Tre tipi di strategie promozionali

multitasking

A mio parere una delle cose che può/deve offrire un editore per convincere uno scrittore a far parte della sua scuderia è il supporto nella fase di post-pubblicazione.
Ok l’editing (mi pare il minimo), la parte grafica etc etc. Sono cose perfino ovvie, ammesso che si voglia vendere un prodotto di qualità. Anche se, ahimé, anche questo non è più poi così scontato.
Ma la post-pubblicazione? Spesso lo scrittore è lasciato da solo a vendere il suo libro, nemmeno fosse il peggior piazzista porta-a-porta. “Hai dei profili sui social network? Ebbene, sfruttali!” Questo è il saggio consiglio che l’editore dà al suo autore. Non sempre, ma spesso accade. Per gli autoprodotti, invece, la sola strada percorribile è proprio quella della promozione online, quindi il dilemma nemmeno si pone.
Solo che molti scrittori non sono esperti di marketing (né sono obbligati a esserlo, almeno in teoria), perciò va a finire che non sanno nemmeno da che parte iniziare. Oppure, ipotesi ancor peggiore, si lanciano nell’improbabile gioco del chiedere, con vergogna, ad amici e parenti, di comprare i loro libri.
Per assurdo, ma nemmeno poi tanto, gli scrittori autoprodotti, obbligati fin da principio ad arrangiarsi da soli, sono più in gamba a vendersi rispetto agli autori tradizionali. Anche perché la scelta è tra imparare a farlo, oppure fallire miseramente.

Prendete me, tanto per espormi in prima persona: oltre a scrivere narrativa sto studiando marketing, ho imparato come ottimizzare l’uso dei millemila social network, cercando di essere presente su tutti quelli più utili, e spesso mi lancio in progetti di scrittura collettiva, che sono ottimi per conoscere nuovi lettori.
Tutte cose utili, che fanno curriculum, e che potrebbero servirmi anche per lavorare in ambiti più normali (no, la scrittura non è normale!)

A volte il peso di tutte queste attività è però eccessivo. Doversi occupare di una mezza dozzina di profili social (Facebook, Twitter, Google Plus, Tumblr, Pagina Facebook del blog) prende molto tempo. Anche perché non basta aggiornarli in malomodo. No: occorre anche studiarne le dinamiche per non commettere errori da principianti.
Poi c’è il blog – questo che state leggendo – da accudire come un figlio. Attività che, da sola, mi porta via in media un’ora il giorno.
Un esercizio che è però sempre utilissimo, soprattutto per i motivi che spiega Davide Mana in questo suo post.

E poi, ecco, non bisogna mai smettere di scrivere, altrimenti finirei per essere uno di quegli wannabe writer, che continuano ad annunciare progetti, senza mai realizzarne uno.
Insomma, c’è lavoro in abbondanza, sette giorni su sette, anche se qualcuno insiste a dire che questo, in fondo, non è vero lavoro, perché è una passione.
Sì, forse quella di Cristo.

multitasking 2

Proprio per questo motivo trovo sempre più intollerabile chi perde tempo in eterne polemiche, guerre intestine, nella gestione di blog in cui il focus è “guardate Tizio come scrive male!
La dispersione di energie nel litigare è enorme, così come il karma negativo che si genera a ciclo continuo. Eppure c’è gente che non ha altre attività in cui veicolare tali energie, sicché preferisce farlo in modo distruttivo, o comunque nell’ottica di farsi una promozione aggressiva, magari per guadagnare autorevolezza in uno specifico settore (blogging, editoria, recensioni letterarie o cinematografiche, etc etc).

Farsi la fama da polemista è spesso il sistema più furbo per costruire un personaggio poi vendibile nel settore. Funzionava in TV (funziona ancora, basta guardare un qualunque talk show), e su Internet il meccanismo è replicabile quasi all’infinito.
Tuttavia, per quel che mi concerne, sconsiglio questo tipo di sistema per gestire la propria immagine, a meno che non abbiate uno stomaco foderato di amianto e un cinismo a livelli da record. Se così non è, favorite un approccio più umano, sociale e socievole alla vostra attività di post-pubblicazione (ossia, alla promozione).
Il che non vuol dire schivare tutte le polemiche, bensì non crearne ad arte, tanto per guadagnare lettori e posizioni sui motori di ricerca

Questa è dunque la scelta che si pone un po’ a tutti:

  • Non fare promozione (sperando che la facciano per voi i lettori, l’editore, o qualche esperto opportunamente ingaggiato);
  • Fare promozione in modo socievole e positivo;
  • Fare promozione aggressiva.

Viviamo un’epoca di grandi cambiamenti, anche in queste attività che molti ritengono secondarie e sostanzialmente inutili.
Le dinamiche sono complesse; da questi parti si continua a studiarle e a sperimentarle. Forse fra qualche anno avrò abbastanza esperienza per dire se le mie scelte, rispetto a quelle di altri, hanno pagato o meno.

aggressività
Schema esplicativo di aggressività nelle razze canine.
Applicabile anche all’internauta.

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

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3 commenti

  1. Io credo che con il cambiamento dei temi possono cambiare i mezzi a disposizione, ma i contenuti restano sempre gli stessi: Chi ha qualcosa da dire lo dice, chi non ha nulla da dire polemizza e critica.
    Allo stesso modo una certa misura nel proporsi per me è una scelta vincente, mi fa pensare ad una volontà di condividere se stessi senza però l’ossessione di diventare famoso ad ogni costo.
    Il punto è che troppe persone prima raggiungono la notorietà, poi vengono pubblicate. Quindi la domanda che farei ad ogni autore è: Vuoi diventare famoso te o vuoi che lo diventino le tue opere?

    1. Purtroppo quello che citi tu è il sistema che va per la maggiore qui da noi (forse anche altrove, non so): vendere il personaggio, non ciò che scrive, o che comunque propone.
      Io preferisco il percorso inverso, anche perché l’idea di vendere me stesso mi inquieta alquanto…

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