonché minati da un nuovo concorrente (il self publishing).
      E’ una mentalità repressiva-conservativa vecchia di almeno vent’anni, e infatti sta fallendo miseramente.

      Riguardo alla tua considerazione finale: io pubblico da solo perché ho guadagni migliori. Tra le tante valutazioni fatte al momento di scegliere la mia “carriera”, questa senz’altro non è stata secondaria.

  11. Certe case editrici che vedono un po’ più lungo delle altre (tipo Newton Compton) stanno già facendo due conti. facendo scouting tra i self e sopratutto diminuendo il costo dei loro ebook. Un romanzo di 300-400 pagine lo fanno a 4,99, prezzo tutto sommato onesto. Altri editori invece pensano di poter fermare il treno con una mano, grazie magari alla loro legione di siti e blog per quanto riguarda la sponsorizzazione e lasciando ostinatamente i prezzi degli ebook a ventordici euro. I primi penso coabiteranno col self publishing senza troppi problemi, gli altri potrebbero accorgersi di non chiamarsi Kenshiro 😀

  12. non commento quasi mai ma leggo sempre con interesse,
    qualche riflessione sparsa molto confusa:

    per esperienza personale dico che molti editori sono semplicemente stampatori, a una buona qualità cartacea si accompagna un editing ed un dialogo con gli autori assolutamente nullo. Scrivendo solo praticamente saggistica di settore il confronto con un editore che mi consigli e mi guidi è (sarebbe) necessario e da me benvenuto ed è finora mancato purtroppo….
    a questo punto se latita nell’editoria tradizionale perchè non affidarsi ad un gruppo di “esperti” e conoscenti del settore per poi autopubblicarsi? Che poi se il termine “autopubblicazione” non lo digeriamo perchè non ancora socialmente accettato, perchè non pubblicare allora tramite un portale/testata giornalistica o gruppo culturale? Mi sembra un’idea percorribile, in questo modo ho il dialogo con professionisti che leggono il mio draft, mi consigliano e mi indirizzano verso i cambiamenti più opportuni ma allo stesso tempo sarei “pubblicato” da qualcuno e non figurerei come autopubblicato (leggete quasta mie parole nel senso più positivo del concetto, ci sarebbe cioè un filtro a garantire una certa qualità…).
    Nel mio caso, per gli argomenti che di solito tratto, cinema orientale, una soluzione sarebbe quella di una pubblicazione digitale accompagnata da una tiratuta limitatissima cartacea (50-100 copie) con materiale fotografico extra.
    Inoltre la situazione attuale con l’editoria tradizionale che crolla e lascia molti spazi inoccupati, ci permette di riflettere sul perchè uno scrive, nel mio caso personale si tratta di far arrivare a più persone possibili le tracce (digitali o cartacee) di una ricerca personale sul campo che va avanti da anni. Vista la nicchia di nicchia di cui scrivo mi pare chiaro che l’editore tradizionale non sia interessato, non lo biasimo, ma penso ci sia spazio allora per qualcosa di interstiziale, in fin dei conti diffondere un libro in 200/300 copie sarebbe già una soddisfazione.
    Scusate il disordine mentale….

    1. Tutto chiaro, tutto condivisibile.
      Ottima aggiunta, la tua. L’editoria tradizionale evita di coprire le nicchie, anzi, le ghettizza proprio. Oramai segue solo i filoni di tendenza (col risultato di rendere sterili qualunque altro genere, che magari altrove vende bene), lasciando a secco una marea di potenziali lettori.
      Il self publishing, che in molte realtà è poi una sorta di micro-editoria ultraprofessionale, si propone proprio di soddisfare i lettori forti, disinteressati all’ennesimo Moccia o all’ennesimo Dan Brown.

      Ragioniamo anche un attimo sui soldi: distribuire 300 copie, ma con royalties pari al 35%-70% (quelle di Amazon) è comunque vantaggioso rispetto al distribuire 600 copie tramite editore, con royalties al 7%.

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