riflessioni

Lo scrittore: Internet vs Realtà

C’è un modo piuttosto comune di esprimersi online, da parte degli scrittori più o meno noti. Oddio, anche da quelli ignoti, a dire il vero.
Memori della massima “Comportati sempre come se fossi un figo, perché la gente ti tratterà come un vincente” (ed è una massima vera, che trovate su quasi tutti i manuali motivazionali), gli scrittori si atteggiano come star.
Partecipano a fiere dove – dicono – li attendono folle adoranti di fan.
Escono belli freschi da lunghe sessioni di scrittura, tanto da farsi dei selfie come se fossero modelli di Armani.
Hanno sempre tutti i loro libri in ristampa, o esauriti.
Creano dei “casi letterari”.
Ma sarà davvero così?
Magari per qualcuno. Per pochi, a dire il vero. In un paese che si vanta del suo disamore per la lettura è difficile credere che un autore di narrativa faccia una vita come quella degli scrittori immaginati nei film americani.
La verità è che la vita media del medio scrittore italiano non è proprio uno spasso. Per esempio…

Lo scrittore nella realtà

  1. A uno scrittore capita spesso di organizzare dei reading, o degli incontri coi lettori in fiera, e di trovarsi da solo. Se va bene attira qualche persona interessata al buffet gratuito, più che a parlare di libri. Gli incontri e le fiere servono indubbiamente a piazzare qualche copia, ma non immaginateli esattamente come dei bagni di folla. E bisogna considerare le spese per organizzare eventi simili (non sempre le copre la casa editrice).
  2. Scrivere è doloroso, ma non per i demoni interiori. Fa male per la postura, per i mal di testa, per le lunghe ore trascorse in una posizione scomoda, a litigare con le parole. Si rischia di arrivare a sera con occhiaie, dolori vari, con la schiena curva e vagamente spaesati. E spesso non si può rimandare a quando staremo meglio, a quando avremo più voglia, perché si sono scadenze da rispettare. Sì, ci sono anche gli autori indie, come il sottoscritto.
  3. I libri, più che andare esauriti, vanno al macero. La vita media dei libri si è abbassata drasticamente. Nelle librerie vengono sostituiti dalle nuove uscite nel giro di poche settimane, a meno che siano dei bestseller. Ma anche la vita di quest’ultimi si è accorciata. Sono dati, non chiacchiere, e se ne parla già da anni. Quindi un libro, se non vende subito, fa andare in perdita il suo autore.
  4. I “casi letterari” arrivano quasi sempre dagli Stati Uniti. Ogni tanto da UK, Francia, e dalla Scandinavia, per quel che concerne i gialli. Per quanto starnazzino gli uffici stampa di alcuni editori nostrani, è raro che qualcosa del genere abbia origine in Italia. Qui di solito si cavalcano i trend esteri, e spesso lo si fa anche con troppe settimane di ritardo. Quindi i titoloni sugli autori nostrani che si inventano generi e tematiche sono spesso esagerati. Per non dire inventati.

Ma perché regalare queste perle di antipatia?
Perché le favole sono belle, ma non rendono onore al vero lavoro dello scrittore. Che è un lavoro di fatica, una parte del quale contempla il fare a pugni con un potenziale pubblico sempre più ristretto (e sempre più disinteressato).
Perché spesso un autore fatica a tirare fuori una parvenza di uno stipendio, altro che lussi e record di vendite. Far passare un messaggio simile spinge sempre più gente a chiedere loro collaborazioni gratuite – “tanto tu già guadagni con le vendite”.
Non è finita: se davvero si fa credere ai lettori che quasi ogni libro diventi un bestseller, questi saranno sempre meno invogliati a fare del passaparola spontaneo, a lasciare dei feedback che generano vere vendite.

Insomma, per farla breve: una doccia di realtà fa più bene di un sacco di pie illusioni.
E comunque scrivere si conferma un’attività eccezionale, al netto di tutte le difficoltà che è giusto ribadire, almeno di tanto in tanto.


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3 risposte »

  1. Stavo per dire che si tratta di uno dei problemi legati al mondo social, quello di fornire una visione distorta della realtà. Poi pensandoci meglio mi sono accorto che non è affatto così perché quella ad essere distorta è la percezione che abbiamo della vita altrui vista tramite i social. Se un tizio posta esclusivamente foto del laptop con sfondi mozzafiato (anche fake, bastano dieci minuti di photoshop), selfie filtrati a manetta che ringiovaniscono di vent’anni, aperitivi e piatti che sembrano sculture, la prima cosa che mi viene da pensare è: cazzo, che bella vita fa questo! Poi si creano i paradossi che indichi nel post: essere fichi per vendere attraverso l’insana equazione bella vita = soldi = vende un casino = prodotto di qualità. Che può stare bene se mi occupo di moda ma se sono uno scrittore o un musicista che senso ha? Puoi essere un gran fico e fare una vita meravigliosa, ma se scrivi merda, merda rimane. Purtroppo quello che per noi è pura logica (non puoi giudicare un prodotto sulla base di un profilo social) sembra non esserlo per la maggior parte dei consumatori.

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