Una romantica sensazione di evirazione

Questo blog non ha mai sposato l’aspetto romantico e sdolcinato della scrittura.
Frasi come “scrivo per esorcizzare i miei demoni”, oppure “scrivo per migliorare il mondo”, o anche “scrivere è sofferenza e dolore” mi fanno ridere tantissimo, perché in nove casi su dieci chi le afferma lo fa per mettersi in posa, per apparire come uno scrittore da cliché.
Come ho già detto altre volte, per me scrivere è soprattutto divertimento, unito al tentativo concreto di lucrarci sopra.
Fa schifo, eh? Allora ve la metto in modo socialmente più accettabile: scrivere vuol dire divertirsi, e al contempo cercare di guadagnare dei soldi vendendo racconti e romanzi. Tipo un lavoro vero (cit), capito?
Questo non fa però di me una bestia insensibile. Ovviamente anche per il sottoscritto la scrittura ha degli effetti collaterali prettamente psicologici, solo che di solito non ne parlo in pubblico.
Facciamo oggi un’eccezione, così (magari) sarete contenti.

Anno dopo anno mi sto accorgendo che la scrittura – nello specifico la scrittura del “fantastico” – è ciò che riempie e migliora la mia vita.
Vale a dire che è ciò che mi piace fare più di ogni altra cosa, e che magari ogni tanto mi riesce anche benino.
Ad altri capita per attività differenti dalla scrittura. Per esempio per la musica, per lo sport, per il cinema, etc etc.
Non sta scritto da nessuna parte che un essere umano sia completo solo se ottiene ricchezze, se costruisce case e palazzi, o se mette al mondo una prole numerosa. Anche se tutto, là fuori, cercano di indottrinarci proprio in questa maniera. Guardate la pubblicità, che è l’anima occulta del mondo: di certo non spinge una persona a sentirsi completa, felice e realizzata perché scrive o perché fa musica. Gli stessi talent show  trasmettono quasi sempre il messaggio che il canto (o la danza, o la recitazione etc) sia in realtà la scorciatoia per la fama, e non una realizzazione fine a se stessa.

Ma sto andando off topic.
Dicevo che la scrittura ha anche per me – rozzo e avido scribacchino indie – un aspetto romantico. Mi piace, mi diverte, mi realizza. Che forse quest’ultima è poi la cosa più importante.
Quando pubblico un romanzo (come per esempio Milano Tsunami) o un racconto lungo, provo per diversi giorni una sensazione di spossatezza, unita a una soddisfazione paragonabile a quella che caratterizza un piacevole rapporto carnale/amoroso.
La scrittura, l’editing, la ricerca di collaboratori per rendere il suddetto romanzo formalmente perfetto, la pubblicazione e la presentazione al pubblico del prodotto finito sono attività sfiancanti. Quel che viene dopo è – come dicevo – qualcosa di diverso. Si torna a vivere a ritmi lenti e a preoccuparsi di altre cose più soft (per esempio il blog, tanto per rimanere nell’ambito della scrittura). Si riposa, si va a letto senza l’ansia di non aver completato il capitolo XY nei tempi preventivati.

Solo che non dura molto.
Perché la soddisfazione di aver completato e pubblicato un lavoro muta abbastanza rapidamente in una sensazione di evirazione.
La mancanza di qualcosa scivola pian piano nella psiche, logorandola.
Mancanza di cosa?
Del lavoro quotidiano di scrittura, che comprende anche le fasi di documentazione, programmazione della trama e dei personaggi etc etc. Personalmente parlando è una mancanza che riguarda soprattutto la narrativa. Il blog, per esempio, potrei anche non aggiornarlo per diversi giorni senza provare alcuna crisi d’astinenza. Senza sentirmi – appunto – evirato.
Con la narrativa invece succede.
Forse perché, come spiegavo più su, scrivere è qualcosa di talmente piacevole che aumenta la mia produzione di serotonina.
Ok, spiegata così non è molto romantica, ma ci siamo capiti.

Concludiamo in modo migliore, come ci si aspetterebbe da un vero scrittore. Per esempio con questa citazione, che a me piace davvero tanto:

Scrivere un libro è un po’ come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno. (Haruki Murakami)


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5 commenti

  1. Credo che cercherò in giro qualche articolo sulla neurochimica della scrittura,perché non so te, ma io francamente dell’altalena di entusiasmo e depressione che si accompagna alla scrittura comincio a non poterne più.
    Per me, avere qualcosa da scrivere – un’idea valida, una outline, una commissione – e non poterlo fare è fonte di estrema infelicità. Divento ancora più scorbutico del normale, cincischio, mi prendo a calci da solo… sono praticamente certo che ci siano dei motivi legati alla chimica del cervello, e non a mie turbe personali, e a questo punto penso cercherò di saperne di più. E poi magari ci farò un post.

    1. Deve essere così per forza. Io stesso quando vengo interrotto, o non mi viene data la possibilità di scrivere, quando magari avevo l’entusiasmo alle stelle al pensiero di sedermi e buttar giù qualche pagina, sento montare una sensazione di frustrazione e qualcosa di molto vicino all’ira, che riesco però a controllare, per fortuna. Sento proprio la stessa cosa di quando si ha un accesso di rabbia.
      E aspetto il tuo post, ovviamente!

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