Less is more, o l’arte dello scrivere racconti

In settimana ho partecipato a un’interessante discussione sul gruppo Facebook De Ebook Mysteriis, che è spesso un’isola felice nello spam-oceano delle comunità dedicate a scrittura ed editoria.
Si parlava, in sostanza, delle difficoltà correlate alla scrittura di un racconto, solitamente ritenuto di più semplice approccio rispetto ai romanzi veri e propri. Io appartengo alla scuola di pensiero opposta e la mia è una convinzione, seppur non dogmatica, dettata dall’esperienza. Nella mia carriera di autore ho infatti pubblicato sia racconti che novelette che romanzi.
Come forse già sapete, da qualche tempo a questa parte ho deciso di dedicarmi soprattutto alla narrativa breve. Ovviamente non escludo in futuro di tornare su progetti di più ampio respiro, ma al momento sono contento dei risultati che ottengo sul “breve percorso”.
Qualcuno dice che questa è una scelta di comodo, fatta da autori che hanno fretta di caricare ebook sugli store digitali.
Allora partiamo da qui, dalle motivazioni, per poi ampliare il discorso.

Perché mi piace scrivere racconti?
La causale principale è soprattutto una: il desiderio di cambiare spesso tematiche, di saltare tra i vari generi di cui mi occupo, senza soffermarmi per mesi su un unico soggetto di oltre cento-duecento pagine.
La grande forza dei racconti, per un autore, è proprio questa: essi offrono la chance di variare, di sperimentare, di creare dei micromondi con un numero limitato di parole/pagine.

Secondariamente mi piace pensare che la narrativa di lunghezza medio-breve sia perfetta per l’editoria digitale, dove il lettore è propenso a saltare di titolo in titolo, senza soffermarsi per mesi o anni su un solo ebook, o suo una saga infinita.
Personalmente sono proprio un lettore di questo genere: leggo romanzi, ma più spesso mi approccio a novelette e a racconti lunghi, saltando di titolo in titolo più volte alla settimana.

Tornando al quesito principale del post: ma è davvero così semplice scrivere dei racconti?
La mia risposta è no.
In una storia concentrata in un limitato numero di parole è infatti necessario colpire il lettore in modo efficace, rapido e incisivo. Per chi, come me, si concentra soprattutto sul world building, la sfida è ancora più azzardata. Costruire uno scenario (meglio ancora, un mondo) credibile in poche pagine è una faticaccia. Qui sì che si evita – per forza di cose – l’infodump, inventandosi escamotage narrativi per strutturare un’ambientazione in poche frasi, piuttosto che con interi capitoli.
Questo è ciò che sto per esempio facendo coi Corti Ucronici.
Nel quarto racconto, in particolare (arriverà a breve), ho concentrato in un racconto di 14.000 parole una storia che sarebbe potuta diventare un romanzo vero e proprio. Eppure non mi sono sentito limitato né credo di aver sprecato del potenziale.
In altre parole: la mia è stata una scelta ponderata, che ha richiesto un lavoro di cesello molto intenso e mirato.

Certo, lavorare a un romanzo è altrettanto faticoso, ma in senso differente.
Un romanzo deve avere sempre il ritmo giusto per non annoiare il lettore. Negli ultimi anni sempre più appassionati esercitano infatti il diritto di non finire un libro che non appassiona, quindi l’autore deve tenerlo sempre a mente e costruire un intreccio tale da incollare il lettore alla pagina.
Il romanzo è poi complicato da scrivere perché si tratta di un lavoro lungo, che quindi contempla momenti di scarsa ispirazione e di poca voglia.

Entrambe i formati richiedono dunque un impegno notevole da parte dello scrittore. Il racconto però di solito è alla portata dei professionisti più navigati ed esperti, proprio perché le doti di sintesi e al contempo di costruzione credibile di una storia (e di ciò che sta attorno a essa) si acquisiscono solo dopo anni di pratica e di esercizio.

Concludo con un’osservazione: il formato digitale ha ridato dignità ai racconti, che prima venivano schifati dalle case editrici italiane, sempre più propense a rincorrere saghe infinite e romanzi-mammut. Ora, anche grazie agli autore indie, i lettori stanno riscoprendo la bellezza del “breve”, che non è affatto meno emozionante del lungo.
O almeno non sempre.

 


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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3 commenti

  1. ultimamente Charles D’Ambrosio mi ha fatto riscoprire l’amore un po’ sopito per il racconto, per le situazioni circoscritte e la possibilità di analizzarle e condividerle in maniera incisiva, intimistica. dimensione che non può durare l’arco di un romanzo, pena lo sfinimento del lettore.
    per quanto riguarda la scrittura, mi sono cimentato su entrambi i fronti, e sono due esperienze completamente diverse: un romanzo è fatto di ricerca, di lunghi tempi di riflessione, di dolorosissimi ripensamenti ed è un vero scollamento da te. col senno di poi, mi viene quasi da dire che non mi è piaciuto scrivere un romanzo.

  2. Osservazioni condivisibili,
    dal mio punto di vista però c’è il problema del prezzo: 2 euro per un racconto di 30 pagine non è come 2 euro per un romando di 200, il secondo intrattiene per vari giorni è viene vista come una spesa “ammortizzata”, mentre il racconto si termina in un’oretta e poi occorre comprarne un altro.
    Personalmente sono per le serie di racconti nella stessa ambientazione, autoconclusivi ma che permettono di esplorare un mondo.

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