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La qualità percepita

Stavo scrivendo questo articolo quando l’amico Davide ha pubblicato un post di argomento affine: questo. Bella cosa, la sincronicità.
In realtà io vado a parare da altre parti, ma in fondo tutto è collegato.
Mi ricollego alla recensione che ho scritto un paio di giorni fa, a proposito dalla serie You, di cui ho parlato bene (leggetela, che fate prima).
Dopo averla condivisa su Facebook ho ricevuto alcuni commenti piuttosto simili. Li semplifico e riunisco così:

Ora mi hai incuriosito e proverò a guardarla. Finora l’ho evitata perché i soliti siti l’hanno bocciata fin dal primo giorno che è uscita.

E ci può stare.
Magari a qualcuno You ha fatto schifo. Del resto è una serie scritta per un target particolare, e senz’altro a molti non interessa una storia sull’amore ossessivo vista dallo stalker, che è poi il protagonista della serie.
Però mi fa specie che oramai pochi siti abbiano il potere di decretare l’immediato successo, o fallimento, di un prodotto, che sia esso un film, un libro, una serie.

Nell’epoca dei social tutto è diventato rapidissimo, ma anche lapidario.
La vita media di un prodotto d’intrattenimento è brevissima, senza alcuna eccezione.
Film e telefilm attesi da mesi diventano vecchi dopo un paio di settimane. Per i libri vale lo stesso discorso: vendono nei primi giorni dopo la loro uscita, poi vanno nel dimenticatoio.
L’abitudine, sempre più diffusa, di pubblicare (per esempio) intere stagioni di una serie TV in un singolo giorno aiuta senz’altro questo processo di obsolescenza.

Il giudizio qualitativo si è altrettanto brutalizzato. Tutto viene immediatamente classificato “capolavoro” o “merda”, con poche varianti in mezzo.
La cosa che trovo inquietante è che i primi giudizi, lanciati su qualche sito/blog con un sufficiente bacino di followers, siano in grado di influenzare anche la percezione della qualità di chi ancora si deve avvicinare a quel determinato prodotto.
In parole povere: sempre più persone evitano di vedere il film “X” perché due blog su tre lo definiscono merda. Altri lo vedono, ma partono assai prevenuti. Difficilmente modificheranno il loro giudizio, anche per non andare in contrasto con quella che sembra l’opinione del “popolo”. Ci si adegua per sentirsi parte di qualcosa di comune. Il ragionamento è:

Se il blogger XY ha detto che questo film che ho appena visto è brutto, senz’altro è così. Nel dubbio mi adeguo e mi conformo, così posso unirmi al coro di commenti su Facebook.

Per fortuna ci sono molte eccezioni, tuttavia l’andazzo generale è questo.

Occorrerebbe tornare a una maggior libertà mentale, tale da consentirci di decidere con la nostra testa cosa è bello e cosa no. Cosa funziona in un prodotto e cosa no. Questo perché tra capolavoro e merda c’è un oceano di varianti e di sfumature, che tendiamo sempre più a trascurare.
Sinceramente non credo che il mondo social vada in questa direzione, verso il recupero di una maggior profondità della percezione qualitativa. Il che, a lungo andare, porterà un sacco di guai.
Anche perché questa faciloneria di giudizio si è diffusa ovunque, viralmente, per esempio nella politica e nella società civile.
Ci avete fatto caso? Immagino di sì, perché su questo blog ci sono solo lettori svegli.


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Una risposta a "La qualità percepita"

  1. C’è comunque da dire che, nella marea di offerte di oggi, uno non può provare “tutto” per sapere se gli è piaciuto o no. C’è bisogno di fare una cernita a monte, o rinunciare a dormire. Io ho individuato nel tempo una manciata di blogger con gusti simili ai miei, e mi baso principalmente sui loro articoli per sapere se è il caso di guardare/leggere un determinato prodotto. Senza mai prendere nulla per oro colato, ovviamente.

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