Il mio amico serial killer

Abbiamo tutti quell’amico a scuola… quello strano, eccentrico; il ragazzo le cui buffonate ci divertono, ci intrattengono e, qualche volta, ci fanno preoccupare. Quello che rimane nei nostri ricordi, anche con il passare degli anni. Quel compagno di classe poi viene dimenticato una volta che ci diplomiamo, sparendo nei meandri della nostra memoria, messo da parte assieme ai nostri vecchi annuari e altri momenti di quando eravamo teenager. Ma ora come allora ci domandiamo: che fine ha fatto quel tipo? Per un giovane uomo cresciuto in una piccola città dell’Ohio, questo dubbio venne chiarito da ogni media sparso nel mondo il 22 luglio 1991, quando Jeffrey Dahmer venne arrestato per l’omicidio di diciassette tra uomini e ragazzini. “My friend Dahmer” è l’inquietante e originale graphic novel di Derf Backderf; qui l’autore tenta di far luce sulla vita del futuro serial killer con il quale ha condiviso i banchi di scuola e passaggi in macchina. Ciò che emerge è un ritratto più che empatico di un giovane disturbato che combatteva futilmente contro quei terrificanti bisogni che sgorgavano direttamente dei recessi più profondi della sua psiche. Il Dahmer che viene qui presentato, universalmente riconosciuto come un mostro inumano da tutto il mondo, è un ragazzo eccentrico che, in realtà, è fin troppo umano. Un ragazzo timido risucchiato nell’inesorabile vortice della follia. Il tutto mentre gli adulti della sua vita mancavano all’appello. Noi tutti sappiamo cosa abbia fatto Dahmer, ma in “My friend Dahmer” Backderf ci dà una visione profonda, dal suo punto di vista unico, (e al tempo anche stranamente comico) sul come, ma ancora più importante, sul perché Jeffrey Dahmer si sia trasformato da un nerd delle scuole superiori a un maniaco depravato paragonabile a Jack lo squartatore. (Quarta di copertina di My friend Dahmer. Le origini del mostro di Milwaukee)

La graphic novel autobiografica di Derf Backderf è potentissima.
Lo è soprattutto se fate parte della categoria di persone citata a inizio sinossi: “Abbiamo tutti quell’amico a scuola… quello strano, eccentrico; il ragazzo le cui buffonate ci divertono, ci intrattengono e, qualche volta, ci fanno preoccupare.”
Perché Jeffrey Dahmer, meglio conosciuto come il famigerato Mostro di Milwaukee, è stato un ragazzo apparentemente come tanti, di quelli che al liceo se ne stanno in disparte, perché sono un po’ troppo strambi per avere degli amici e non sufficientemente carini per avere la fidanzatina.

Backderf, che è stato per davvero un compagno di classe di Dahmer, descrive con dovizia di particolari la “finta normalità” di quell’adolescente strambo con cui ha condiviso gli anni di liceo. Veniamo così a conoscere il doppio Dahmer, quello che a scuola sembrava strambo, asociale e un po’ suonato, ma che tutti prendevano per innocuo, e quello che a casa sprofondava in un incubo solitario e delirante.
Senza giustificare in alcun modo le gesta di colui che il mondo intero conosce come il Mostro di Milwaukee, Backderf tenta di spiegare cosa può aver spinto Jeffrey a diventare uno dei serial killer più odiati della storia.

Si tratta di un insieme di fattori: dal rapporto difficile dei suoi genitori (la madre, in particolare, era una depressa cronica e abusava di pillole) alle molestie subite all’età di otto anni da un vicino di casa. Ma sopra ogni cosa spicca un’asocialità che lo ha spinto a non avere amici, mai, di nessun tipo. Il che l’ha portato ad accentuare le pulsioni perverse sviluppate in età adolescenziale (su tutte quella di possedere sessualmente un cadavere maschile). Pulsioni che per gli ultimi anni del liceo Jeffrey ha tentato di tenere a bada con un progressivo alcolismo.

Il ritratto che traspare da questa graphic novel è cupo e triste.
Dahmer non suscita alcuna simpatia (cosa che tra l’altro lo caratterizza fin da ragazzino), ma non si è immuni a provare una certa pena per un ragazzo che aveva delle potenzialità per diventare qualcuno, o quantomeno per essere davvero normale. Il senso di assoluta solitudine che l’ha avvolto come un sudario per anni, caratteristica tipica dell’America rurale e medio-borghese, non è certo estraneo alla metamorfosi di Dahmer nel Mostro.

Alessandro Mana, padrone di casa dell’ottimo blog Redjack, mi ha fatto sapere che da questa graphic novel è stato tratto un film di imminente uscita. A questo punto non posso che dichiararmi interessato a vederlo, perché il lavoro di Derf Backderf è davvero meritevole, ben raccontato e interessante anche per chi, come me, solitamente non prova alcun interesse per la vita dei serial killer.

La graphic novel la trovate su Amazon, in italiano, a prezzo scontato.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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3 commenti

  1. Molto interessante, ma anche tema molto delicato e da prendere con le pinze. Io personalmente non amo la fiction sui serial killer, la trovo noiosa, voyeristica e poco credibile (tranne rarissime eccezioni che escono dalla specifica sottocategoria, come True Detective, Zodiac o il recentissimo MindHunter), ma soprattutto non ho simpatia per come viene banalizzata la figura dell’assassino seriale psicopatico, che nella realtà, al contrario di vampiri e zombi, è una persona vera, che vive in mezzo a noi, disturbata e disturbante all’ennesima potenza. Questo mi rende quasi sempre difficile apprezzare la loro spettacolarizzazione, che, inevitabilmente, porta sempre a un qualche tipo di “abbellimento” scenico, come il genio del male Hannibal Lecter o addirittura il serial killer figo e buono come Dexter. Questo secondo me, e uscendo dalla fiction e tornando nel mondo vero, banalizza un problema gravissimo, sottovalutato, e che soprattutto in Italia è un tabù, vale a dire la malattia mentale, che è invece piaga grave, pericolosa e molto diffusa. Se si mostrassero gli psicopatici come realmente sono nella vita vera (e a memoria non ricordo nulla, nella fiction, che ci vada anche solo vagamente vicino), nessuno ci troverebbe niente di vagamente interessante, anzi, forse ci si sensibilizzerebbe tutti sul drammatico problema della diffusione delle malattie mentali nella nostra società occidentale.
    Un’opera come questa, poi, va a toccare potenzialmente un secondo elemento delicato: l’equivalenza sbagliata fra “ragazzino nerd, strambo e un po’ solitario” e il serial killer psicopatico. Persino da bambini e dai ragazzini è evidente chi sia solo eccentrico e chi sia invece psicotico: esistono ormai metodologie molto precise per diagnosticarlo. Un’opera così cioé dovrebbe in teoria specificare questa importante differenza: non è vero che tutti i ragazzini strambi sono potenziali psicopatici, così come non è vero che tutti i potenziali psicopatici da ragazzini sembravano solo “un po’ strambi”. Detto questo, leggerò sicuramente questo interessante fumetto, proprio perché l’argomento non mi lascia indifferente.

    1. Guarda, forse ti stupirò ma nemmeno a me piace la figura del serial killer, intesa come icona horror. I motivi sono gli stessi che elenchi tu. Sinceramente mi fanno anche abbastanza paura, perché esistono davvero, a differenza di zombie, vampiri, gnomi assassini etc (almeno fino a prova contraria).
      La graphic novel di cui parlo oggi mi ha colpito perché è il punto di vista di un ex compagno di classe di Dahmer. Non c’è spettacolarizzazione, solo narrazione, e anche un filo di pietà per un individuo che forse avrebbe potuto diventare qualcosa di diverso, che non un serial killer.
      Non è un’opera scritta da uno psichiatra o da un profiler, per questo non si prende la briga di specificare alcune cose (per esempio che non tutti i bimbi emarginati sono potenziali serial killer). A mio parere è giusto che sia così. Poi se qualcuno vuole può leggere dei testi scientifici esaurienti (evitando quelli sensazionalistici, che speculano su morti ammazzati e massacri).

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