Uscire dalla grotta

Che poi il mio lockdown era iniziato molto prima della pandemia.
Era un lockdown strettamente personale, provocato da varie vicissitudini della vita. Come ho avuto modo di scrivere più volte in quarantena, tale vicissitudini mi hanno permesso di vivere meglio l’isolamento causato dal Covid.
“Meglio” non vuol dire che deve essermi per forza piaciuto.
“Meglio” vuol dire essere arrivato a fine lockdown in discreta forma fisica, riuscendo a tutelare il mio nucleo familiare, e risparmiando anche parte della mia psiche.
Dico “parte” perché nessuno è uscito indenne da questa cosa. Chi ora finge che non sia successo nulla ha soltanto azionato dei meccanismi mentali che gli permettono di difendersi in questo modo da qualcosa che non ha ben metabolizzato.
Ora ci dicono che chi non ha voglia di rigettarsi nella mischia soffre di “sindrome della grotta” (o qualcosa di simile).
Ne parlavo poco fa con un’amica. Sui social si vedono foto di persone che fino a due mesi fa minacciavano di mangiarsi le suole delle scarpe e di sparare ai “pisciatori di cani”, e che ora stanno in barca, o in qualche ristorante a gozzovigliare. “Quindi“, faceva notare la mia amica, “io mi sento come bloccata. Da una parte ho voglia di uscire, di fare qualcosa, dall’altra non me la sento di ostentare attività che non mi appartengono.”
Il che vuol dire che non se la sente di fare apericene e giri in pedalò, filmandosi per ore su TikTok o su Instagram.

Io condivido pienamente questo suo punto di vista.
Ci si ricollega al famoso discorso: la quarantena ci ha insegnato qualcosa?
La risposta è difficile, ma ci si prova. A me ha insegnato di non aver più voglia di fare tutte quelle cose superflue che spesso facciamo per sentirci socialmente accettati. Per sentirci parte di un mondo che deve essere sempre in movimento, e che infatti quando si è fermato ha scricchiolato pericolosamente.
Quindi mi va di fare solo le cose che mi trasmettono qualcosa: emozioni, riflessioni, ispirazione.
Soprattutto mi va di vedere soltanto quelle persone che influiscono positivamente sulla mia vita. Il che esclude quasi del tutto quelle aggressive, consapevoli o meno che siano.
E riguardo a “cosa” fare, una volta fuori dalla grotta?
Non ho bisogno di fare cose enormi o esagerate: per una volta sto scoprendo che “il piacere delle piccole cose” è reale, non una frase fatta.

Attenzione però: uscire dalla grotta per me è stato necessario.
Farlo con un animo prudente (nelle cose pratiche) ma leggero.
Qualcuno crede di essere tornato al mondo esterno già da tempo. Fisicamente l’ha fatto, ma si è anche portato dietro un carico di aggressività che va spargendo per il mondo senza nemmeno accorgersene.
In questo senso la Rete sta diventando la nuova grotta, e non dunque nemmeno necessario che sia un posto chiuso. Piuttosto: è la mente che si sta chiudendo. Soprattutto quella di persone che fino a pochi mesi fa ce l’avevano decisamente aperta. Perché se il buzzurro è tale e non se ne rende mai conto, la persona che deraglia lentamente fa danni a chi ha attorno, che di solito si fida di lei.
Stanco di vedere gente che radicalizza idee e pensieri, trasformando ogni discorso in un meme contro chi non è fedele alla linea, ho capito che la grotta da cui uscire non era forse più quella fisica, bensì quella di certe trappole mentali.

Discussioni su questioni delicate che diventano terreni di scontro tra integralisti di fazioni differenti, dove la percezione è quella di essere impossibilitati a starne fuori. Ma è – appunto – solo una percezione.
Così come è una percezione quella di “dover” per forza tornare a una socialità esattamente uguale a prima, dimostrando di esserci sempre e comunque, di dover imporre la nostra presenza fisica, così come sui social imponiamo (spesso a male parole) la nostra sicumera ideologica.
Di una qualunque ideologia, purché radicalizzata.

E allora ho fatto dei piccolo passi fuori da entrambe le grotte.
A modo mio, scegliendo con chi farlo, talvolta anche da solo.
Sapete una cosa? Finora pare funzionare. Poi si vedrà.


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Un commento

  1. se vi è una occasione è quella di ripensare a tutto e a questo proposito adesos penso di frammentare fare a pezzi il senso ogni senso e cercare attraverso i frammenti di ricomporre come nel gioco del caleidoscopio per motivi tecnico pratici lo posos fare solo in trete e sempre in rete sto cercando omologhi che in qualche modo mi siano accento o di finco o davanti odietro insomma in zona in questo mio pensiero

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