La mia vita scandita a suon di Mondiali

Niente Russia 2018 per gli azzurri.
Italia eliminata dalla modesta Svezia. Colpa di Ventura, colpa di Tavecchio, colpa di un movimento che non ha saputo tirare fuori dei campioni dai vivai. Abbiamo qualche discreto giocatore, qualche prospetto interessante per il futuro, ma non c’è un solo calciatore italiano che possa essere definito un fuoriclasse, e manchiamo anche di papabili leader.
Il movimento calcistico italiano è allo sbando, quindi possiamo soltanto riprenderci e ricostruire qualcosa. Ci vorrà tempo, ma ce l’hanno fatta Spagna, Germania e (in misura minore) Francia, quindi possiamo riuscirci anche noi, a patto di scegliere una classe dirigente preparata e moderna.
Ma non è di questo che volevo parlarvi.
I Mondiali di calcio sono importanti anche per chi il calcio non lo segue.
Per alcuni profani è un’occasione per riunirsi con gli amici calciofili, davanti a pizze, birre e serate di tifo e di divertimento.
Per altri profani – i più talebani – i Mondiali rappresentano l’occasione di godersi la città, mentre tutti sono incollati alla TV a guardare le partite.
Insomma, che li si ami o li si odi, i Mondiali di calcio fanno parte della vita degli italiani.

Ieri pensavo che, saltando Russia 2018, vedrò (forse) i prossimi mondiali a cui parteciperanno gli azzurri nel 2022. Avrò quarantasei anni. Detta così la prospettiva mi fa un po’ paura, soprattutto pensando alle persone che forse non potranno essere più con me, a vivere queste frivole e assurde serate di sport. Perché certe scadenze (un po’ come le Olimpiadi) sono in qualche modo delle boe temporali, dei check point in cui viene naturale fare dei veloci resoconti delle nostre vite.
Il calcio c’entra poco, volendo. Si tratta soltanto delle scadenze in sé, che ci fanno pensare a cose del tipo “che persona ero, nel 2006, quando l’Italia vinceva il suo quarto Mondiale?
Sono ragionamenti che coinvolgono anche – o forse soprattutto – chi il calcio lo odia, proprio perché se lo ricordano (spesso con fastidio) ogni quattro anni.
A me questo gioco agrodolce riesce facile. Volete vedere?

Mondiali di Spagna 1982

Avevo sei anni e mezzo. L’Italia vinceva il suo terzo Mondiale mentre io ero in montagna coi nonni. È il primo ricordo sportivo di cui ho un vago ricordo. Io e nonno seduti al tavolo, con vista sui monti della Valsassina, mentre la partita scorreva sul piccolo televisore in bianco e nero. Nonna che cucinava qualcosa di buono, per l’occasione. I caroselli di auto al momento della vittoria. Bandiere e clacson. Il nome di Paolo Rossi urlato da chiunque.
Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!
Dio, quanto mi mancano i miei nonni materni.

Mondiali del Messico 1986

Il mio punto di maggiore disinteresse per il calcio.
Ricordo pochissimo, di quell’edizione. Ricordo l’album di figurine, che collezionavo per mera passione, che non per interesse verso l’evento in sé.
Ricordo soprattutto la delusione di papà perché non volevo vedere le partite con lui, preferendo leggere o… fare altro. Già, che facevo la sera, quando avevo dieci anni, se l’unico televisore di casa era monopolizzato dalle partite del Mondiale?
Leggevo, appunto. Mica c’era Facebook a inghiottire le nostre esistenze, come un enorme buco nero (anzi, blu).
Ora darei un braccio per tornare indietro e per vederle insieme a papà, quelle dannate partite.

Mondiali di Italia 1990

L’anno in cui si è riaccesa fortissima la mia passione per il calcio.
Come spesso mi capita (ancora oggi) mi immersi in un intenso “studio di settore”, recuperando informazioni e dati sui movimenti calcistici di mezzo mondo. Arrivai al calcio d’inizio di Italia ’90 che conoscevo le formazioni di quasi tutte le nazionali partecipanti.
Io e il mio amico Andrea, oramai appassionati di giochi di ruolo, librogame e boardgame, inventammo un gioco di simulazione calcistica giocabile semplicemente con un dado da 20 e un dado da 6. Le partite erano divise in frazioni di cinque minuti e le due squadre avevano una certa percentuale di creare azioni e tirare in porta, in base alla media dei giocatori in campo. Era un gioco incredibilmente complesso, considerando avevamo solo quindici anni, quando lo creammo. Forse funzionerebbe ancora oggi.
L’estate del 1990 portò con sé la delusione per la sconfitta dell’Italia in semifinale.
Che non è niente, paragonata al fatto che il papà di Andrea morì poco dopo la fine del Mondiale, per colpa di un “brutto male”. Io ero lì, quando sua mamma tornò dall’ospedale per portare la notizia ai figli.
Me lo ricorderò per sempre.

Mondiali USA 1994

L’anno della maturità.
L’anno del primo, vero innamoramento. Si chiamava Alessandra ed era bellissima. La tipica “più bella della classe” che non avrei MAI pensato potesse accorgersi della mia esistenza. E invece andò in maniera radicalmente diversa…
La quinta superiore fu per me un anno bellissimo, di transizione, di sviluppo, di grandi amicizie e di soddisfazioni personali e scolastiche.
Ricordo Italia-Bulgaria, guardata in scioltezza prima dell’esame orale. Ero preparatissimo e non avevo paura di farmi interrogare da quel plotone di professori. Infatti andò tutto benone, compresa la partita.
Quanto rimpiango la sicurezza e l’incoscienza che avevo nel 1994… Non sono più tornate, né l’una né l’altra.

Mondiali di Francia 1998

Uscivo lentamente dagli anni universitari.
Un periodo caratterizzato da molta solitudine e da una profonda delusione riguardo al sistema universitario italiano. Ero triste e pensieroso, anche all’idea che da lì a qualche mese mi sarebbe anche toccato fare il militare (che poi si tramutò in servizio civile, diventando una delle esperienze più belle della mia vita). Il 1998 era però un anno di lenta svolta.
In inverno mi collegai a Internet, per la prima volta in vita mia. Grazie soprattutto alla musica e alla Rete conobbi diversi nuovi amici. Non ero più solo, anzi.
L’estate dei Mondiali di Francia la ricordo a spasso per l’Italia, a seguire concerti. Ricordo più di una partita vista in piazza, a zonzo in città che non avevo mai visitato prima, con persone conosciute da poco, ma con cui mi trovavo bene. Il calcio, quell’estate, fu più che mai una scusa per stare in compagnia.

Mondiali di Corea del Sud/Giappone 2002

Dei tantissimi amici conosciuti nel 1998 avevo fatto una lunga e laboriosa cernita. Nel 2002 ero molto legato a una manciata di essi, mentre gli altri erano già diventati sbiaditi ricordi. La vita è così, piaccia o meno.
Fu un’estate “milanese”. Ero sempre a Milano, le mie frequentazioni e uscite riguardavano soprattutto la città. Per questo motivo anche le partite dell’Italia le guardai quasi tutte in qualche locale o pizzeria, in compagnia. Non fu un Mondiale esaltante, complice l’arbitro Moreno. Ma, calcio a parte, ricordo qualche inquietudine crescente. Problemi di cuore, i primi approcci col mondo lavorativo, l’impressione di essere seduti su una giostra che aumentava di velocità, senza offrire particolari parametri di sicurezza.
La chiamano Vita, appunto.

Mondiali di Germania 2006

Quell’anno curavo un blog. Il primo che ho provato a gestire in maniera seria e professionale. Ora non esiste più, ma questa è un’altra storia.
Ricordo che il mio post del 10 luglio 2006 (il giorno dopo la vittoria in finale, contro l’odiata Francia) diceva qualcosa del tipo “peccato che tu sia morto prima di poter vedere quel che hanno combinato gli azzurri, papà“. Era la prima cosa che avevo pensato dopo il successo, insperato, incredibile, forse irripetibile. A papà, calciofilo raffinato, sarebbe piaciuto tantissimo.
Ricordo una finale vista in un locale in zona Sempione, a Milano. Ma non era più la mia vecchia Milano, bensì qualcosa che andava mutando. Quella sera c’erano con me persone che chiamavo amici, ma che da lì a pochi mesi avrei completamente perso di vista. Anche per colpa mia, lo ammetto.
Che anno, il 2006.

Mondiali del Sudafrica 2010

I primi Mondiali africani mi trovarono in un nuovo periodo di cambiamenti. Avevo (e ho ancora) una compagna, la vita era meno frenetica, con meno motivi personali per incazzarsi, ma con le crescenti preoccupazioni per un mondo del lavoro che stava diventando insostenibile. Per fortuna il lavoro son riuscito a tenerlo, ma nel 2010 avevo già capito che in Italia non avrei mai realizzato nulla di che, se non il mantenimento di un tenore di sopravvivenza, complice (inutile negarlo) una buona base di famiglia, che mi consentiva perlomeno di dormire la notte senza l’incubo di trovarsi all’improvviso col culo a terra.
In più il 2010 segnava la fine di un “secondo lavoro” iniziato più o meno nel 2007, una collaborazione in campo musicale (ma le mie competenze erano quelle da PR, perché di musica ne capisco poco) che, a ripensarci ora, mi pare incredibile aver portato avanti, soprattutto perché nacque praticamente dal nulla. Ma nel 2010 questa bizzarra esperienza di vita era già conclusa, con tanti bei ricordi e con qualche amarezza.
Una cosa singolare che rammento, legata al calcio, è che dovevo vedere la finale con la mia compagna, ma mi trovai impossibilitato a muovermi da casa, complice un temporale fortissimo.
Così la finale me la godetti a casa. Tifavo Olanda, ma vinse la Spagna. Non una bella giornata, tutto considerando.

Mondiali del Brasile 2014

Sembra l’altro ieri, ma son già passati quasi quattro anni.
Tra il 2010 e il 2014 avevo accumulato problemi famigliari sufficienti per stressare persone molto più in gamba di me. Da lì a breve avrei anche iniziato a preoccuparmi per dei piccoli problemi di salute di mamma. In compenso la mia vita sentimentale e lavorativa avevano raggiunto un buon equilibrio (il lavoro un po’ meno, eh). La mia lunga passione per la scrittura aveva fatto uno step qualitativo verso la professionalità. Da circa un anno avevo iniziato a pubblicare ebook su Amazon, con un ottimo (e insperato) riscontro da parte del pubblico.
In altre parole non mi sentivo più parte del mondo dei “giovani”, bensì proiettato verso quelle preoccupazioni e progettazioni tipiche del mondo dei “grandi”.
Il calcio, tuttavia, lo vivevo ancora con l’entusiasmo di un ragazzino.
Così come la scrittura.
Ed entrambi continuano ancora oggi a darmi, alle porte del Mondiale che NON giocheremo, gioie e amarezze.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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8 commenti

  1. Io penso a quelle generazioni che cresceranno senza un mondiale estivo, che è comunque un fenomeno aggregante, un rituale collettivo. il prossimo mondiale in qatar si giocherà tra novembre e dicembre, e il prossimo mondiale estivo e decisamente più tradizionale è nel 2026, tra OTTO anni. se ci penso mi viene il magone

    1. Esattamente. Parliamo proprio di un fenomeno aggregante, di un evento sociale di un certo peso, anche per chi il Mondiale non lo sente affatto. Senza dimenticare che un buon Mondiale incide perfino sul PIL di un paese.
      Così, tanto per rispondere a chi addirittura si rallegra della mancata qualificazione italiana.

  2. Che bell’articolo! Ho provato a fare anch’io lo stesso esercizio ma mi son reso conto che ricordo bene solo i mondiali del 94 (quando avevo dieci anni) e Vabbè quello del 2006… per gli altri non ho grandi ricordi… però hai ragione sul fatto che siano “momenti di vita”, secondo me anche le olimpiadi sono un po’ così…

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