riflessioni

Questa cosa che lo scrivere è un lavoro

 

Questa cosa che lo scrivere è un lavoro dà fastidio.
Non è una sensazione recente. Diciamo che la percepisco da diversi anni, ed è un fenomeno che rimane immutabile (quantomeno in Italia, altrove non so) nel tempo.
Come avrete notato su questo blog non si fanno più discorsi polemici o teorici sulla scrittura. Può piacere o meno, ma è la nuova policy del blog. Preferisco dedicarmi ad altro, e alla fine questa filosofia ha salvato Plutonia Experiment da una possibile chiusura.
Però, visto che siamo in prossimità del Primo Maggio, Festa del Lavoro, vale forse la pena spendere due parole su questa vecchia questione.

Scrivere è un lavoro, dicevamo.
Io lo considero come un dato di fatto, come una verità dogmatica.
Scrivere è faticoso. Non dico che è come stare in fonderia, ma non è nemmeno questo grande divertimento, a livello fisico. Ci si distrugge gli occhi e il cervello, a scrivere a certi ritmi. E senza ritmi non si conclude nulla. Il che non è tollerabile, se la scrittura è una fonte di reddito a cui una persona non può rinunciare.
Scrivere cannibalizza molto tempo, a orari improbabili del giorno e della notte. Non ci sono feste, non ci sono ferie (men che meno pagate), non ci sono scuse sufficientemente buone per interrompere troppo a lungo la fase di scrittura.
Scrivere rischia di azzerare la vita sociale.

Tutto ciò non significa, ovviamente, che scrivere non possa essere divertente.
Per me lo è stato e continua a esserlo. Scrivere è una fonte di divertimento e anche una passione. Senza questi due fattori avrei forse smesso da tempo.
Eppure proprio la parola passione genera molte incomprensioni.

Con questo termine si giustifica il fatto che scrivere, in quanto diverte e intrattiene (lo scrittore quanto il lettore), possa o debba essere un’attività no-profit.
In questi anni ne ho sentite di ogni, per giustificare chi non vuole pagare gli scrittori.

Mi hanno detto che – cosa vuoi farci? – il settore è messo male e soldi non ce ne sono. Ma se si lotta tutti insieme – gratuitamente – per la causa si può costruire qualcosa di buono. Sì, ma buono per chi?
Mi hanno detto che vendendo i miei ebook, al posto di regalarli, sono un nemico della libera diffusione della cultura (giuro che me l’hanno detto esattamente in questi termini).
Mi hanno detto che nessuno mi ha chiesto di scrivere, e quindi non posso certo pretendere di essere pagato.
Mi hanno detto, ma questo punto meriterebbe un approfondimento a parte, che essendo un autore indipendente non ho il “bollino di qualità”, e quindi sicuramente ciò che scrivo non merita una valutazione economica.
Mi hanno anche detto che visto che scrivere frutta pochi soldi, al posto di lamentarmi dovrei dedicarmi ad attività più fruttuose. Chissà, magari è anche vero.

Per fortuna ci sono poi quei lettori che hanno da tempo capito che scrivere è un lavoro, e che vendere un libro o un ebook per pochi euro mi consente di continuare a produrre ciò che a qualcuno di voi piace leggere.
Trovo paradossale che questo concetto sia stato assimilato assai meglio dai lettori che da taluni colleghi, che seguitano a invitarmi a partecipare ad antologie o a webzine senza nemmeno fingere di offrire un compenso che non sia la visibilità. Lecito provarci, un po’ meno lanciare delle fatwe se uno poi rifiuta questi inviti.
Ma forse questa cosa del farsi pagare va a danneggiare il sistema editoriale, soprattutto quello piccolo, in cui intere testate (soprattutto digitali) sopravvivono pubblicando decine di scrittori non pagati, o a cui vengono retribuite delle royalties da fame. Per questo chi non ci sta viene considerato un nemico, ancor più che uno della concorrenza.

Per fortuna c’è stato anche chi si è distinto, comportandosi anche in maniera ampiamente professionale, come per esempio la rivista digitale Altrisogni. Mosche bianche, che vale la pena citare, anche a costo di far torto ad altri.

La speranza è che col tempo maturi una sempre maggiore consapevolezza, soprattutto tra addetti ai lavori (lavori, appunto, mica “addetti alla passione”).
Questo discorso vale anche per altri campi: musica, grafica, fotografia etc. Credo che molti di voi che avete letto questo post, pur non essendo scrittori, abbiate provato uno spiacevole senso di familiarità.
Beh, auguriamoci tutti che diventi una sensazione sempre più rara, fino a dimenticarcela del tutto.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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10 risposte »

  1. Grazie per questo post.
    Davvero.
    Non credo che le cose cambieranno, perché troppe persone vogliono il lifestyle (scrivere Pinco Pallino Scrittore sul profilo FB, per dire) e pochissimi vogliono il duro lavoro. E per poter mettere “scrittore” dietro al nome sono disposti non solo a dar via il proprio lavoro gratis, ma persino a pagare per essere pubblicati. E si giustificano dicendoti “tanto per me è un hobby”… (potrei farci un post, su questa faccenda, chissà)
    Comunque, a sperare in un futuro migliore non si fa peccato.
    Buon Primo Maggio.

  2. Concordo assolutamente. Per me scrivere è sempre una grande passione, altrimenti non lo farei, ma è inevitabilmente un duro lavoro. Ieri ho mandato un testo alle due di notte, testo che aveva già subito due “restituzioni” dall’editore per svariate correzioni da fare, e io alla due di notte ero ancora alle prese con ricerche, verifiche, correzioni… come altro chiamarlo, se non un lavoro (anche duro)?
    Sui pagamenti professionali, beh… non lo so. Nell’ambito della narrativa fantastica italiana sto iniziando a farmi l’idea che non ci sia spazio per un vero, sano settore economico funzionante, che non ci siano i numeri (troppi autori + troppi editori + troppo pochi lettori per smaltire l’enorme offerta). Nel fumetto mainstream è diverso, forse in un certo tipo di narrativa per bambini o YA è diverso, ma… nella sf italiana, inizio lentamente a essere scettico sulla sostenibilità del sistema, cioè su un sistema sano, con una concorrenza onesta, che possa retribuire in modo dignitoso gli scrittori. Da questo punto di vista, molto meglio il self-publishing.

  3. Scrivere è un lavoro se uno ci campa. La struttura del mercato editoriale è tale da rendere semplice capire per chi è un lavoro (ovvero chi pubblica per grandi e medie, e con regolarità, ricevendo quindi anticipi da almeno tot migliaia di euro) e per chi è un hobby.

  4. Credo che post come questo servano. Se non altro per stabilire dei parametri comportamentali per chi sostiene una o l’altra tesi. Qui non si tratta di aver ragione o aver torto ma di mettere in prospettiva alcune nozioni fondamentali. Inutile dire che chi non vuole farlo (non sono disposto a credere all’incomprensione sistematica del concetto lavoro= compenso) lo fa a fronte di condizioni ben note (il famoso assioma delle terga coperte e al caldo).
    Per me la parte veramente divertente rimane il constatare come i tristi figuri che si dedicano alla negazione poi sono gli stessi che si sdraiano al suolo all’apparire dell’autore X straniero e/o dell’autore Y visto in televisione, per tacere delle scene cult in cui costoro offrono qualsiasi cosa per entrare nel raggio di attenzione del personaggio Z in quanto gatekeeper di una qualsivoglia casa editrice.
    Tutto già visto e già sentito, vero? Pare che di repliche in cartellone ne siano previste parecchie, si vede che i classici non passano mai di moda.

  5. Ciao! Io ho iniziato a scrivere di recente, ho pubblicato solo un romanzo e un racconto per ora, intanto mi sono trasferita perché ho trovato un lavoro a tempo pieno come impiegata che mi ha permesso di farlo. Quello di scrivere per vivere è ancora un sogno, ma continuando a scrivere spero un giorno di arrivarci. Purtroppo è vero anche che ogni volta uno si ritrovi a parlarne con chiunque, il commento è sempre in linea col pensiero che debba restare tale, solo un sogno. In effetti non può che restare tale se non si concepisce che scrivere è un lavoro. In sostanza concordo con te.

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