I Walser e il Natchvolk

walser

Ne La Strega e l’Ulano, il secondo romanzo (breve) della trilogia delle Madri, ho spostato l’azione dai Balcani al Lago Maggiore.
Non sono un fondamentalista delle ambientazioni italiane, anche se mi piacciono. Però, nello schema generale di questo ciclo narrativo, l’Italia mi serviva assolutamente come tappa intermedia.
La vicenda ha luogo pochi giorni prima dello scoppio della Grande Guerra – anche se in versione ucronico/fantastica – e tutti sappiamo come si comportò il nostro Paese nel gioco delle alleanze.
Da qui, per farla breve, la mia esigenza di un passaggio in Piemonte, da parte dell’ulano protagonista dalla trilogia.
Nell’immaginario paese di Arnovasso (che fa il verso a un borgo realmente esistente), il capitano Kubiak scoprirà, tra le altre cose, l’influenza della cultura Walser nel territorio che va dal verbanese al vercellese, passando poi in Val d’Aosta.
Ma chi erano – chi sono – i Walser?

Agli albori dell’anno Mille, proprio quando sembrava avvicinarsi la temuta Fine del Mondo annunciata dall’Apocalisse, mentre fiorivano racconti popolari e il millenarismo dilagava tra superstizioni profezie e dottrine escatologiche, un gruppo di origini ancora misteriose, forse alto-alemanniche, giungeva nella Valle del Goms, percorrendo i passi lasciati liberi dalle nevi che li avevano ricoperti nei secoli precedenti. (…)
I Walser, queste genti robuste, forse gli ultimi discendenti dei Sassoni che, nel VIII secolo, erano migrati verso l’Europa centro-meridionale, giunti nel cuore delle Alpi Svizzere, tra il Gottardo e l’Oberland Bernese, non scelsero le pianure o gli alpeggi più bassi, ma salirono alle quote più alte e inospitali. Qui, dove si credeva riuscissero a sopravvivere solo demoni e animali mostruosi, fondarono le loro prime colonie, plasmando e addomesticando la montagna.

Questa è una parte dell’ottimo articolo sui Walser, scritto da Francesco Teruggi e pubblicato su Luoghi Misteriosi.
Vi consiglio di leggerlo integralmente, perché è molto interessante.

Le migrazioni dei Walser
Le migrazioni dei Walser

Da questo punto di partenza ho fatto ulteriori ricerche su questa misteriosa enclave, scoprendo che poi tanto misteriosa non è.
Nel senso che le tradizioni Walser sono ancora radicate in alcuni comuni, e vengono mantenute in vita grazie a studi storico-folcloristici, a rievocazioni storiche e al dialetto, che sopravvive a dispetto della modernità e del tempo che scorre, implacabile.

In comuni quali Macugnaga, Formazza, Valsesia, Gressoney e Issime si parla ancora il Walsertitsch (l’idioma Walser), mentre altrove è caduto in disuso da qualche anno (Val d’Ossola, Val d’Ayas, Valle Strona e altrove).
Su Wikipedia si scopre che:

La Fondazione Enrico Monti di Anzola d’Ossola da oltre un trentennio svolge attività di ricerca, promuove incontri e convegni, propone pubblicazioni sulle realtà walser in tutto l’arco alpino. Tra le molte pubblicazioni edite in tema si segnalano le numerose opere sui walser scritte o curate da Enrico Rizzi e citate in bibliografia.

In Valle d’Aosta sono presenti due istituti di ricerca e studio della lingua e della cultura walser, attivi nell’ambito della comunità dell’alta valle del Lys: l’associazione Augusta di Issime è il più antico, fondato nel 1967; mentre a Gressoney-Saint-Jean si trova il Centro di cultura walser – Walser Kulturzentrum des Aostatals, fondato nel 1982. La collaborazione tra gli esperti linguistici di questi due centri ha permesso la redazione di due dizionari del titsch di Gressoney-Saint-Jean e del töitschu di Issime, pubblicati nel 1988.

In Valsesia è invece presente il Centro Studi Walser Remmalju di Rimella.

Tipiche case Walser.
Tipiche case Walser.

Inoltre esistono delle enclavi Walser radicate anche in Austria, Liechtenstein e nell’Alta Savoia francese.

Al di là dell’aspetto puramente antropologico della faccenda, sono rimasto affascinato dall’ampia gamma di leggende che popolano la cultura di questo popolo.
Leggende che ho ovviamente preso, laddove era necessario, per utilizzarle nella stesura de La Strega e l’Ulano.

Gli appassionati di folclore posso sbizzarrirsi, facendo conoscenza con diverse figure bizzarre della mitopeica Walser, come ad esempio il “Wildmannli” (“Uomo Selvatico”) o il “Feuerroten Geissbock” (“Il caprone rosso fuoco”) e il temibile “Nachtvolk” ( “Il popolo della notte”).
Non mancano poi i malefici rappresentanti del Piccolo Popolo, i Twergi (quasi sicuramente imparentati coi famosi nani Duergar, presenti nelle favole nordiche), e gli esseri fantastici quali il basilisco, vero e proprio spauracchio dei Walser, che temevano di incontrarlo durante le battute di caccia nei boschi e in altura.

Concludo citando ancora l’articolo di Francesco Teruggi:

Su tutto dominavano i ghiacciai, con il loro gelo e le pareti bianche, lattiginose. Il ghiacciaio era considerato il Purgatorio, tanto che la “processione dei morti” – comune anche a molte località di pianura – la teoria di spiriti che giungeva ad accogliere i nuovi morti per accompagnarli nell’oltretomba tra litanie e stridore di catene, quando passava negli alpeggi, per tornare all’altro mondo non passava per una balma o una grotta, ma si perdeva in un crepaccio.
La furia dei ghiacci, la potenza distruttiva delle valanghe è al centro anche del mito walser-valdostano della Verlorene Thal, la “valle perduta” del Lys, in cui si racconta sorgesse la leggendaria colonia walser di Félik, inghiottita per punizione dalle nevi con tutte le sue ricchezze dopo che i suoi abitanti rifiutarono di accogliere e rifocillare un vecchio barbuto e cencioso, sotto le cui mentite spoglie si celava l’Ebreo Errante.

Un Twergi.
Un Twergi.

(A.G. – Follow me on Twitter)

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2 commenti

  1. Ciao Alessandro,

    ti segnalo un piccolo (e credo involontario) “refuso” nella traduzione di una delle “bestie mitologiche” che popolavano l’immaginario collettivo Walser:
    il “Feuerroten Geissbock”, che tu hai tradotto come “caprone rosso fuoco”, è verosimilmente invece il camoscio rosso fuoco.

    Per il resto, bell’articolo as usual 😉

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