Quella volta in cui volevo scrivere qualcosa sulla percezione dello spazio e del tempo

Non ci si ferma mai.
Non se si è scrittori, se si hanno buone idee, e se si vendono libri (anche) per mettere insieme pranzo e cena.
Ho appena pubblicato I Figli del Tramonto, tra l’altro eccezionalmente disponibile anche in formato ePub, e già sto revisionando La nostra ultima estate, che uscirà a maggio.
Vi accenno qualcosa su questa seconda novelette, visto che sarà un po’ diversa dalle mie solite. Certo, ci saranno alcuni topoi ricorrenti, come per esempio l’ambientazione sui monti lombardi, ma questa volta ho voluto strutturare una storia differente.

Partiamo dal passato. Anni fa, sette o otto, stavo scrivendo un romanzo sul viaggio nel tempo in chiave minimalista. Il protagonista era un uomo che tornava incidentalmente nella Milano degli anni ’80 e che, tra varie vicissitudini, scopriva che qualcun altro era tornato poco prima di lui. Questo secondo crononauta intendeva sfruttare le sue conoscenze informatiche da “uomo del 2012” per ottenere un grande successo personale, rischiando però di far collassare la linea spaziotempo da cui arrivano entrambi.
L’idea, detta così, sembra ancora bella, tuttavia lo sviluppo non mi soddisfaceva. Gli anni ’80, così come li stavo descrivendo, erano piuttosto posticci e troppo da fiction. Alla fine ho abbandonato il manoscritto a circa 15.000 parole scritte e non l’ho più ripreso.

Mi è rimasta però la voglia di affrontare la questione del viaggio nel tempo e della possibilità di cambiare il passato.
Però volevo prendere la cosa da una prospettiva diversa, cambiare l’approccio, renderlo meno banale, meno scontato (anche se io di originalità parlo poco, e con sospetto).
Soprattutto mi premeva sfruttare un’altra tematica che amo: quella dell’universo a bolle. Quante versioni di noi esistono, negli infiniti mondi paralleli che compongono il multiverso? C’è modo di percepire la loro presenza, magari quando sogniamo, oppure attraverso i déjà vu? E – ancora – viaggiare nel tempo equivale forse a creare altre realtà?
Una volta parlavo spesso di queste cose, sul mio blog. Forse dovrei tornare a farlo, magari sul podcast. Così come mi piacerebbe parlare della teoria dell’universo simulato, e di cose simili.
Ma sto divagando. Strano, eh?

Come intuite sono questioni enormi, solo che io volevo scrivere qualcosa dal taglio più immediato, intuibile, magari anche un poco romantico. No, no: non sto parlando di romance, per carità. Solo qualcosa di un pochino meno truculento rispetto ai miei standard.

Ecco quindi che è nata l’idea che sta alla base de La nostra ultima estate. Probabilmente a qualcuno di voi potrebbe non piacere, ma per me questa è anche una sfida.
Inizialmente ho abbozzato il racconto come una storia piuttosto affine con le tematiche di Italia Doppelganger. Come spesso mi accade, il manoscritto è cambiato in corso d’opera, diventando più lungo e molto, molto diverso da come l’avevo immaginato in principio. Al contempo è una storia “piccola”, quasi raccolta. Un taglio differente, ma spero ugualmente interessante.

Tra l’altro è anche diventata una storia assai più intima del previsto. Anche questa per me è una novità, visto che di solito inserisco pochi dettagli autobiografici in ciò che scrivo.

Per ora basta.
Spero di aver fatto un po’ di hype.
Se vi interessa vi racconterò altri dietro le quinte prima della pubblicazione della novelette. Fatemelo sapere e ci penserò su.


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