Le Tigri di Arkan 2.0

Le Tigri di Arkan

Lo scenario del mio romanzo distopico Max: First Lady Road, avvicina in più di un’occasione l’Italia dell’immediato futuro ai Balcani della guerra nella ex-Jugoslavia.
Mi rendo conto che si tratta di una forzatura concettuale. La Jugoslavia è andata sgretolandosi a causa della pressione delle forze nazionaliste su base etnica (e non ideologica) che per anni erano state represse dal centralismo del maresciallo Tito. Venuto meno l’uomo forte del regime, tra l’altro molto apprezzato anche in Occidente, nonostante fosse comunista, le varie etnie che componevano la Jugoslavia hanno preteso la loro indipendenza: croati, sloveni, serbi, bosniaci, montenegrini etc etc.
Come se non bastasse i vecchi dissapori – dissapori millenari – sono riemersi. Questa volta non sono bastati dei duelli rusticani a coltellate, per sistemare le diatribe “tribali”: ci hanno dunque pensato i Kalashnikov e i carri armati.
In Italia sarebbe mai possibile qualcosa del genere?

Il nostro viene definito il paese dei campanilismi. Il che è piuttosto vero. Fin dai tempi dei Comuni (e forse anche da prima) ci portiamo dietro feroci antipatie tra vicini di casa: Brescia con Bergamo, Pescara e Chieti, Pisa e Livorno, Udine e Trieste, più molte altre che voi stessi potreste elencare nei commenti.
Si tratta tuttavia di campanilismi territoriali, non etnici.
Perfino le antiche antipatie tra settentrionali e meridionali sono piuttosto smussate, complice il populismo, che ha spinto l’odio verso altri capri espiatori: la politica delle “caste”, gli immigrati, gli omosessuali.
Questo odio eterodiretto ha in qualche modo messo in secondo piano i vecchi contrasti, il campanilismo. Gli attriti attuali, nel nostro paese, sono di origine politica e ideologica. Ci sono stati dei momenti, negli ultimi anni, in cui proprio il populismo ha premuto l’acceleratore verso un possibile conflitto sociale, anche violento.
Ma parliamo soprattutto della rinascita di un nazionalismo malsano, non di una balcanizzazione del paese.

Campanilismi.

Eppure nel mio romanzo ho ipotizzato proprio uno scenario di questo genere.
Non potendo contare sulla scusa “etnica”, ho preso in considerazione un’altra teoria: la frattura politica sul duplice asse – quello territoriale e quello ideologico.
Con il radicarsi di un movimento antipolitico al sud, ho immaginato una reflusso di indipendentismo nordico. Sconfitti (democraticamente) i vecchi partiti, le due espressioni del populismo nostrano si sono trovate in contrasto naturale, per esempio sulla gestione economica del paese e sui sistemi per contrastare la “minaccia islamica”.

L’elemento scatenante del conflitto, sempre nel mio romanzo, è un attentato a Firenze, che costituisce la miccia per la rivolta armata delle milizie populiste nordiste.
Ecco, queste milizie costituiscono un elemento chiave di First Lady Road. Sulla loro nascita ho fornito solo degli accenni, lasciando intendere che siano state finanziate illegalmente dalla Russia putiniana, nell’ottica di uno spostamento a destra di alcuni paesi europei.
Quel che conta è che le ho immaginate sulla falsariga delle Tigri di Arkan, fondate dallo spietato Željko Ražnatović.

Zeljko Ražnatović (17 aprile 1952 – Belgrado, 15 gennaio 2000) è stato un militare, agente segreto e criminale jugoslavo di etnia serba anche noto con il soprannome di Arkan che, successivamente alla separazione della federazione, a capo di una formazione paramilitare da lui formata, le Tigri di Arkan, sposó la causa serba e si rese autore di numerosi crimini di guerra durante le guerre jugoslave. (…)

Arkan (a destra).

Ex spia di basso rango della polizia segreta jugoslava, specializzato nella delazione di immigrati poco graditi al Partito, Zeljko svolge attività giovanili come rapinatore di banche in mezza Europa (Italia compresa).
Negli anni ’80, dopo un continuo dentro-fuori dalle carceri, Zeljko fa ritorno a Belgrado e inizia a frequentare l’ambiente degli ultras calcistici (riguardo al suo rapporto col calcio vi consiglio di leggere questo articolo).

Proprio sugli spalti del Marakana di Belgrado si forma l’Arkan nazionalista: unifica le diverse fazioni in cui sono divisi gli ultrà in nome di Slobodan Milošević e riceve un dono dalla dirigenza della squadra, una pasticceria che diviene il “covo” dei suoi uomini. Quando inizia la guerra con la Croazia, i vertici jugoslavi pensano a lui per organizzare le milizie di volontari. Volontari che Ražnatović non fatica a reclutare, attingendo tra i tifosi dello stadio Marakana e tra i reclusi delle carceri belgradesi, imbottite di criminali comuni in cerca di avventura.

A partire da quell’anno, Arkan gestisce il Centro per la Formazione Militare del Ministero per gli Affari Interni serbo. Arkan recluta, tra i seguaci della F.C. Stella Rossa Belgrado, un’unità di volontari forte di circa 3000 uomini con il nome ufficiale di Guardia Volontaria Serba, poi modificato in Tigri, che a partire dall’autunno 1991 ha operato come unità paramilitare lungo la frontiera serbo-croata. Si dice che il nome Tigri sia stato voluto da Arkan quando questi entrò in possesso di un piccolo tigrotto, che sosteneva aver rubato dallo zoo di Zagabria, anche se, più probabilmente, proveniva dallo zoo di Belgrado.

Le Tigri vengono ricordate come i peggiori criminali di guerra del conflitto dei Balcani, e non solo.
Assassini compiuti tramite spietati raid, eccidi di massa, rastrellamenti, costruzione e gestione di campi di concentramento, pulizia etnica, torture ai danni di uomini, donne e bambini. Questi sono i crimini delle milizie paramilitare serbe.
Alle Tigri fu lasciata molta libertà d’azione, sia da parte del Governo che dalle forze armate regolari.
Se la presero soprattutto coi musulmani bosniaci e coi croati. Spesso e volentieri vennero acclamati come eroi dalla popolazione serba, che vedevano in loro i paladini del loro rinato nazionalismo.
La loro fama raggiunse il livello più alto (in tutti i sensi) durante l’assedio di Vukovar, quando si occuparono di massacrare i croati che componevano la maggioranza in città. La cosa meno risaputa è che questi eroi della causa serba non mancarono di prendersela anche coi loro connazionali, quando gli conveniva farlo. Questo articolo lo spiega piuttosto bene.
Ciò nonostante i politici, da quelli di Belgrado a quelli locali, facevano di tutto per aiutare l’operato di Arkan e dei suoi tirapiedi, chiudendo gli occhi su tutto il resto.

Ovviamente le Tigri approfittarono di tutto questo potere per andare ben oltre la lotta a fini etnici e politici. Furono infatti artefici di saccheggi, di contrabbando di armi, benzina e auto rubate. Arkan e i suoi fedelissimi, in particolare, si specializzarono nel saccheggio sistematico della case sequestrate alle famiglie dei poveretti sottoposti alla pulizia etnica.

Vi è davvero così difficile immaginare un elemento del genere in azione in Italia?
Ovviamente la speranza è che cose del genere non accadano mai, qui da noi. Ma, nel malaugurato caso dovessero succedere, io non faccio fatica a ipotizzare la rapida ascesa di un nostro Arkan, con tanto di sodali pronti a combattere per lui. Ci sono incubatoi sociali (chiamiamoli così) propensi a formare gente del genere. Penso ad alcuni movimenti di protesta anti-sistema, rivelatisi infiltrati da elementi della criminalità organizzata e da potenziali golpisti, ma anche a quegli stessi gruppi di ultras calcistici che in Serbia hanno fortificato il ruolo di Arkan. Spesso sono organizzati come gruppi paramilitari e hanno sostegni politici e parlamentari.

Il mio romanzo fa proprio questo – al netto di tutte le sfumature pop: immagina un paese messo a ferro e fuoco da dei criminali comuni, improvvisamente investiti di un potere che permette loro di comportarsi come se fossimo di nuovo nel medioevo.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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4 commenti

  1. Sulla base di libri letti e di persone con le quali ho parlato, la prima differenza cjhe mi viene in mente fra l’Italia e la Yugoslavia è che qui il discorso “qui non potrebbe mai accadere” lo facciamo ancora, inYugoslavia non l’hanno mai fatto – nel senso che anche sotto Tito c’era chi diceva “prima o poi, appena possibile, gliela facciamo vedere a quelli là!”
    Qui da noi questo elemento di silenziosa attesa per l’occasione propizia per far fuori “glia ltri” nonc ‘è.
    C’è però chi sta lavorando seriamente, costruendo du una solida base di ignoranza per creare “gli altri”, e poi per lavorarci.
    Diamoci una generazione, forse due, e chissà che anche noi non si possa avere la nostra bella guerra civile per futili motivi, con tutto il suo corteggio di orrori e miserie, e il nostro Arkan con i suoi tigrotti.
    L’unica speranza è lavorare sulla nostra cultura nazionale, e lì marca veramente male al momento.

    1. Ora siamo anche noi a quel punto, a quelli che dicono “prima o poi gliela facciamo vedete!”

      Che poi i casini un Jugoslavia iniziarono in sordina, con l’indipendenza quasi pacifica della Slovenia.
      Qui i segnali sono già a uno step più violento, e su base puramente populista (senza ragioni di orgoglio etnico, considerando che chi parla di “prima gli italiani” fino a dieci anni fa avrebbe ammazzato i meridionali).

  2. Uno scenario identico, per ragioni storiche e identitarie, non credo sia possibile. Uno scenario simile, sì. Il coordinato disposto dell’ignavia della nostra classe dirigente e della disperazione che si affaccia in parti sempre più ampie della popolazione fa intravedere cose del genere. Ricordiamoci dei “forconi” di pochi anni fa. E teniamo d’occhio i tanti segni di insofferenza che sbucano nelle cronache locali. Non avremo le stesse condizioni di partenza dell’ex Jugoslavia, ma la rabbia diffusa è percepibile.

  3. …e puoi immaginare la mia sorpresa quando, rivedendo a distanza di anni le foto scattate durante gli scontri del 21 luglio 2001 a Genova, vidi spuntare in un angolo le bandiere di una nota tifoseria “liberamente ispirata” al neofascismo…

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