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Flood

Oggi recupero questa mia vecchia recensione di un romanzo catastrofista inglese letto diversi anni fa, ma che ora sarebbe da rileggere, magari prendendo appunti. In questi giorni di devastazione meteo, che hanno indotto molti a smetterla di fare sarcasmo sul global warming, un romanzo come Flood (Diluvio) risulta essere più inquietante che mai. Ve la ripropongo così come l’ho pubblicata in altri lidi, molto tempo fa.

Sinossi
Inverno 2016: un’altra stagione piovosa a Londra, seguita da un’umida estate. Ma questa volta succede qualcosa di molto diverso. La diga che regge le acque del Tamigi crolla, trasformando tutta la città in un immenso acquitrino. Quando l’acqua si ritira, sembra riprendere il normale corso degli eventi. Ma il livello del mare comincia ad alzarsi a una velocità spaventosa, minacciando di sommergere completamente le città costiere in meno di due anni. L’intera umanità è nel panico, i punti di riferimento svaniscono, le cose materiali perdono valore. Attraverso Lily, Helen, Gary e Piers viviamo l’esperienza di una vera alluvione e il tentativo di sopravviverle.

Commento

Stephen Baxter, autore inglese piuttosto noto in patria, ripesca le nobili tradizioni della fantascienza britannica che, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, furoreggiava nell’immaginarsi mille e più modi per mettere la parola “fine” sulle sorti dell’umanità. Baxter sta però al passo coi tempi e tratta un pericolo tutt’altro che inventato o immaginario: il riscaldamento globale e il conseguente aumento del livello dei mari. Aumento che, alla lunga, potrebbe arrivare a sommerge tutto: città, alture, montagne.

Prendendosi un tempo narrativo molto ampio, Baxter parte dal 2016, anno in cui le piogge infinite e l’innalzamento dei fiumi iniziano a minacciare diverse città in tutto il mondo. Attraverso gli occhi di quattro personaggi principali, e di una dozzina di altri secondari ma ugualmente importanti, l’autore ci descrivere il lento e inesorabile inabissamento della specie umana, in un cataclisma inarrestabile e inesorabile.

Le diverse parti in cui il romanzo è diviso vengono scandite dal livello di innalzamento delle acque marine:

2016: 1-5 metri sopra il livello del mare.

2017-2024: 5-80 metri sopra il livello del mare.

2025-2035: 200-800 metri sopra il livello del mare.

2035-2041: 800-1800 metri sopra il livello del mare.

2041-2052: 1800-8800 metri sopra il livello del mare.

I protagonisti, in fuga per anni da un evento che non dà scampo a niente e nessuno, fanno da testimoni di questo cataclisma epocale. Dapprima scappando da una Londra destinata all’oblio, passando poi per una New York trasformata in una sorta di Venezia moderna, quindi, sempre con meno opzioni di fuga, in Perù, dove un ricco miliardario ha costruito un’utopistica città sulle Ande. Ma nulla può fermare l’innalzamento delle acque, così non resta loro che imbarcarsi su Arca 3, una transatlantico progettato per restare autonomamente in mare per anni.

Baxter non si limita a descrivere l’esodo dei suoi disperati personaggi. Grazie al ruolo importante di alcuni di essi, riesce a descrivere ciò che accade un po’ ovunque, tratteggiando brevi ma precisi dipinti del mondo che scompare: dagli Stati Uniti ridotti ai soli stati delle Montagne Rocciose, all’Australia completamente sommersa, passando per il Tibet, preda ambita da cinesi, russi e indiani, pronti a scatenare una guerra nucleare per impossessarsi delle preziose alture.

Mentre nella prima metà del romanzo è tutto sommato possibile immaginarsi l’inizio di tale cataclisma (a cui inizialmente i Governi sembrano poter porre qualche riparo), dal 2035 in poi tutto cambia in modo talmente radicale da permettere a Baxter di tratteggiare un nuovo, spaventoso mondo. Nuovo e di breve durata, si capisce.

Assistiamo dunque alla nascita e alla distruzione di un stato tibetano-maoista che pratica il cannibalismo sistematico. Possiamo visitare l’isola di Nuova Ginevra, ultimo brandello di Europa emersa. Vedremo anche le bidonville e le colonie-zattere che nascono e muoiono sulle spiagge delle città andine, sorvegliate dalle milizie armate dei miliardari che hanno comprato e fortificato i loro “ultimi rifugi”. Viaggeremo su Arca 3, la nave che trasporta i nostri eroi in cerca di una terraferma che, anno dopo anno, non esiste più.

Il senso di inesorabilità, di mancanza di speranza, è talmente ben reso dalla scrittura che pare di sentire le acque del mare lambire i nostri piedi, pagina dopo pagina.

Dentro le vicende macroscopiche Baxter riesce comunque a tratteggiare caratteri, storie e personalità di almeno una decina di personaggi memorabili. Ciascuno ha il suo modo di affrontare quella parola che solo alla fine del romanzo lo scrittore ha l’ardire di palesare: estinzione. C’è chi, come l’ex colonnello Piers, cercherà una parvenza di ordine anche nel caos dilagante. Oppure Gary, il meteorologo che sogna la rinascita dell’intero pianeta, in una sorta di nuovo Cretaceo in cui nessun essere umano potrà più sopravvivere. O, ancora, Nathan, il magnate delle tecnologia che non risparierà alcuno sforzo pur di difendere quella che considera “la sua gente”. Un po’ salvatore e un po’ dittatore.

Un libro memorabile, triste e al contempo poetico.

Poetico come l’ultima pietra dell’Everest che emerge dalle acque dell’unico oceano globale, alla fine del romanzo.

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Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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