libri

Nolite te bastardes carborundorum

Ovvero:

Non lasciare che i bastardi ti annientino.

Citazione latina, ricorrente nel romanzo di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella, e nella serie TV che ne è stato tratto, trentatré anni dopo. Il romanzo – che non ho letto – è infatti datato 1985.
La serie TV la sto invece guardando su Timvision, che è un servizio di streaming legale (della Tim) di cui si parla poco, ma che non è male.
Ma non andiamo fuori tema.
Il racconto dell’ancella è una storia distopica dal significato piuttosto profondo, ma anche decisamente inquietante. Lo è più di buona parte dei film horror, per esempio. Perché sia la serie che il romanzo evocano un orrore che non solo è possibile, bensì è anche probabile.
Esagero? Può essere. Eppure io respiro una bruttissima atmosfera. Che poi a molti invece piacerà, ovviamente.

La distopia della Atwood è di tipo patriarcale, teocratico-cristiana, con richiami ideologici al Vecchio Testamento, ma è anche di genere eco-fondamentalista, anche se quest’ultimo aspetto lo si deduce da pochi passaggi della serie TV. Se volete approfondire l’argomento, vi invito a leggere uno degli articoli italiani più completi che ho trovato su Google.

No, non ritengo affatto che la civiltà occidentale sia vicina a una mutazione sociale di questo genere.
Più genericamente, vedo un mix di distopie che si avvicinano all’orizzonte, soffiate dal vento radioattivo del populismo più becero. Vento che a quanto pare gode però del sostegno – della venerazione, come se fosse un antico dio pagano – di moltissime persone.
Motivo per cui scrivere oggi di distopie è rischioso, perché si finisce per essere indicati come i soliti radical chic “buonisti” e lontani dal “mondo reale” che attirano tanto odio da una gran varietà di persone.

A margine: noto che i populisti più selvatici faticano a leggere un libro all’anno, perciò probabilmente criticano gli scrittori “radical chic” (sì, oggi le virgolette abbondano) senza nemmeno conoscere quello che scrivono. Eppure è proprio l’atteggiamento del volerli considerare bestie illetterate, da spernacchiare e deridere, che paradossalmente li rende più forti.
È l’atteggiamento che fa perdere chi sta dalla parte del progressismo, facendolo passare per uno sbruffone intellettuale che non si cura dei “veri problemi della gente”, perché vive in un mondo (immaginario) fatto di salottini e di benessere.
Chiusa parentesi.

Un tempo gli autori di distopie avevano il grande merito di far breccia nella mente di un pubblico molto ampio e trasversale. Infatti, anche se non sembra, questo non vuole – non vorrebbe – essere un post schierato contro uno specifico partito, o riferito alla situazione italiana.
Con gli anni, con la crisi del progressismo e con l’avanzata in pompa magna del populismo, c’è chi ha iniziato a farci credere che in realtà le distopie sono le utopie del presente, quelle che stiamo vivendo. Ci vogliono far credere che le persone sono diverse – che qualcuno è di serie A, qualcuno di serie B e qualcuno di serie Z. Vogliono farci credere che il luddismo è un’opportunità, che la scienza è un complotto per fare denaro sporco, che l’integralismo religioso è un veicolo di “antichi e sani valori”.

Penso – lo ripeto – che sia limitante intendere tutto ciò in senso meramente politico. Mi piace pensare che l’etica, i valori umani e il rispetto siano trasversali, e che abbraccino persone di destra, di sinistra, di centro. Ed è così, in effetti, quando si parla di persone decenti, in grado di comprendere la complessità del mondo, di filtrare i messaggi con cui i mass media di entrambe le parti ci bombardano.

Ecco, mi domando, nel caso dovessi scrivere di nuovo una distopia fantapolitica (l’ho già fatto con Vox Populi e con Max: First Lady Road), quali punti dovrei prendere in considerazione. Su quali aspetti dovrei imbastire una storia, che sia al contempo di intrattenimento e d’attualità?
Distorcere il presente, portarlo a quelle che potranno forse essere le conseguenze del periodo che viviamo, potrebbe essere fin troppo semplice e – sì – vincente. Però credo che la sfida dovrebbe essere diversa. Una distopia scritta ai giorni nostri dovrebbe (o quantomeno potrebbe) focalizzarsi sulla questione della comunicazione. Perché è con quella che ci stanno fottendo. Con la degenerazione e la distorsione della comunicazione.
E le colpe sono a 360 gradi, non soltanto di una parte. Solo che qualcuno è riuscito a studiare, a fare i compiti a casa, e a utilizzarla per capovolgere la realtà.

Ecco, una cosa che pochi fanno notare è che viviamo in una distopia – continuo a considerarla tale – che per certi versi è reale (vedi per esempio la questione dei cambiamenti climatici) e per altri è soltanto percepita. Spesso le cose sono intercambiabili.
Per esempio: il già citato problema del cambiamento climatico globale sembra interessare pochissime persone e un limitato numero di governanti. Al contrario, la comunicazione populista (di destra, ma spesso anche di sinistra) ci vuol fare apparire la nostra società come devastata, degradata, ridotta all’apocalisse economica dall’Altro. Dove per Altro si intende un fattore esterno accusato di aver danneggiato la bella società di una volta.
L’Altro può essere lo straniero, il gay, il comunista – vero è anche nei regimi socialisti lo stesso ruolo ce l’hanno/ce l’avevano i liberali – l’ebreo, l’intellettuale e, in un’ultima battuta, il “politico professionista”.
Per contro, all’estremo opposto dello schieramento, i movimenti estremisti del politically correct se la prendono con altre categorie di nemici, scatenando cacce alle streghe, a cavallo tra il ridicolo e l’inquietante.

Nessuno nega i problemi che gravano su questo povero pianeta, sulla nostra civiltà, eppure rappresentarli come catastrofici è la vittoria dei nuovi tecno-stregoni che manipolano la comunicazione.
Badate bene: la comunicazione, ancor più che l’informazione. Quest’ultima si è spesso piegata al potente di turno, autoalimentandosi. La comunicazione sociale e globale, al contrario, ci è stata data col la promessa che sarebbe stata libera e trasparente.
Poi l’hanno presa, imbrigliata e trasformata in un agente virale di disinformazione.

Ecco, questa sarebbe una distopia da scrivere.
Ma forse finiremmo a parlare di attualità.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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3 risposte »

  1. La rassegnazione autocompiaciuta.
    L’idea che non ci sia nulla da fare, che i problemi siano irrisolvibili perché “così è la natura delle cose” – e quando la paura supera il livello di guardia, un nemico di comodo da odiare.
    L’idea chele persone siano sempre al loro peggio, che gli esseri umani siano solo scimmie vestite (per cui puoi giustificare tutto, dalla competitività estrema allo stupro, dall’egoismo elevato a valore all’ignoranza becera perché “le persone sono così e non le puoi cambiare”).
    Questa è una distopia – una distopia che se ti entra nella testa, non ti lascia più andare, anche se hai le migliori intenzioni di questo mondo.

    • Vero.
      Che poi corrisponde con quel che dico nell’articolo: ci dipingono un mondo senza speranza, molto peggiore di come è realmente, e tutti ci credono. Perché è comodo lamentarsi, al posto che migliorarsi.

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