Se l’Egitto avesse sviluppato un arsenale nucleare

La lista dei paesi in possesso di armi nucleari è nota.
La riporto qui, per comodità, in ordine decrescente di testate ufficialmente possedute.

Russia (ex URSS)
Stati Uniti
Regno Unito
Francia
Cina
India
Pakistan
Corea del Nord
Israele

Riguardo agli arsenali nordcoreani e israeliani non ci sono molte notizie ufficiali. La Corea del Nord ha (avrebbe) circa dieci testate atomiche, ma con vettori di lancio obsoleti e raggio corto. Israele dovrebbe essere dotato di almeno ottanta testate, anche se nulla, a proposito di tali armi, è mai stato confermato dal governo di Tel Aviv.

A questa lista si aggiungono i paesi che in passato hanno avuto armi atomiche: Sud Africa, Bielorussia, Kazakistan e Ucraina (queste tre come ex repubbliche sovietiche).
Ci sono poi i paesi che hanno tentato, senza successo di dotarsi di un arsenale nucleare.

Questa terza lista comprende la Germania nazista (ne riparleremo in un futuro articolo), il Giappone, la Jugoslavia di Tito, la Svezia, la Svizzera, Taiwan, la Corea del Sud, l’Iraq, la Libia, il Brasile, l’Argentina, la Romania, l’Algeria e l’Egitto.
In molti casi sono stati i costi altissimi di produzione a far cessare tali sperimentazioni, mentre in altri casi (vedasi la Svezia e il Brasile), fu un ritorno convinto al pacifismo a chiudere i programmi di armamenti atomici.

Ci sono storie molto singolari, riguardanti la corsa al nucleare.
Una di queste riguarda sicuramente l’Egitto, che da sempre ambisce a diventare una superpotenza regionale, la massima espressione bellica di Africa e Medio Oriente. Ruolo che, a livello di mere capacità tecniche, gli viene puntualmente usurpato da Israele.
A metà degli anni ’60 il presidente Gamal Abd el-Nasser studiò un piano industriale per ribaltare questo ruolo di eterno secondo. Era sua intenzione dotare il paese di un arsenale atomico da opporre proprio a quello israeliano, che col reattore di Dimona aveva dato il via alla produzione di energia nucleare nei suoi territori. La sua intenzione era quella di dotarsi (almeno inizialmente) di due testate nucleari.

Gamal Ad-Del Nasser.

Dapprima Nasser tentò di acquistare armi atomiche dai sovietici, che già nel 1958 gli avevano concesso la costruzione del reattore ETRR-1, gestito però totalmente dai russi, sul suolo egiziano.
L’Unione Sovietica negò la vendita di testate a Nasser, e così fece anche la Cina, secondo interlocutore interpellato dal “presidentissimo” del Cairo.
Al che Nasser pensò di fare tutto da sé. Per prima cosa aveva bisogno di scienziati. Pensò bene di reclutarne da vari paesi e, soprattutto, ingaggiò alcuni fisici, tecnici e ingegneri che avevano lavorato per la Germania nazista e che erano successivamente rimasti fuori dagli arruolamenti forzati di USA e URSS.
Il suo miglior acquisto fu l’ingegnere aeronautico ed ex imprenditore Willy Messerschmitt, che aveva costruito buona parte della flotta aerea della Luftwaffe di Göring e Hitler. Messerschmitt disegnò l’intercettore leggero Helwan HA-300 per le forze armate egiziane, ma non poté fare granché per armarlo di missili a testata nucleare.

Il forte ruolo anti-israeliano di cui l’Egitto di quegli anni rivestiva spinse Nasser a compiere quantomeno un rinnovamento totale del sistema missilistico egiziano. Di nuovo, il presidente puntò forte sugli scienziati nazisti, specialmente quelli che avevano già lavorato al programma V2 (le “armi miracolose” promesse da Hitler, per vincere la guerra che oramai era però persa).
La risposta di Israele fu spietata. Il Mossad diede il via a un’operazione di infiltrazione, mirata all’assassinio di questi scienziati, sia sul suolo tedesco che su quello egiziano. Il Mossad si avvalse anche della collaborazione del più famoso e capace ex-commando delle SS naziste, lo sturmbannführer Otto Skorzeny (famoso per aver liberato Mussolini dalla sua prigionia sul Gran Sasso).
Skorzeny, uscito indenne dal processo di Norimberga (grazie alla benevolenza degli inglesi), viveva da civile a Madrid, protetto dal regime franchista. Non esitò tuttavia ad accettare l’incarico degli israeliani e fu piuttosto solerte nel far fuori i responsabili del riarmo missilistico egiziano, che finì con un niente di fatto.
Nasser fu infine costretto ad acquistare missili dai sovietici e a rinunciare alla propria indipendenza bellica. La guerra dei sei giorni (1967) fu la pietra tombale sui suoi sogni di diventare la potenza bellica predominante dell’intera area geografica.

Otto Skorzeny.

E se invece l’Egitto fosse riuscito nell’intento di dotarsi di testate nucleari, magari ottenendo le sospirate materie prime proprio dalla Cina (piuttosto che dai russi)?
In tal caso si sarebbe presentato uno scenario molto interessante. Israele avrebbe avuto un vicino di casa estremamente più scomodo, ma forse Nasser avrebbe preferito di avvalersi del privilegio di rappresentare la “voce forte” del Movimento dei paesi non allineati.
Questo gruppo di nazioni (apparentemente) non schierate nacque nel 1956, grazie all’iniziativa di quattro leader: Jawaharlal Nehru (India), Sukarno (Indonesia), Tito (Jugoslavia) e lo stesso Nasser (Egitto).
Il Movimento non voleva schierarsi con nessuno dei due blocchi, NATO e Patto di Varsavia, anche se poi era impossibile restare del tutto neutrali a entrambe le superpotenze sovrane. Col tempo aderirono altri membri, tra cui molti paesi africani, desiderosi di lasciarsi alle spalle colonialismo e neocolonialismo. Per qualche tempo ci furono alcuni economisti che ipotizzarono un mondo diviso in tre sfere d’influenza, invece che in due. Tuttavia il potere effettivo dei “non allineati” rimase sempre piuttosto blando.

Con un Egitto dotato di un adeguato deterrente nucleare, forse sarebbe cambiato qualcosa. Paesi rimasti nel Movimento, ma con titubanze e con scarso entusiasmo, avrebbero forse accettato di legare la propria autonomia a una “giovane potenza” in grado di fornire l’adeguata protezione armata. Penso a nazioni quali la Siria, l’Iran e l’Arabia, che invece, pur rimanendo ufficialmente membri dei neutralisti, si sono fin da subito associate ai russi o agli americani.
Il grande problema sarebbe stato proprio la convivenza tra Egitto e Israele, con quest’ultimo che avrebbe probabilmente maturato le paranoie date dall’avere una nazione confinante potenzialmente ostile e dotata di armi di distruzione di massa.
Non sarebbe stata impossibile una “riedizione” della Guerra dei Sei Giorni, che però si sarebbe conclusa con ogni probabilità in modo più tragico e – forse – con un rogo nucleare.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola

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