L’eroe in vendita: Luke Cage 2

Oramai ho pochissimi stimoli per parlare di film e serie TV qui sul blog, visto che ogni discussione si è ridotta a poche parole affidate a Facebook, sempre più simile al grande contenitore dove ci sta tutto e il contrario di tutto.
Mettiamoci anche che le ultime serie Marvel/Netflix sono state per me molto deludenti. Sui Difensori non mi spreco nemmeno a parlarne, Iron Fist peggio che peggio. La vera delusione è stata però la stagione 2 di Jessica Jones, che finora è la mia supereroina televisiva (vabbé, ci siamo capiti) preferita. Questa season 2 si è rivelata lenta, ingarbugliata, noiosa, per quanto JJ funzioni sempre benone, come personaggio.
Mi sono dunque avvicinato alla stagione 2 Luke Cage con un certo – uh – scazzo. Con tutto che la prima stagione mi è piaciuta un bel po’, temevo un altro buco nell’acqua.
E invece…?
Sì: invece.

Premesso: non parliamo d un capolavoro.
Luke Cage season 2 poteva essere assai migliore, soprattutto smettendola con la formula dei tredici episodi, che costringe la produzione a inserire dei filler inutili, che rallentano tremendamente il ritmo.
Bisognerebbe trovare una formula intermedia (in realtà esiste già), per esempio delle serie di 6-7 puntate, ciascuna non più lunga di un’ora, in modo da comporre delle sorte di film molto lunghi, ma senza perdersi in noiose lungaggini.

Ciò detto il ritorno di Luke Cage mi è piaciuto parecchio.
L’eroe di Harlem qui diventa “eroe in vendita”, come da ortodossia fumettistica.
La cosa che apprezzo molto di (alcuni) supereroi moderni è il loro tentativo di calarsi nel nostro sistema sociale, sociologico ed economico. Vedere Cage che cerca un contratto con la Nike, per portare a casa pranzo e cena, è forse un aspetto secondario della serie, ma io l’ho apprezzato moltissimo.
Come a dire: se presupponiamo un mondo in cui esistono degli individui dotati di superpoteri, è logico pensare che essi vengano corteggiati da sponsor, da multinazionali, da celebrità, e non solo da governi ed eserciti.

Un’altra cosa ottima di Cage 2 è, come nella prima stagione, l’aspetto musicale. Le soundtrack sono splendide, azzeccatissime, e mi hanno fatto scoprire nuovi gruppi “black” che ho messo subito in una nuova playlist. Ogni puntata di Luke Cage ospita 4-5 minuti di musica dal vivo, suonata all’Harlem’s Paradise, uno dei fulcri della narrazione di entrambe le stagioni.
Si tratta di una trova crossmediale forse semplice, ma molto azzeccata.

Se la trama della stagione 2 non mostra particolari slanci di creatività, il suo aspetto maggiormente positivo è il modo in cui descrive Harlem, o quantomeno una delle facce di Harlem, in modo estremamente affascinante e suggestivo. Non poteva essere altrimenti, visto che Luke è un eroe “territoriale”, legato al territorio di cui si è eletto protettore. E questo territorio si rivela essere una realtà sfaccettata, con le sue singolarità etniche, i suoi giochi di potere e tutto il resto.

Per farla breve, la season 2 mi è piaciuta, e lascia intravedere ottimi spunti per sviluppare una season 3 coi fiocchi.
Che gli altri Marvel/Netflix prendano spunto, oppure tacciano per sempre.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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Un commento

  1. forse non molto attinente con la serie, ma l’appunto sul rapporto superpoteri/sponsor mi ha ricordato l’inizio di Jupiter legacy: ottimo fumetto (più il primo numero del secondo a dire il vero)

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