recensione

Gypsy

Nelle ultime settimane sto cercando delle serie televisive un po’ diverse dai miei standard. Vale a dire – per una volta – niente mostri, alieni, supereroi eccetera.
L’abbondanza di prodotti su Amazon Prime Video, Netflix e Timvision (i tre siti di streaming a cui sono abbonato) è tale che è complicato scegliere a caso. Infatti ho iniziato sei o sette serie, non finendo nemmeno la prima puntata, prima di approdare a qualcosa di ottimo.
Non parlo più da parecchio di serie e di film, qui su Plutonia, ma farò un’eccezione per Gypsy, perché è un prodotto notevole, tanto che ritengo un peccato che vada a perdersi nell’oceano di roba presente su Netflix (sì, lo trovate proprio lì).

Gypsy è un thriller psicologico con una non trascurabile componente erotica.
La serie consta per ora di una sola stagione, composta da dieci episodi di un’ora ciascuno. La protagonista principale è nientemeno che Naomi Watts, attrice che trovo da sempre bravissima, e che probabilmente non ha ancora avuto tutte le chance che meriterebbe per entrare nell’olimpo delle dive.

La Watts interpreta Jean Holloway, una terapista, madre di famiglia, della borghesia newyorchese di ceto medio-alto. È una donna apparentemente irreprensibile, con un costante controllo su sé stessa, sposata con un rampante architetto con cui ha un rapporto intenso e sessualmente soddisfacente.
Questo finché un giorno prova l’irresistibile curiosità di fare la conoscenza dell’ex fidanzata di un suo paziente, Sam, la cui storia la attrae senza un apparente motivo razionale.
È così che Jean si reca alla caffetteria dove questa ragazza – Sydney – lavora, e si presenta a lei con un finto nome, risultandone immediatamente attratta.
Tra Jean e Sydney nasce un’intensa storia di sesso e forse anche di amore, il che spinge la terapista a crearsi una doppia esistenza, col rischio crescente che Sam, il suo paziente, scopra la cosa. Oppure che lo faccia Michael, suo marito. Ciò rovinerebbe il suo matrimonio, la sua carriera, ogni cosa. Eppure Jean non riesce a resistere al fascino di Sydney, splendida e con un carattere dominante.
O almeno così sembra.
Nel mentre qualcos’altro, lentamente accade: un’altra paziente di Jean, una tossicodipendente con tendenze autolesioniste, si rivela essere piuttosto diversa dalla ragazza indifesa e in cerca di aiuto che lascia apparire…

Gypsy è sostanzialmente una storia sulla manipolazione, sui manipolatori, che siano essi volontari o involontari. E questo – l’involontarietà dell’atto di manipolare – non è affatto un aspetto secondario della serie.
Gypsy è poi una storia oscura, ma la cui oscurità è nascosta sotto una patina vagamente glam, da erotismo di classe. Niente di più sbagliato. L’erotismo che lasciano trasparire i protagonisti, sia la Watts che una straordinaria Sophie Cookson (Sydney), è essenzialmente malato, ma reso talmente bene da essere emotivamente trascinante e – al contempo – fonte di disagio.

Man mano che la serie carbura ci si trova coinvolti nella rete di bugie, di desiderio e di inganni che protagonisti e comprimari tessono l’un l’altro, complicando le cose fino a rompere la fasulla apparenza di una realtà normale, tranquilla, ordinaria. E quando qualcosa si rompe, i danni sono sempre da mettere in conto, anche quelli peggiori.

Gypsy, una volta che ha preso ritmo, diventa un labirinto emotivo da cui è difficile tirarsi fuori. Ogni puntata lascia addosso una strana sensazione di “sporco”, che però non è del tutto sgradevole. È l’ebrezza della trasgressione, dell’aver fatto qualcosa di moralmente ed eticamente sbagliato, e di provarne piacere.
Se avete mai conosciuto un manipolatore, o se siete voi stessi dei manipolatori, avete una ragione in più per vedere e apprezzare questa serie.
Datele una chance.
La speranza, ora, è che Gypsy non venga cancellato, come invece fanno intendere diversi articoli pubblicati sui siti specializzati.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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