Sette contraddizioni tutte italiane

Tony Simpson

Tanto oramai ce lo dicono sempre più spesso: “voi sputate nel piatto dove mangiate!
Ma anche l’ancor più classico “O la ami o te ne vai!
Stiamo ovviamente parlando dell’Italia, che i più sarcastici storpiano in ItaGlia, abitata ovviamente dagli itaGliani e dagli italioti. Un Paese che è impossibile non criticare e a cui non bastano le solite scusanti generiche che ci ripetono da anni: la buona cucina, i bei paesaggi, le opere d’Arte.
Un paese in cui un buon film cinico e disincantato sul nulla che permea tutto, La Grande Bellezza, viene supinamente interpretato come un’ode al patrimonio artistico nostrano.
Eppure, curiosamente, l’Italia può essere criticata dai populisti più beceri, dai movimenti di piazza che difendono i piccoli evasori fiscali, ma non da chi espone delle osservazioni in tono più distaccato e freddo.
L’Italia è il paese di chi grida più forte. Lo è sempre stato, lo è ancora di più oggi, con la Crisi che imbruttisce la gente. Di contraddizioni nostrane ce ne sono a bizzeffe. Io vi segnalo le sette più evidenti, riscontrate nei settori in cui opero.

Sette contraddizioni tutte italiane

  • La protesta come atto di esibizionismo. Non generalizzo, si capisce. Tanto di cappello a chi le proteste le fa davvero, senza telecamere e senza demagoghi da portare in parlamento per acclamazione. In linea di massima mi sembra che più certe manifestazioni sono becere, più servono soltanto per guadagnarsi un posto al sole. Vale in politica, vale anche nel virtuale.
  • Il nuovo visto come ostile. Essendo un Paese intrinsecamente vecchio, dove i quarantenni vengono visti ancora come “ragazzi”, l’Italia è refrattaria a qualunque cosa rappresenti una novità. Il nuovo viene percepito come pericoloso, perché minaccia l’instabile equilibrio del vecchio. Vale in politica, come nell’editoria.
  • Non collaborazione, bensì solo concorrenza. L’italiano vive per il campanile, ossia per se stesso. Il prossimo non viene quasi mai visto come una possibile fonte di arricchimento – sia in senso morale che materiale – bensì come un concorrente. Che quindi va ostracizzato e soffocato nella culla.
  • Con la Cultura non si mangia. Strano che questo orribile concetto si sia diffuso a macchia d’olio nel paese che ha dato i Natali alla civiltà Occidentale, eppure è così. L’onda lunga della cultura elitaria ce la portiamo dietro da almeno un secolo eppure, mai come oggi, essa appare anacronistica e autolesionista. Il motivo? Presto detto: è più facile ammansire un branco di pecoroni illetterati.
  • Chiudersi al mondo. Laddove il resto del pianeta sta sperimentando – adattandosi – alla globalizzazione, l’Italia disdegna perfino le cose basilari, come per esempio avere un livello decente di conoscenza della lingua inglese. Anzi, chi lo conosce viene definito uno con la puzza sotto in naso, un esterofilo. Altro che cianciare di flussi migratori.
  • Tendenza alla disonestà. Che è un’accusa pesante, che ci viene rivolta a più riprese dai nostri “vicini” europei. Luoghi comuni? Cliché? Io dico solo: pagamenti non puntuali, lavoro in nero, tendenza all’evasione, sfruttamento del prossimo, cavilli pseudo-legali per distruggere la concorrenza (vedi punto 3). Il DNA è marchiato. Speriamo di poterlo ripulire con le nuove generazioni.
  • Mancanza di rispetto. Per il lavoro altrui, per le diversità, per i non-allineati, per le istituzioni, per le autorità, per le regole basilari della convivenza civile. Null’altro da spiegare. Fatevi un giro là fuori e poi ditemi.

Perché parlo di contraddizioni, quando questi sono veri e propri difetti?
Perché io conosco ottime, straordinarie eccezioni a questi sette punti. Persone forti e coraggiose, che combattono contro gli stereotipi, contro la gerontocrazia, contro i populisti e i buffoni che si ergono a (finti rivoluzionari). In tutti i campi, in tutti settori.
Queste eccezioni non sono nemmeno poche, a voler ben guardare. Solo che le vedo sempre più avvilite e disilluse.

Brutti, bruttissimi segnali…
Ma io voglio essere ancora un poco ottimista. Prima o poi la ruota girerà anche qui. E non parlo necessariamente di faccende politiche.

Bella Italia

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

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24 commenti

  1. Non sarà facile cambiare lo stato delle cose. Anche volendo, questi punti sono radicati così nel profondo della nostra società, che verranno trasmesse come patrimonio genetico alle nuove generazioni.
    Che brutta cosa…

      1. A dirla tutta, ogni volta che ho visto il nuovo sostituire il vecchio, a consuntivo ho sempre rimpianto il vecchio (e non sto parlando di Grillo questa volta)

  2. Personalmente non generalizzerei, ogni paese ha la stessa merda dentro, da noi è molto evidente e spalmata bene.
    Penso dipenda moltissimo da chi si frequenta, io ho cambiato vita e amicizie qulche anno fa, automaticamente sono passato da quasi “sciachimista incazzato con il potere” a “ci sono molte persone che vogliono far andare bene le cose”, basta (cosa non semplice) trovarle.
    Queste persone sono quelle che allevano i figli con i valori della cooperazione costruttiva che cambierà le cose.

    1. Guarda che “senza generalizzare” lo dico sempre anch’io. Il non generalizzare non deve però essere una scusa per mettere le fette di salame sugli occhi.
      Non è una critica a te, eh, bensì un promemoria per tutti.
      Che qualunque paese abbia i suoi difetti è vero, che L’Italia sia particolarmente anomalo è altrettanto vero.

      1. Verissimo!
        A volte basta girarsi attorno per vedere segni di cambiamento dal basso (come odio questa parola), ciò che manca da noi è il concetto di fare gruppo tra i migliori a scuola, fin dalle materne vengono affiancati quelli che studiano a quello che non lo fanno per “aiutarli” così facendo si comunica ai bambini che ci sarà sempre chi ti aiuta… cosa assolutamente deleterea.
        La crisi sta insegnando a molti come fare gruppo in maniera costruttiva, ovviamente sono solo i miei due centesimi sulla base di ciò che vedo ogni giorno.

  3. Sono d’accordo con tutte le caratteristiche che hai descritto, ma la cosa che più mi da fastidio è il finto patriottismo che in questi giorni stiamo vedendo con la vittoria dell’Oscar.
    Gli italiani si scoprono patriottici ed innamorati della nazione quando si parla di cinema (salvo poi andare a vedere perlopiù film stranieri), quando si parla di calcio e di sport in generale, etc. In quelle occasioni tutti quanti amano il belpaese e sono orgogliosi dell’Italia.
    Quando poi finisce l’evento riparte la solfa “l’Italia fa schifo”, si ricomincia a non avere la minima considerazione di nulla che vada oltre la propria porta di casa, non si va a votare, etc.

    1. Sì, il finto patriottismo è ributtante, soprattutto in campo sportivo (sì accoltellano per anni allo stadio, poi per una settimana si ricordano di tifare Italia).
      Ma anche in altri campi non va meglio. Quando poi sento cazzate del tipo “bisogna ascoltare la musica italiana per amor di patria” mi viene puntualmente un attacco isterico.

    2. come quando morì Fellini, sembrava che gli annunciatori televisivi scoppiassero in singhiozzi. Hanno fatto sfilare in tarda serata due suoi film e poi di Fellini non si è mai più parlato. Io non sono ottimista, e a chi ieri mi accusava di pessimismo posso solo dire di guardare come l’oggi. In quanto alle nuove generazioni … non voglio pronunciarmi. Io la vedo male.

        1. Già.Purtroppo, se l’educazione viene anche dai modelli, noi qui siamo messi molto male. Cosa può imparare da ciò che vede un adolescente medio, se non la banalità, la retorica, la piattezza, le idee di massa e il concetto di fottere gli altri per farsi strada?

    3. Gli italiani sono orgogliosi dell’Oscar…finchè non vedono il film che l’ha vinto. Ieri sera ero agghiacciato dai commenti feroci su facebook di chi stava vedendo la grande bellezza e lo odiava perchè non ci capiva niente, perchè era lento, perchè non c’erano colpi di scena, perchè non si rideva e insomma perchè il film era una cagata pazzesca. D’altro canto siamo il paese dei 9 milioni di telespettatori di Don Matteo 9 e del boom del nuovo GF13…

      1. Ieri su Facebook era il delirio.
        Che poi il film può non piacere, per carità. Ma le spalate di merda di ieri andavano ben oltre i gusti personali.

        1. credo che tali spalate di merda siano un po’ una reazione fisiologica ai toni come sempre eccessivi dei giornali (spesso anche loro sempre più cafoni e retorici). Siccome ora sembra che il film abbia risollevato l’Italia dalla merda (cosa ovviamente non vera) molti si sentono indignati e reagiscono male. E’ normale, purtroppo. Io credo che ci manchi un occhio oggettivo, nel bene e nel male, e un minimo di autoironia – anche qui nel bene e nel male. In Italia non si parla, si proclama. Abbiamo un politico che – al di là delle opinioni personali – in tv ha detto (cito) di voler mandare a fare in culo chi rifiuta l’Europa (intesa come meccanismo economico, ovviamente). Ora, chi mi conosce sa che non sono un moralista, ma credo anche che in un momento del genere una sparata così becera e fuori luogo sia da evitare come la peste. e invece no, niente attenzione, niente educazione, niente ironia, sempre e solo sparate roboanti.

  4. Ho cambiato amicizie più volte perchè ho visto come molti preferiscano proprio lobotomizzarsi, vivere uno stereotipo di vecchiaggine e ignoranza MA vincente. Ho lavorato in un cinema quando è uscito proprio La Grande Bellezza, ho visto il parco di spettatori e come il pubblico cambia a seconda degli esiti dei festival (“l’albero della vita”: un film che per 2 settimane non si è filato nessuno. Domenica vince Cannès e lo spettacolo delle 22.30 si riempie di gente che corre pur di vederlo). Forse siamo pochi a non rientrare in queste contraddizioni, ma almeno adesso avendo internet, i blog e comunicazione più svelta riusciamo a trovarci.

    1. Pochi pochissimi, temo. Ma qualcuno c’è.

      (Noi pochi, noi pochi felici, noi banda di fratelli (e sorelle) ) 🙂

  5. Non sono proprio d’accordo su tutto. Alcune di questi fenomeni in Italia sono più marcati che altrove ed altri non esistono solo noi. Ad esempio “La protesta come atto di esibizionismo” non è certo prerogativa italiana quanto piuttosto del nostro tempo.

    La conoscenza dell’inglese non è necessariamente un bene assoluto, basta vedere in campo internet; stati con una ricchezza simile alla nostra, come la Corea del Sud e la Russia, hanno un mercato interno molto più sviluppato del nostro, proprio perché sono più isolati rispetto alla cultura degli Stati Uniti. Anche la nostra letteratura ne risente, ci si lamenta sempre della qualità della nostra editoria, ma questa ha poche opportunità di difendersi da prodotti sostenuti da un mercato molto più ampio del nostro, in cui essa non può competere.

    In termini storici è chiaro che aprirsi all’esterno conviene solo a chi è abbastanza forte da conquistare, invece di essere conquistato. É certo che prima o poi bisognerà aprirsi, ma ha senso attendere di avere dei punti di forza.

    1. Per carità, ben vengano osservazioni in contrasto con le mie.

      Riguardo all’editoria (nello specifico), credo che ci si possa difendere solo con la qualità. E quella qui manca quasi totalmente, a eccezione della saggistica.

    2. Gabriele scusami se mi intrometto, ma c’è una cosa del tuo messaggio alla quale vorrei controbattere: la conoscenza dell’inglese, come la conoscenza di ogni forma di comunicazione, è un arricchimento sempre e comunque. E’ sempre un bene assoluto.
      Al massimo possiamo discutere riguardo all’utilizzo che se ne fa.

      1. La storia dimostra che non è così; può valere per i singoli, ma non per le società. Se impari l’inglese è naturale che graviterai verso quella cultura perché essa è oggettivamente più ricca, in tutti i sensi. Ma ciò significa che la cultura italiana sarà ulteriormente svantaggiata perché avrà un creatore ed un cliente in meno, e così fino a zero.
        Tu potrai ottenerne un vantaggio, ammesso che accetti di appiattirti su di una cultura che non potrai influenzare pienamente, ma la cultura italiana no.
        É possibile che tu decida di “creare un ponte” tra la cultura italiana e quella americana, portando i maggiori vantaggi alla prima, ma statisticamente parlando ciò accade raramente. Mettiamola così: quanti potendo scegliere preferiscono faticare il doppio per ottenere la metà ? Solo chi ha una forte motivazione.

  6. Non mi ritengo un esperto di cinema ma ieri sera ho visto la prima mezz’ora del film di Sorrentino; premetto che non è esattamente il mio genere (tant’è che non ho continuato la visione) ma ho avuto l’impressione che Sorrentino abbia attinto a piene mani al filone felliniano (d’altronde ha ammesso lui stesso di considerare Fellini uno dei suoi maestri). Se avesse chiamato il suo film “La dolce vita 2” sarebbe stato lo stesso. Ieri Fellini ci proponeva la vita della Roma glamour degli anni ’60, oggi Sorrentino ci ripropone lo stesso filone con quella odierna.

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