Suburra – La serie (Stagione 1)

Non sono un grande appassionato del genere crime, tanto meno di quello italiano.
Intendiamoci: mi piace Romanzo Criminale (film) e reputo Gomorra (serie) un ottimo prodotto, ma non sono i film e telefilm per cui vado matto. Se mi capita li vedo, e questo è quanto.
Poi ci sono le eccezioni.
Ho avuto un innamoramento per Suburra (film), il che mi ha fatto attendere con una certa trepidazione la serie TV tratta da esso. E ora essa è realtà, su Netflix, alla portata di tutti. Dieci episodi per la stagione 1, con un cast in buona parte ereditato dal film, più nuovi personaggi e Francesco Acquaroli in sostituzione di Claudio Amendola nei panni di Samurai, il criminale-maneggione che “amministra” la malavita romana.
Suburra – La Serie è un prequel. Vale a dire che è ambientata prima degli avvenimenti narrati nel film di Stefano Sollima. Questo potrebbe essere un difetto, perché chi ha visto il film conosce già il destino finale dei protagonisti.

Eppure nemmeno questo guasta quello che è, a conti fatti, un ottimo serial, con interpreti in grande forma.
Le dinamiche tra i tre giovani protagonisti sono – a mio parere – il punto di forza della prima stagione.
Aureliano Adami (uno strepitoso Alessandro Borghi), figlio di un boss della malavita di Ostia, Alberto Anacleti detto “Spadino”, uno zingaro sinti di una potente famiglia locale, e Lele Marchilli, figlio di uno “sbirro”, ma aspirante piccolo criminale.
Questo è il trio di amici/nemici destinato a monopolizzare l’attenzione degli spettatori.
Il fatto che Spadino sia segretamente gay, e innamorato di Aureliano, erede predestinato di una famiglia ostile alla sua, aggiunge qualcosa di shakespeariano alla serie. Ed è una trovata che conquista e affascina.

Roma, protagonista assoluta del film di Sollima, è forse un pochino meno “invadente” nella serie, ma anche qui viene rappresentata in tutti i suoi difetti, il suo marciume, i suoi intrighi, in tutta la sua inguaribile, secolare corruzione.
Roma la corrotta, Roma ladrona, un cancro che si estende anche nei palazzi del Vaticano, oltre che ovviamente nelle sedi della politica e negli uffici del potere.

Nei giorni scorsi ho letto su dei forum alcuni commenti – a dire il vero isolati – di persone che si lamentano di quanto prodotti come Suburra siano colpevoli di dipingere Roma al peggio delle sue caratteristiche. Le stesse cose le avevo sentite qualche tempo fa a proposito di Gomorra anche se lì l’onta ricadeva (così dicevano gli indignati) su Napoli.
Trovo questo genere di critiche piuttosto sterili. La cronaca giudiziaria e la cronaca nera sono molto più efficaci di qualunque prodotto televisivo. Basta leggere un giornale qualsiasi per tastare quando la società italiana (non romana: italiana) sia corrotta e compromessa. La fiction televisiva e libresca – Suburra nasce da un romanzo di Giancarlo De Cataldo – serve semmai a esaltare certi aspetti di questa realtà, non necessariamente con intenti demagogici.
Perché la vita non è demagogia. Raramente ci sono il buono e in cattivo in termini così ben definiti, e in Suburra avviene esattamente questo. La malavita è fuor di dubbio qualcosa di negativo, ma i singoli individui che la compongono possono anche essere dei ragazzi che vorrebbero essere altrove e fare altro. Emblematico è il caso di Spadino, coi suoi crucci interiori, nascosti in una tamarraggine esteriore senza precedenti.

Non c’è denigrazione di una singola realtà – Roma, Ostia, o altro che sia. C’è un’analisi più generica sullo status stesso dell’essere umano.
Quindi Roma – e la realtà – non viene dipinta in negativo. Viene dipinta e basta. Ciascuno è poi libero di indignarsi, ma dovrebbe farlo per le giuste ragioni, non per un fittizio e posticcio sentimento di campanilismo.

Anzi, per quel che mi riguarda vorrei più Suburra e meno Don Matteo. La rappresentazione fasulla di un’Italia rurale in cui tutti i crimini vengono risolti da un prete di campagna mi sembra un insulto all’intelligenza dello spettatore, non viceversa.
Poi ovviamente, entrambi i prodotti hanno ragione di esistere, senza pestarsi i piedi in alcun modo.


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Un commento

  1. le stesse critiche le ho lette ciclicamente per la piovra e i suoi derivati, per le innumerevoli fiction e film sulle mafie e per tutti quei prodotti che raccontavano pezzi d’Italia anche attraverso la corruzione. Suburra è un buon prodotto, una delle poche opere italiane esportabili.
    certo, poi ci sarebbe da chiedersi perché in italia sia possibile raccontare solo crime, le indagini del Commissario Sarcazzo o in alternativa prodotti annacquati per famiglie che raccontano una Italia che non esiste, non provando nemmeno a sfiorare altri generi ed altre storie.

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